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Caso Floyd, ora i legali di Chauvin chiedono un nuovo processo: “Troppa pressione mediatica”

Secondo la difesa dell'ex agente condannato per l'omicidio dell'afroamericano George Floyd, la pressione mediatica sul caso non avrebbe garantito a Chauvin un giusto processo. A invalidare il verdetto ci sarebbe anche la foto di un giurato che prende parte alla marcia anti razzista dello scorso agosto a Washington
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I legali dell’ex agente di polizia Derek Chauvin, condannato a fine aprile per l’omicidio dell’afroamericano George Floyd, hanno presentato ricorso in appello e chiesto un nuovo processo. E questo perché, sostiene l’avvocato Eric Nelson, al poliziotto di Minneapolis è stato negato il diritto a un processo equo. Chauvin, riconosciuto colpevole per tutti e tre i capi di imputazione – omicidio non intenzionale di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado – rischia fino a 40 anni di prigione.

Secondo il legale della difesa, sul verdetto avrebbe influito non solo la pressione mediatica «basata sul tema razziale», ma anche la cattiva condotta di accusa e giuria. «La pubblicità qui era così pervasiva e così pregiudizievole prima e durante questo processo che equivaleva a un difetto strutturale nel procedimento», ha scritto Nelson. Gli esperti legali hanno sostenuto che l’avvocato difensore di Chauvin potrebbe addurre come motivazione il caso del giurato Brandon Mitchell, ritratto mentre partecipava alla marcia dello scorso 28 agosto a Washington guidata dal movimento Black Lives Matter. Secondo quanto riportano i media americani, Mitchell, nero di 31 anni, appare in una foto mentre indossa una maglietta con un’immagine del leader dei diritti civili Martin Luther King Jr,  corredata dalla frase «Get Your Knee Off Our Necks» (“via le vostre ginocchia dalle nostre spalle”, slogan dell’evento)  e dalle lettere «BLM», che sta per Black Lives Matter. Il giurato da parte sua si ha spiegato di aver partecipato all’evento non per protestare contro l’omicidio Floyd, ma per commemorare la celebre marcia del 1963 a Washington, durante la quale Luther King tenne il discorso “I have a dream”. Sembra comunque che la questione non sia stata menzionata nella memoria presentata oggi dai legali di Chauvin.  Nella mozione si sostiene invece che il tribunale abbia abusato della sua discrezionalità, negando le richieste di un cambiamento di sede e un nuovo processo. La sentenza per l’ex agente è attesa tra un paio di settimane, mentre il 23 agosto partirà il processo agli altri tre ex agenti che erano con Chauvin, accusati di favoreggiamento.

Il processo

Nelle argomentazioni finali a processo, l’accusa ha sostenuto che Floyd è morto per il fatto che Chauvin abbia tenuto il ginocchio sul suo collo per diversi minuti, ignorando i presenti e il fatto che l’uomo continuava a ripetere la frase: «I can’t breathe» («non riesco a respirare»). La difesa, invece, ha sostenuto che Chauvin, che è stato poi licenziato, abbia agito in modo ragionevole e che il 46enne Floyd sia morto per avere assunto droghe e per problemi cardiaci pregressi.  La giuria era composta da 12 persone, sei bianchi e sei non bianchi, di cui quattro afroamericani; sette erano donne e cinque uomini. Già prima del verdetto, in una Minneapolis blindata dalle forze dell’ordine, non erano mancate polemiche per la grande attenzione mediatica riservata al caso. Il giudice che ha presieduto il processo, Peter Cahill, aveva infatti bacchettato la deputata democratica, Maxine Waters, per le dichiarazioni «irrispettose» sull’esito del verdetto. Parlando con i giornalisti durante una manifestazione nel weekend a Brooklyn Center, il sobborgo di Minneapolis dove dieci giorni fa un altro afroamericano, il ventenne Duante Wright, è stato ucciso dalla polizia, la democratica afroamericana aveva detto di aspettarsi «la condanna» di Derek Chauvin. «Spero che il verdetto decreterà colpevole, colpevole, colpevole, e se non sarà così noi non ce ne andremo», aveva dichiarato la democratica ai manifestanti. «Vorrei che i rappresentanti eletti smettessero di parlare di questo caso, soprattutto in modo che non è rispettoso dello stato di diritto e della magistratura», ha replicato quindi il giudice sottolineando che le parole di Waters potrebbero spingere i dimostranti ad essere violenti in caso di assoluzione. Il giudice non aveva comunque accolto la richiesta della difesa di dichiarare “mistrail”, cioè annullare il processo, a causa delle parole di Waters ma ne aveva censurato la condotta.

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