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Il ruolo del Terzo Settore in carcere e nell’esecuzione penale esterna

Il Terzo Settore rientra nel piano di inclusione e coesione del Recovery Plan ed è inserito anche nel discorso che riguarda le carceri
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Il Terzo Settore che rientra nel piano di inclusione e coesione del Recovery Plan è inserito anche nel discorso penitenziario. Ma perché è così fondamentale? La presenza del Terzo Settore nelle carceri è sempre più segnata dalla cultura del progetto, sia individuale che collettivo, finalizzato all’inclusione sociale e alla rieducazione attiva. Le attività svolte dagli operatori del Terzo Settore (ma anche dei volontari, figura indispensabile) sono molteplici e diversamente diffuse Quelle maggiormente praticate sono quelle culturali o di animazione socio-culturale che coinvolgono molti detenuti. Anche il prestito di libri e riviste e la gestione della biblioteca dell’istituto e la redazione di un giornale interno sono compiti praticati dai volontari e operatori della comunità – e talvolta gestiti insieme ai detenuti – e vanno nella direzione di favorire l’interiorizzazione di valori e di conoscenze e l’espressione di una partecipazione agli eventi in grado di promuovere sensibilizzazione e spirito critico nelle persone coinvolte. Sono le attività che, insieme a quelle ricreative e sportive elevano il clima relazionale del carcere rendendolo vivibile. Seguono, ma più praticate dagli assistenti volontari, le attività che si basano su di un rapporto personalizzato in funzione dell’ascolto attivo, del sostegno morale e psicologico a beneficio di soggetti deprivati di una normale vita relazionale.

Al terzo posto in ordine di diffusione vengono le attività religiose, sia quelle a spiritualità cristiana che di altre confessioni per la elevata presenza nelle carceri italiane di immigrati che chiedono di poter professare la propria fede religiosa da cui ricavare presumibilmente anche un conforto morale e un contatto culturale in un momento di difficoltà. Sono attività importanti non solo in termini identitari ma anche perché costituiscono una occasione di interiorizzazione o consolidamento di valori di senso per la propria vita. Importanti sono al riguardo le diverse attività formative e scolastiche, le prime svolte quasi esclusivamente dagli operatori ammessi con l’art. 17 e che si basano su veri e propri corsi. Molto meno praticate sono le attività collegate con il lavoro, sia in carcere che all’esterno per dare alternative concrete alle scelte di vita delle persone ristrette. Piuttosto diffusa è invece il sostegno materiale vero e proprio, soprattutto con l’assegnazione di indumenti ai soggetti privi di qualunque possibilità di rifornirsene o impossibilitati ad ottenerli attraverso l’assistenza pubblica. Sì, perché c’è un numero cospicuo di detenuti che presentano delle marginalità sociali.

Ma il Terzo Settore è importante soprattutto per l’accoglienza esterna dei detenuti, utile per le misure alternative al carcere. Parliamo delle misure di comunità. Attualmente il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria spende il 97% dei fondi assegnatili per mantenere gli oltre 200 istituti di pena del territorio, quasi 3 miliardi ogni anno. Un investimento a perdere se si calcola l’altissimo tasso di recidiva, che porta gli stessi soggetti ad affollare nuovamente le stesse strutture dalle quali dovevano uscire invece rieducati e reinseriti nel contesto sociale. L’esecuzione penale esterna è quella che riceve meno soldi di tutti. Investire in esecuzione esterna significa anche non lasciare soli gli autori e le vittime, mentre nel sistema attuale i primi spesso sviluppano sentimenti di vittimizzazione e i secondi si sentono abbandonati dalle istituzioni preposte a difenderli. Va dato atto che c’è una crescita esponenziale delle misure di comunità grazie al Terzo Settore. Incrementarle sia completando la riforma dell’ordinamento penitenziaria, sia con i fondi, vuol dire che potremmo fare a meno di costruire nuove carceri.

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