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Voto agli avvocati nei Consigli giudiziari, la svolta del Pd

 Democratici pronti a depositare un emendamento alla riforma del Csm che vada anche oltre il “diritto di tribuna” già previsto dal ddl Bonafede: «Sì al modello ipotizzato da Gianni Canzio», spiega Bazoli
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Due anni fa, prima che l’allora guardasigilli Alfonso Bonafede depositasse alla Camera la riforma del Csm, al solo affiorare delle prime bozze si scatenò una reazione molto severa dell’Anm. E non per il sistema elettorale, non per il sorteggio nella scelta dei togati. Tutt’altro. I contenuti politici da “copertina”, del nascente disegno di legge, erano ancora scossi dai venti contrari nella nuova maggioranza giallorossa, dunque non suscitavano ancora allarme nella magistratura. Su una cosa però il “sindacato” delle toghe individuò con chiarezza il nemico da respingere: l’ipotesi che venisse riconosciuto agli avvocati, e in generale ai “laici”, il diritto di voto all’interno dei Consigli giudiziari anche per le riunioni in cui si decide sulle carriere dei magistrati.

Ci fu una levata di scudi. L’ipotesi rientrò. Si ridusse alla stabilizzazione del “diritto di tribuna”. E così infatti prevede la versione tuttora incardinata alla Camera del ddl Bonafede sull’ordinamento giudiziario: viene istituzionalizzata la partecepazione (senza voto) degli avvocati e dei professori alle riunioni dei “mini Csm” distrettuali anche quando in tali riunioni è prevista l’approivazine del parere da trasmettere al Csm sulla valutazione di professionalità di un magistrato È una norma puntualmente enunciata all’articolo 3 della riforma. Adesso il progetto di “riorganizzazione” della magistratura e del suo autogoverno è nelle mani della nuova maggioranza, della nuova ministra, Marta Cartabia, e della commissione di studio che la guardasigilli ha istituito a via Arenula per formulare ulteriori proposte di riforma. Al momento non c’è una posizione “pubblica” del gruppo di esperti, guidato dal professor Massimo Luciani. Ma di qui a meno di una settimana, giovedì 27 maggio, scadrà il termine per proporre emendamenti, da parte dei gruppi parlamentari, in commissione Giustizia alla Camera. Ebbene, è sicuro che più di una partito di maggioranza proporrà di andare oltre il “diritto di tribuna”. Lo farà siucuramente il Pd.

Lo ha promesso nel documento sulla “Riforma della Giustizia” presentato una settimana fa al Nazareno con il segretario Enrico Letta. Nella parte relativa alla riforma del Csm  si legge testualmente, alla proposta numero 4: «Prevedere per i componenti avvocati e professori universitari dei consigli giudiziari il diritto di intervento e anche di voto sulle deliberazioni inerenti le valutazioni di professionalità dei magistrati». Sarebbe appunto il ritorno alla prima ipotesi formulata dallo stesso Alfonso Bonafede, che potrebbe dunque far convergere i deputati 5 stelle della commissione Giustizia sull’estensione. Non solo, perché sul più forte peso dell’avvocatura nei Consigli giudiziari, e dunque nel cosiddetto autogoverno locale, sono pronti a convergere tutti i partiti del centrodestra e Italia viva.

A dirsi ottimista su un passo che, visti i precedenti, sarebbe assai più coraggioso del previsto, è il capogruppo dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli, voce particolarmente qualificata dal momento che il deputato è anche relatore del ddl sul Csm: «Di certo, come vede, noi siamo assolutamente favorevoli al diritto di voto, a rafforzare la partecipazione degli avvocati nei Consigli giudiziari Riteniamo si possa così favorire una maggiore trasparenza nell’autogoverno e nelle valutazioni di professionalità. Devo dire, anche come relatore della riforma, di aver già percepito una convergenza di massima da parte di diverse altre forze politiche su questa modifica». Bazoli spiega anche di essere molto interessato dalla riflessine condotta sui Consigli giudiziari, negli ultimi anni, dall’ex primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio: «So che anche nei suoi interventi al Csm ha proposto di riconoscere il diritto di voto agli avvocati e in particolare di istituzionalizzare un meccanismo per cui il rappresentante di ciascun Foro nel Consiglio giudiziario sia il presidente dell’Ordine. Una figura istituzionale che, per tale carattere, potrebbe assicurare autorevolezza, solidità e garanzia a una rafforzata funzione dell’avvocatura nell’autogoverno: A me sembra una proposta molto valida, e credo che a breve la tradurremo in un vero e proprio emendamento del Pd». Sembrava un muro difficile da scalfire. Poterebbe essere abbattuto. Vediamo se accadrà davvero. Ma è difficile credere che su una proposta del genere, vista l’attuale maggioranza, possa crearsi un fronte contrario.

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