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«Non volete la riforma». «No, voi!»: il valzer dei partiti attorno a Cartabia

Esame da avvocato, oggi in cdm il decreto Cartabia
Polemiche Pd-Lega sulla Giustizia: sono "falli di frustrazione" legati all'impossibilità di piantare bandierine sui ddl della ministra. Che intanto ricorda che per battere il crimine «va assicurato il pieno rispetto dei diritti anche a imputati, condannati e detenuti»
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Di fine settimana nervosi ce ne saranno ancora. L’ultimo è stato da bollino nero. Sabato, in particolare, Matteo Salvini ed Enrico Letta si sono sfidati a distanza sulla riforma della giustizia. «Cartabia può avere le idee chiare, ma se sei in Parlamento con Pd e M5S, per i quali chiunque passa lì accanto è un presunto colpevole, è dura», ha detto il capo della Lega. Gli ha risposto il numero uno del Nazareno, con un perentorio invito a lasciare la maggioranza. Chiosa da Palazzo Chigi: fonti vicine al premier Mario Draghi si sono richiamate alla tabella di marcia sul Recovery, «poi verranno gli altri punti in agenda», hanno ricordato. Anche la ministra della Giustizia Marta Cartabia, è stato fatto notare, compie «gli opportuni approfondimenti» e comunque «si procederà un passo alla volta».

Vanno bene le schermaglie, insomma, ma il governo non deve essere tirato per la giacchetta. Fino ai postumi delle ultime ore, con Giulia Bongiorno, responsabile Giustizia del Carroccio, che “rinnova la fiducia” alla guardasigilli ma critica i limiti ai ricorsi in appello per gli imputati, ed Eugenio Saitta, capogruppo pentastellato nella commissione Giustizia di Montecitorio, che con perfetta simmetria ieri ha espresso perplessità sull’idea di «abolire la possibilità di proporre appello per il pm». Sembra un canovaccio banale, un po’ lo è, e forse è il sintomo indiretto che i piani del premier e della guardasigilli funzionano. Perché? Semplice: se i partiti sferragliano per affermare la loro identità, soprattutto sulla sempre gettonatissima materia penale, è perché vedono nell’equilibrio di Cartabia la tomba dei loro slogan. Salvini si aggrappa ai referendum promossi dal Partito radicale anche perché sa di non poter avere altri margini di visibilità sulla giustizia.

Il Movimento 5 Stelle è già preparato a dover cedere il totem della prescrizione, una propria bandiera, perciò prova a far pesare la propria linea su altri aspetti della riforma. D’altra parte proprio il capogruppo Saitta ammette che anche sull’appello «sarà necessario attendere le effettive proposte della ministra». Giusto. E gli emendamenti di via Arenula arriveranno a breve, entro questa settimana, in modo che i gruppi parlamentari possano mettere in cantiere i subemendamenti al ddl penale e che si possa poi entro la fine di maggio iniziare davvero a votare sulla riforma in commissione. Ma appunto, è inutile illudersi: stavolta la giustizia lascerà poco spazio ai partiti. È un problema politico, che avvertono tutti e che spiega come mai le tensioni generali fra l’asse giallorosso e la Lega si siano concentrate proprio sul processo: è una specie di fallo di frustrazione. Niente di più.

Chi invece lavora sui contenuti è proprio Cartabia. Che è intervenuta ieri alla trentesima sessione della Commissione Onu per la prevenzione del crimine e per la giustizia penale ( Ccpcj), tenutasi a Vienna, dove ha avuto la forza di ribadire l’impianto garantista del proprio mandato: «Non si può sottovalutare che il pieno rispetto dei diritti umani delle persone imputate e condannate, così come dei detenuti, sia un presupposto essenziale per un’efficace cooperazione internazionale e per un’efficace lotta alla criminalità», ha detto. Un messaggio di grande valore anche considerata l’iniziativa che a breve governo e Parlamento italiani dovranno assumere sull’ergastolo ostativo: la legge sollecitata dalla sentenza della Consulta è destinata ad affermare perfettamente il principio secondo cui lo Stato di diritto vince se viene fatto valere anche con i peggiori criminali.

Cartabia vede la guardasigilli austriaca e vertice Unodc

Cartabia ha quindi avuto due incontri bilaterali a margine della sessione Onu. Il primo con la ministra della Giustizia austriaca Alma Zadi, alla quale ha chiesto notizie sull’iter di ratifica, da parte di Vienna, dell’accordo che istituisce il Tribunale unitario europeo dei Brevetti e, si legge in una nota di via Arenula, «ha illustrato la candidatura di Milano a ospitare una delle sezioni della divisione, sollecitando l’appoggio di Vienna». Nel secondo “bilaterale” Cartabia ha visto Ghada Fathi Waly, direttore dell’Unodc, l’Ufficio Onu su narcotraffico e crimninalità, con il quale si è confrontata «sulle attività in corso, nel contrasto al traffico di esseri umani, tema cui è dedicata la trentesima edizione della Ccpcj, e la necessità di rafforzare la cooperazione giudiziaria transnazionale». La ministra ha richiamato con Whali «l’eccellente dialogo esistente a vari livelli tra Italia e Unodc», anche grazie alla convenzione di Palermo del 2000, «di cui è stato approvato a ottobre 2020 un meccanismo di revisione fortemente sostenuto dall’Italia». Waly ha voluto valorizzare, con la guardasigilli italiana, l’accordo firmato tra Unodc e Fondazione Occorsio che favorisce l’uso dell’intelligenza artificiale nella lotta al crimine organizzato.

 

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