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La vera riforma della Giustizia? I giudici facciano prima gli avvocati…

Mi pare, a fronte di tanto scrivere e disquisire, che in realtà non si discuta mai in maniera esplicita del punto dolente: della necessità di avere un magistrato giudicante che sia effettivamente terzo ed imparziale, della necessità di sapere che si è indagati da un magistrato dell’accusa che sia distaccato e non influenzato
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Ill.mo Sig. Direttore,

seguo, da quando ho iniziato ad esercitare la professione forense, le ormai annose discussioni sulla riforma della Giustizia e, a tal riguardo, ritengo maturi i tempi per spendere qualche parola, alla luce di quelli che sono gli eventi quotidiani, confidando proprio in quella giustizia finalizzata alla corretta valutazione delle responsabilità penali, senza pregiudizi di sorta, essendo sfegatatamente garantista.

Mi pare, a fronte di tanto scrivere e disquisire, che in realtà non si discuta mai in maniera esplicita del punto dolente, ovvero, si parla di riforme, ma mai di quella necessità di avere un magistrato giudicante che sia effettivamente terzo ed imparziale, della necessità di sapere che si è indagati da un magistrato dell’accusa che sia distaccato, sereno, non influenzato, né influenzabile politicamente, partiticamente, economicamente disinteressato. Se si fosse d’accordo su tali requisiti, potremmo con indubbia serenità affermare che la riforma della magistratura sarebbe compiuta. Sappiamo, invece, che non è così e le ragioni le conosciamo, non fosse altro perché trattasi di argomenti che sono sempre all’ordine del giorno di talché occorre chiedersi quali provvedimenti dovrebbero essere posti realmente in essere al fine di ottenere che tutti i magistrati abbiano i requisiti suddetti.

Ora, senza annegare in fiumi di parole, e fermi restando i casi di astensione e ricusazione previsti nei codici di rito, la “ricetta” iniziale potrebbe essere la seguente: non può svolgere l’ufficio di magistrato colui che non abbia svolto la professione di avvocato per almeno dieci anni (ragion per cui il previo esercizio della professione forense verrebbe assimilato al tirocinio dei legali, che tutti asseriscono essere indispensabile, e che troverebbe legittimazione e giustificazione, parimenti per quanto riguarda la professione forense, nell’indubbia rilevanza della funzione che la magistratura è demandata ad assolvere); la funzione dovrà essere svolta ad una distanza non inferiore a 300 km dal luogo di residenza dei parenti entro il quarto grado in linea collaterale, ed entro il secondo, in linea retta; il coniuge di un magistrato non potrà esercitare la professione di avvocato se non con il rispetto delle distanze di cui al punto che precede; in caso di contenzioso con il coniuge o parenti entro il quarto grado in linea collaterale, e secondo in linea retta, di un magistrato, competente a decidere sarà il giudice territorialmente competente qualora parte in causa fosse il magistrato; l’ufficio potrà essere esercitato per un massimo di cinque anni, prorogabili a sei solo per motivi di studio della prole.

Il trasferimento in altra sede non potrà mai essere nel distretto di Corte competente territorialmente a giudicare il magistrato e dovrà essere sempre in altra regione; le carriere saranno separate e la scelta è immodificabile. Meglio ancora se i concorsi dovessero essere indetti per essere assunti come pubblici ministeri o come giudici; il magistrato non può esercitare, né cumulare, altri incarichi nel modo più assoluto, quand’anche onorari; i CCSSMM (in numero di due, uno per carriera) saranno composti per una metà da magistrati e per l’altra da avvocati e professori universitari. Con legge ad hoc saranno strutturate le Commissioni nelle quali il numero dei magistrati sarà – al più – pari a quello degli altri componenti; abolizione della magistratura onoraria, a meno che anche per questa non si rispettino le distanze di non meno di 150 Km rispetto al luogo dove il magistrato onorario esercita, o ha esercitato, la professione di avvocato; le indagini su operatori di polizia giudiziaria debbono essere sottoposte alla medesima competenza territoriale prevista per quelle sui magistrati; sospensione del diritto all’elettorato attivo e passivo. La Magistratura è un Potere costituzionale e chi ne fa parte è soggetto alla Legge e non concorre a formarla; dimissioni del magistrato qualora questi intenda candidarsi come parlamentare o consigliere regionale o provinciale. La candidatura potrà essere proposta dopo tre anni dalle dimissioni. Il dimissionario non potrà essere più ammesso in alcun ruolo della magistratura, quale che possa essere la funzione (ordinaria, amministrativa, contabile, ecc…).

Mettendo a punto questa “riforma” cosa si otterrebbe? Di certo si eliminerà il possibile “feudo giudiziario” e, almeno in linea di principio, dovremmo avere un magistrato che non dovrebbe avere interessi sul territorio o parentali in genere, o amicali di sorta. In fin dei conti, è questo che si vuole o che si vorrebbe, per avere la separazione dei poteri…netta e…disinteressata perché la magistratura è, nei fatti, un Potere e non un Ordine, come Costituzione avrebbe voluto, essendo il soggetto principale e preminente che (in assenza di quella effettiva parità tra accusa e difesa, che tarda ad arrivare) in nome del popolo italiano, la amministra.

D’altronde, le questioni sui conflitti di interesse vengono sollevate affinché i conflitti non si verifichino e non deve avere alcuna importanza il dubitare che un magistrato sia poco onesto o interessato: occorre far sì che il dubbio non nasca, occorre che la Legge elimini a priori il rischio che possa nascere un qualche conflitto di interesse. Se si dovesse obiettare che il magistrato, a causa di tale “modus vivendi” non avrebbe una vita normale occorrerà rispondere che queste sono le regole e che esercitare l’onorevole ufficio di magistrato non è obbligatorio, in uno a far intendere che le “limitazioni” sono espressione di quello che un Magistrato deve essere, affinché “tutti” siano sicuri che quel Giudice sarà terzo ed imparziale. Essere Giudice significa assumere l’onere del rispetto del principio di Uguaglianza dinanzi alla Legge e, quindi, significa essere tutori della Libertà, diritto che va tutelato prima ancora del diritto alla salute, e sono certo che il concetto sia apodittico.

Avvocato Fiorino Ruggio

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