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Letta rilancia la dote per i diciottenni: «Non siamo un paese per giovani. Ma io non mollo»

Sembra tornare il sereno dopo le polemiche che hanno travolto il segretario dem che propone una tassa sulle successioni più ricche. «Non è il momento di prendere soldi, ma di darne», aveva commentato Draghi archiviando l'affare
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Un «lungo e cordiale colloquio», quello tra Enrico Letta e Mario Draghi. Questa la formula utilizzata da Palazzo Chigi per segnalare che tra i due non c’è alcuno strappo. A far pensare che i rapporti tra i due fossero tesi erano state le parole del premier – «Non è il momento di prendere soldi, ma di darne» – seguite all’iniziativa lanciata da Letta per una dote a favore dei diciottenni, da finanziare attraverso un prelievo alle successioni più ricche, l’1% del totale.

Il segretario è più che mai convinto di quale sia la via da seguire, tanto che scrive sui suoi canali social: «Ho fatto una proposta sui giovani. E poi, con serietà, ho parlato di come finanziarla. Ma vedo che si continua a parlare solo di patrimoni e successioni. Ne traggo la triste ennesima conferma che non siamo un paese per giovani. E non mollo». Una idea che ha sollevato le reazioni della destra tutta più Italia Viva e i dubbi di una parte di parlamentari Pd. Dubbi che, tuttavia, sembrano via via dissiparsi con il passare delle ore, almeno sulla finalità della proposta. Lo stesso Andrea Marcucci, senatore del Pd che ieri aveva preso nettamente le distanze dall’iniziativa del suo segretario, oggi non scende nel merito della proposta, ma sottolinea come sia «sbagliata nei modi» oltre che «nei tempi».

Il fatto, spiegano fonti di primo piano del Pd, è che «è dura contestare questa proposta. Tutti sanno che l’Italia ha la tassazione sulle successioni più bassa d’Europa. Se qualcuno ieri è stato colto di sorpresa», viene aggiunto, oggi si rende conto che, nel merito, l’iniziativa è inattaccabile«. Tra le fila di Base Riformista, davanti alla ridda di reazioni di ieri e prima di conoscere da vicino il contenuto della proposta, si avanzava il timore di «passare per il partito delle tasse». Oggi, a quel timore si sostituisce piuttosto una certa «delusione per non essere stati resi partecipi» della costruzione della proposta e la «preoccupazione per lo strappo con Draghi». «C’è una condivisione sulla necessità di concentrarci sugli aspetti di un progetto straordinario per i giovani che sono stati duramente colpiti da questa pandemia», riferisce una fonte dell’area che fa capo a Lorenzo Guerini e Luca Lotti, «e provare a trovare risorse da tutti gli strumenti messi in campo fio a questo momento, dal Recovery al Sostegni. Per il fisco», viene aggiunto, «serve un ragionamento più approfondito all’interno della riforma fiscale, al quale il Pd sta lavorando».

Una fonte della maggioranza interna al Pd sottolinea, a questo proposito, che «Draghi non intende procedere a pezzettini, ma vuole una riforma organica. Per questo ha stoppato tanto Salvini sulla Flat Tax quanto Letta. Ma questo non significa che la proposta di Letta non rientrerà in quella riforma organica alla quale pensa il premier». E i dem, stando a quanto si apprende, stanno lavorando proprio con l’obiettivo di inserire quella proposta nella riforma generale del fisco: «La vogliamo innestare in quella cornice», viene sottolineato: «Nel merito sono tutti d’accordo. Si può discutere della tempistica, ma è difficile mettere in discussione la bontà della proposta». Dal Nazareno viene sottolineato che «sulla proposta del segretario il Pd intende insistere. l’idea è quella di risarcire i giovani che sono la generazione più penalizzata dalla pandemia e da decenni di disinteresse nei suoi confronti. La proposta non mette assolutamente in discussione il sostegno a Draghi o la leale e convinta collaborazione e la massima serietà nell’affrontare la riforma del fisco».

Ma in che consiste la proposta di Letta?

Si tratta di una revisione in senso progressivo delle aliquote sull’imposta sulle successioni e donazioni, senza colpire i beni fino a un milione di valore, ma portando dal 4 al 20% l’aliquota massima di tassazione per le eredità e le donazioni tra genitori e figli superiori a 5 milioni di euro. Un’operazione che riguarderebbe l’1% degli italiani e consentirebbe di recuperare 2,8 miliardi. La proposta lanciata da Letta punta a inasprire l’imposta indiretta su beni immobili e diritti reali immobiliari lasciati in eredità per finanziare una «dote» da destinare ai giovani: si tratterebbe di distribuire quote da 10.000 euro alla metà dei diciottenni italiani, circa 280 mila giovani, sulla base dell’Isee, spendibili per formazione e istruzione, lavoro e piccola imprenditoria, casa e alloggio.

L’idea, viene spiegato, è di modificare la tassazione sulla successione in senso progressivo lasciando l’aliquota al 4% per le eredità e le donazioni di parenti in linea retta (figli, nipoti o genitori) eccedenti quote tra 1 e 5 milioni di euro e portandola al 20% per le eredità superiori a 5 milioni di euro per la parte eccedente tale soglia. Verrebbe inoltre mantenuta la franchigia prevista attualmente: continuerebbero quindi a non essere colpiti i beni fino a un milione di euro di valore per ciascun erede.

Chi oggi riceve in successione o donazione beni immobili o diritti su beni immobili paga una aliquota del 4% del valore netto se l’erede è il coniuge o un parente in linea retta, con una franchigia di un milione di euro; del 6% sul valore complessivo netto eccedente i 100.000 euro, se l’erede è fratello o sorella o senza alcuna franchigia se è parente fino al quarto grado; dell’8% in tutti gli altri casi senza applicazione di alcuna franchigia. La proposta di Letta poggia anche sul fatto che l’aliquota di tassazione per eredità o donazioni, anche sopra i 5 milioni di euro, tra genitori e figli, in Italia, è attualmente tra le più basse d’Europa, appunto al 4%. In Germania è al 30%, in Spagna al 34%, in Gran Bretagna al 40% e in Francia al 45%.

Secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, il gruppo di ricerca dell’Università Cattolica guidato da Carlo Cottarelli, il gettito dell’imposta è modesto e significativamente inferiore a quello degli altri principali paesi europei. In base ai dati dell’Ocse, gli incassi sono stati pari a soli 820 milioni nel 2018, ovvero lo 0,05% del Pil (e lo 0,11% delle entrate totali). Si tratta di una cifra lontana da quanto raccolto negli altri principali Paesi europei.

In Francia, per esempio, nel 2018 il gettito dell’imposta su successioni e donazioni è stato pari a 14,3 miliardi di euro, cioè lo 0,61% del Pil: in altre parole, quasi tredici volte il gettito italiano in rapporto al Pil. A quota 0,20-0,25% del Pil troviamo invece la Germania (6,8 miliardi), il Regno Unito (5,9 miliardi al cambio del 2018) e la Spagna (2,7 miliardi). Questo grazie a una struttura dell’imposta diversa da quella italiana: tutti e quattro i Paesi hanno infatti aliquote molto più elevate rispetto a quelle in vigore in Italia (anche superiori al 50% in Francia) e franchigie significativamente più basse. Secondo l’Osservatorio, se si considera un’eredità del valore netto di 1 milione di euro lasciata da un genitore al proprio figlio, in Italia la franchigia di 1 milione è sufficiente a evitare completamente l’imposizione, mentre in Spagna l’imposta ammonterebbe a circa 335.000 euro, in Francia a 270.000, nel Regno Unito a 245.000 e in Germania a 115.000.

 

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