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Lo scontro tra “alleati” e il rischio di bloccare le riforme per il Recovery

Semplificazioni, fisco, giustizia. Le riforme chieste da Bruxelles per accedere alle risorse del Recovery dovranno essere fatte in tempi brevissimi. Non sarà un compito semplice. Le varie anime della maggioranza sono state sin qui impegnate a dimostrarsi incompatibili, opposte, belligeranti
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Al momento della presentazione del Pnrr al Parlamento e subito dopo dell’invio del Piano a Bruxelles il primo e fondamentale decreto, quello sulle Semplificazioni, era già pronto e nelle mani del ministro della Transizione Cingolani. Tempistica adeguata dal momento che solo il varo immediato di quel provvedimento consentirà di procedere poi rapidamente con gli investimenti, senza vederli al palo o affondati nella palude dei regolamenti e delle certificazioni che di solito impediscono all’Italia di spendere in contributi europei. Miliardi, non spicci, pur se meno copiosi del Recovery Fund.

Però il decreto non è ancora arrivato al cdm. I tecnici di Cingolani lo stanno riscrivendo. Perché semplificare vuol dire regolamentare, o almeno abbassare l’asticella delle regole e per riuscirci bisogna passare due filtri: quello politico dei partiti come il M5S, che invece hanno sempre puntato proprio su regole fitte e controlli preventivi, ma anche dei ministeri, come quello della Cultura. È solo la mossa di apertura e anche questa segna il passo. Draghi vorrebbe che il cdm licenziasse il decreto entro il 20 maggio, venerdì prossimo, accomapgnandolo a quello sulla governance, pietra dello scandalo per il governo Conte e che invece stavolta filerà liscio. La governance si chiama Mario Draghi. Lo sapevano tutti dall’inizio della nuova esperienza di governo. Faceva parte delle regole d’ingaggio. Anche le semplificazioni, in realtà, facevano parte di quelle regole, ma lì la faccenda è molto più complicata perché si tratta di tenere in equilibrio le ragioni della fretta e quella dei controlli a cui i 5S non vogliono rinunciare col bilancino.

Ma questo è appunto l’antipasto, la mossa d’apertura. Quando si arriverà, entro luglio nella tabella di Draghi alla riforma fiscale, sulla graticola starà la Lega ma quando si dovranno rivedere le norme anticorruzioni, altra palla al piede di qualsiasi progetto, ci tornerà il Movimento. Senza contare Regioni e Comuni, che devono materialmente gestire i progetti, e i poteri economici, che faranno il possibile per stemperare l’impatto sull’oligopolio della riforma della Concorrenza.

Insomma, il momento della verità si avvicina. Stando a quanto si è vesto sinora, le previsioni dovrebbero essere fosche. Le due anime della maggioranza, più che a cercare un amalgama sia pur momentaneo, sono state sin qui impegnate a dimostrarsi incompatibili, opposte, antagoniste, belligeranti, inconciliabili. Sono andate a cercare col lanternino bandiere che potessero provocare la reazioni scomposta degli avversari, pardon degli alleati di maggioranza. Quale altro senso può avere la scelta di Letta di tirare fuori dal cilindro lo ius soli se non quello di pestare i calli alla Lega? A cos’altro serve la trovata leghista di mettere in campo il referendum sulla giustizia se non a far imbufalire i 5S e il Pd? Per tacere della guerra di religione sulle riaperture o, peggio, sullo spostamento del coprifuoco di un’oretta con qualche giorno di anticipo o di ritardo. Insomma, se su questioni che non hanno alcune possibilità di tradursi in legge come queste si scatena la battaglia, cosa succederà quando in ballo ci saranno scelte concrete e incisive, non bandierine da sventolare al comizio?

È possibile che davvero a quel punto il fragile edificio della maggioranza di Draghi crolli o finisca per essere paralizzato dai conflitti interni. Però non è affatto detto. Proprio le rumorose battaglie combattute da settimane ma con le armi caricate a salve potrebbero indicare un esito opposto. La difesa in fondo innocua dei vessilli può anche essere utile, e forse necessaria, per raggiungere il compromesso sulla sostanza senza perdere troppo la faccia e in fondo la guerricciola sulle riaperture si è conclusa con un odg comune, non con mozioni contrapposte come si sarebbe detto inevitabile dopo gli strilli e il polverone alzato nelle ultime settimane.

Draghi ha chiaramente scommesso sulla seconda ipotesi. Per sapere se abbia azzardato la puntata o no ci vorranno mesi. Per iniziare a capirlo basterà vedere se il decreto Semplificazione arriverà al cdm la settimana prossima, o subito dopo, oppure no.

 

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