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Mattarella ribadisce il no al secondo mandato, però…

Il capo dello Stato, per la terza volta, annuncia la sua intenzione di ritirarsi a fine settennato. Proprio come fece Napolitano, poi costretto dagli eventi a cambiare idea
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«Tra otto mesi il mio incarico termina. Io sono vecchio, e potró riposarmi». Ieri, per la terza volta in una manciata di settimane, Sergio Mattarella è tornato a ribadire l’intenzione di ritirarsi quando, il prossimo marzo, scadrà il suo mandato al Quirinale.Come replicando indirettamente agli appelli e alle pubbliche discussioni circa la possibilità di una sua rielezione, stavolta il presidente parlava a una scolaresca, e dunque è stato più semplice e spontaneo il riferimento all’età, e a una certa stanchezza, inevitabile portato – per Mattarella al Quirinale, come fu per Draghi nei 9 anni passati a spada tratta in difesa dell’euro – di certi onorabilissimi quanto onerosissimi incarichi. Ma con questo, non si placherà di certo l’italica “sindrome Napolitano”.

La possibilità di una rielezione, per Mattarella come fu per Napolitano, è certamente vincolata alla disponibilità individuale. Ma per Mattarella come fu per Napolitano viene determinata da un complesso di fattori. E nella più che settantennale storia dell’istituzione solo un presidente, Sandro Pertini, esplicitó la propria disponibilità ad un secondo mandato, ottenendo peraltro una molteplicità di argomentate contrarietà. Perché la Costituzione non vieta un secondo mandato, e anzi neppure lo cita, disponendo però l’impossibilità che il capo dello Stato sciolga le Camere negli ultimi sei mesi del settennato (il famoso semestre bianco) proprio per sgombrare il campo dall’eventuale dubbio che il capo dello Stato possa compiere qualche atto in vista della propria rielezione. E di questo parlò, commemorando Antonio Segni, proprio Mattarella, quando qualche settimana fa dichiaró di fatto la propria indisponibilità a una rielezione con un discorso politico nel quale ha manifestato la propria adesione a quello che era un pensiero di Segni: modificare la Costituzione iscrivendovi l’impossibilità del secondo mandato, e abolire contestualmente il semestre bianco.Perché poi, sul tema della rielezione esiste discussione tra i costituzionalisti dacché esiste la carica di presidente della Repubblica.

E fino alla rielezione di Napolitano, determinata come si ricorderà da drammatiche circostanze politiche, non c’erano precedenti: argomento questo essenziale nell’arco delle discussioni, insieme a quello dell’età, che fu cruciale nel caso di Pertini. Anche di Carlo Azeglio Ciampi si seppe, in via però non ufficiale, che era disponibile a un secondo mandato, ma in via ancor meno ufficiale si seppe anche che fu la consorte Franca Pilla a farlo riflettere: basta così, a un certo punto avrai novant’anni, fu più o meno l’argomento offerto con la consueta apprezzatissima schiettezza.Anche Giorgio Napolitano si disse, come Mattarella, indisponibile, e per tre volte. La prima fu proprio rispondendo a un bambino al Quirinale, perché Napolitano riceveva scolaresche con una certa regolarità. «Presidente, ma lei si ricandiderà?» chiese il pargolo in diretta televisiva, e venne il sospetto che fosse imparentato con il quirinalista di un importante quotidiano (sospetto in verità mai fugato) perché proprio in quei giorni si discuteva pubblicamente della cosa. No, rispose Napolitano, «l’anno prossimo avrò 86 anni, un po’ troppi, da maggio 2013 potremo vederci ancora, ma io sarò un privato cittadino». Andó, come sappiamo, diversamente.

La politica che non riusciva ad eleggere un nuovo capo dello Stato, dopo aver bruciato con una pantomima da avanspettacolo il nome di Franco Marini (con i parlamentari che giocavano col nome del “candidato” sulla scheda), e dopo il famoso agguato dei 101 a Prodi che sconsiglió qualunque altro tentativo. I leader politici, a cominciare dal segretario del Pd Bersani e per finire con Silvio Berlusconi, andarono letteralmente col cappello in mano a supplicare Napolitano di accettare un secondo mandato. L’Italia, che stava già dando spettacolo sulla scena internazionale non riuscendo a formare un governo (quello di Enrico Letta nascerà il 28 aprile 2013, esattamente 8 giorni dopo la rielezione di Napolitano) non poteva continuare a dar spettacolo. Napolitano accettò, e ricambió con un discorso di insediamento in cui strigliava vigorosamente la politica italiana. La quale, redarguita, si spelló le mani ad applaudirlo, mostrandosi definitivamente nei panni dei Sonnambuli di Broc. Fu subito chiaro che non avrebbe ultimato il settennato, infatti diede poi le dimissioni meno di due anni dopo, e ancora molto oltre si seppe che all’epoca era già seriamente malato.

Proprio come ogni presidente è a sé, anche ogni elezione presidenziale lo è. I gravi problemi – anche politici – dell’Italia di oggi non sono gli stessi dell’Italia di ieri. Ma ogni elezione risponde ed è il frutto di una congerie complessa di fattori, nazionali e perfino internazionali. Che cosa accadrebbe se la politica nuovamente non riuscisse a trovare unità su un nome condiviso? E quali potrebbero essere i nomi, che debbono avere un’autorevolezza tale da garantire il Paese e la sua stabilità anche sulla scena internazionale? Si sa che il principale è, quasi inevitabilmente, quello di Mario Draghi. Ma cosa accadrebbe se a marzo 2022 ci fosse ancora bisogno (come probabile) di una sua presenza a Palazzo Chigi per garantire l’implementazione dei fondi Recovery? E per cominciare a dar risposta a queste domande occorre non solo il nome di un candidato credibile: occorre anche un serio regista dell’elezione. Marzo 2022, per faccende come queste, è come fosse domattina.

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