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Dem e grillini alla ricerca dell’incidente diplomatico con la Lega sul Ddl Zan

Senatori Pd e M5S tentati dal chiedere il passaggio in Aula del disegno di legge contro l’omotransomofobia per rompere con Salvini
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I senatori del Pd e dei 5S sono tentati dal chiedere il passaggio immediato all’Aula del ddl Zan contro la transomofobia, diventato la prima linea dello scontro interno alla bizzarra maggioranza del governo Draghi persino più della sfida sulle riaperture. Sarebbe comunque una forzatura ma a maggior ragione senza un vero ostruzionismo. Quando poi il ddl arriverà in Aula davvero, e probabilmente non sarà faccenda di pochi giorni ma almeno di settimane, la partita diventerà non più facile ma più difficile. Senza modifiche al testo, quelle appunto che la proposta di passare subito all’aula vuole evitare, non è affatto detto che ci sia una maggioranza in grado di approvare la legge così com’è, dal momento che a chiedere di modificarla è anche la Iv di Renzi. Ma soprattutto non ci sarà modo di superare il prevedibile ostruzionismo della Lega, o più precisamente di Calderoli che in queste cose è una specie di prestigiatore. Se presentasse, come è possibile e anzi probabile che faccia, qualche milione o qualche decina di milioni di emendamenti bisognerebbe ricorrere al voto di fiducia. Ma è escluso che il governo faccia un passo simile su un provvedimento che non è suo ma parlamentare, al prezzo di una spaccatura della sua maggioranza che sarebbe comunque esiziale.

La spinta verso lo scontro frontale sulla legge Zan sarebbe dunque incomprensibile se in ballo ci fosse solo una legge contro le violenze o le discriminazioni ai danni di gay e trans. La via maestra, e anzi la sola via percorribile, sarebbe una mediazione, come avvenne nel 2016 per la legge sulle Unioni civili, approvata nel 2016 grazie allo stralcio della norma sulla stepchild adoption. Il dl Zan, del resto, è criticato non solo dalla destra ma anche da numerosi esponenti del fronte progressista, inclusi gay, lesbiche e femministe: alcune correzioni, oltre a essere opportune, non suonerebbero come ‘ resa’ alla destra e comunque appaiono imprescindibili per consentire il passaggio della legge, sia pur modificata e dunque desinata a tornare alla Camera.

La tentazione di forzare la mano a ogni costo non risponde dunque all’esigenza di approvare la legge. In parte è questione d’immagine e propaganda: è sul fronte dei diritti civili che il fresco segretario del Pd vuole marcare la differenza e la contrapposizione con la destra per arrivare alle elezioni politiche avendo accreditato un’immagine del confronto elettorale come scontro tra la squadra dei diritti contro quella del razzismo e dell’omofobia. Ma in parte si tratta invece di forzare quello scontro interno alla maggioranza che negli auspici di buona parte del Pd, dei 5S e di LeU dovrebbe concludersi con lo strappo della Lega. È evidente che anche la massima drammatizzazione dello scontro sulla legge Zan non basterebbe a provocare la rottura della maggioranza: per questo sarebbe necessaria una disponibilità di Draghi a schierarsi senza mezze misure con l’ala sinistra della sua maggioranza che non è neppure immaginabile. Lo scontro all’arma bianca porterebbe però la tensione alle stelle e preparerebbe il terreno per l’unica realistica, ancorché molto improbabile, possibilità di rottura: quella sulle riforme.

Su quel fronte le cose stanno i fatti diversamente. Sia la legge sulle semplificazioni che quella sull’anticorruzione sono materiale potenzialmente esplosivo. Parte decisiva delle pastoie burocratiche che ostacolano gli investimenti è infatti costituita dalle regole volute dai 5S, che ne hanno sempre fatto la loro bandiera. Anche per la Lega il tema è però un cavallo di battaglia, naturalmente in senso opposto a quello dei 5S. Qui lo scontro potrebbe diventare acerrimo e non fosse che il governo probabilmente si spenderà in direzione più vicina alle posizioni leghiste che a quelle pentastellate, l’obiettivo essendo proprio facilitare gli investimenti anche allentando i controlli preventivi.

Più delicata la riforma fiscale. Draghi ha annunciato sin dalla costituzione del governo di volersi muovere in direzione di una fiscalità progressiva, come del resto imposto dalla stessa Costituzione. Il partito che aveva fatto della Flat Tax il proprio argomento numero uno in campagna elettorale non sarà facile accettare un indirizzo opposto al proprio. A palazzo Chigi, come al Quirinale, tutti scommettono che Salvini si rassegnerà. Ma in casi di questa delicatezza la disponibilità alla mediazione a anche una certa dose di finzione diplomatica sono essenziali. Draghi, che non ha alcuna intenzione di spingere la Lega fuori dalla maggioranza, sarà certamente disposto a fare il possibile per evitare la rottura. Uno scontro quanto più drammatizzato possibile sul dl Zan servirebbe invece allo scopo opposto: rendere ogni tentativo di mediazione sulle riforme molto più impervio.

 

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