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«Un diritto oscuro è un’arma per i più forti e i prepotenti»

Intervista al costituzionalista Michele Ainis: «A differenza del mondo anglosassone in Italia regna il sospetto della divulgazione e, di conseguenza, del farsi comprendere»
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“Diritto resiliente”. Un’espressione del genere non è stata ancora utilizzata. Ma visto l’andazzo non si può escludere questo fantasioso ingresso nel linguaggio del legislatore e del giurista del ventunesimo secolo. È, però, stata coniata e importata – potevamo esimerci dalla solita fascinazione esterofila? – la locuzione “soft law”, la legge soffice, nel settore dei contratti pubblici. Giuristi della caratura di Alberto Trabucchi e Temistocle Martines rimarrebbero senza parole di fronte a derive linguistiche del genere. Un altro studioso, il costituzionalista Michele Ainis, è invece convinto che la scrittura, quasi esoterica ed incomprensibile, delle leggi rende la democrazia più fragile. «Con un diritto oscuro – dice al Dubbio Michele Ainis – diventiamo tutti punibili». Per questo il ruolo dell’avvocato diventa sempre più delicato nella nostra società. Deve avere il coraggio di vigilare sulla qualità linguistica delle norme e degli atti. Solo così potrà essere preservato il diritto delle persone a capire per adempiere. Cosa non da poco.

Professor Ainis, la crisi della politica e la sua delegittimazione derivano anche da una legislazione complicata e ai più non fruibile?

Sicuramente. Si tratta di un antico problema, tra l’altro, già affrontato da Tacito quando parlava di corruzione delle leggi. Mi sono occupato di questo tema nel 1997, quando scrissi il saggio intitolato “La legge oscura” (edito da Laterza, ndr). Il ceto intellettuale italiano ha una grande responsabilità. Ama parlare in maniera difficile e non comprensibile. A differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, in Italia regna il sospetto della divulgazione e, di conseguenza, del farsi comprendere. Assistiamo ad un rifiuto del confronto. Se usi un linguaggio semplice, rischi quasi di essere discriminato. Eppure, Einstein parlò di relatività facendosi comprendere da tutti. Non capisco perché il legislatore debba parlare e scrivere in maniera incomprensibile. Il diritto ha bisogno di un suo linguaggio. Questo è innegabile. Non posso parlare di usucapione, usando un altro termine. Detto questo, sono sotto gli occhi di tutti l’ampollosità di un certo linguaggio giuridico ed il continuo rinvio ad altre leggi quando si scrivono le norme. Questi elementi rendono i testi legislativi più imprecisi.

La tecnica, quasi esoterica, della scrittura delle leggi è un modo per una ristretta cerchia di politici, magistrati e giuristi che tende ad autodifendersi?

È un effetto ricercato e voluto. Partiamo da una premessa storica. Abbiamo avuto sempre governi di coalizione anche quando la forza politica dominante del Paese era la Dc con le sue correnti interne. Nella coalizione devi fare sintesi, se non ci riesci, devi fingere davanti ai cittadini per dimostrare di avere preso delle decisioni. Scarichi le conseguenze delle tue incapacità sui cittadini. Le leggi adesso le scrivono gli uffici legislativi e la tecnica usata rifugge le clausole generali e si impicca ai micro-provvedimenti. Assistiamo ad uno strapotere della burocrazia e della magistratura. Quest’ultima è destinataria di una delega implicita che la legge incomprensibile produce. La responsabilità della politica su questo è enorme. È inevitabile che il giudice si trovi a fare il legislatore di fronte a norme incomprensibili. Non dimentichiamo, inoltre, che viviamo in un’epoca in piena crisi di idee e valori. Il Novecento è stato il secolo delle grandi ideologie, che ci ha poi condotto ad una legislazione che si è via via svuotata ed è diventata meno organica. Oggi arriviamo al fatto del minuto prima ed il linguaggio giuridico e legislativo è specchio della cultura generale.

Chi scrive le leggi si preoccupa solo di sé stesso?

L’autoreferenzialità è un’altra malattia del nostro tempo. Il successo delle fake news o il populismo trumpiano hanno a che fare con il brodo di cultura dei tempi che stiamo vivendo. Si tende a parlare ai propri simili. La politica vive di pensieri corti. Quando la politica finisce nelle Gazzette ufficiali le cose cambiano e certi linguaggi diventano incomprensibili.

In questo modo si rende il diritto inaccessibile. Una esclusività che porta dei vantaggi a qualcuno?

Il diritto serve per proteggere i deboli. Per i forti e prepotenti è di intralcio. Se il diritto non serve i deboli, diventa un favor per il più forte dal quale inevitabilmente si generano delle disparità. Su questo mi viene in mente quanto scritto da un autore molto interessante, un grande filosofo del diritto. Mi riferisco a Lopez de Onate, autore del libro “La certezza del diritto”, secondo il quale quando il diritto è incerto il reo guadagna la riva, mentre il debole è destinato ad affogare. Un diritto scarsamente comprensibile danneggia i cittadini. Qui si innesta un’altra riflessione sui delitti naturali e i delitti di pura creazione legislativa. Questi ultimi sono delle mine sulle quali il cittadino può saltare per aria in qualsiasi momento. Il rischio è che si attribuisca un potere abnorme ai giudici. Esistono nel nostro ordinamento migliaia di reati e siamo dunque tutti processabili. Con un diritto oscuro diventiamo tutti punibili e più deboli.

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