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28 aprile 1977: così moriva Fulvio Croce, che prima della vita mise il diritto

Avvocato ed ex partigiano, Fulvio Croce fu assassinato 44 anni fa in un agguato delle Brigate Rosse. Le stesse che cinque giorni dopo avrebbe difeso in Aula
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L’avvocato è necessario, anche quando è sgradito. Fulvio Croce di questo doveva essere certo quando decise di presentarsi in Tribunale con un bersaglio sopra la testa. L’allora presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino morì per mano di coloro che lui stesso avrebbe difeso, le Br, e offrì con la vita l’unica risposta possibile al cortocircuito giudiziario che si veniva creando: lo Stato di diritto prevale, ci insegna Croce, sopra lo Stato stesso e su chi gli si oppone.

Questa parte di Storia che dura ancora finì per chi la scrisse un pomeriggio di 44 anni fa, il 28 aprile 1977: Fulvio Croce – settantasei anni, civilista, ex partigiano – sta rientrando al suo studio in via Perrone, Torino. Scende dall’auto e si avvia a piedi sotto una pioggia scrosciante. Lo accompagnano due segretarie, trattenute con una scusa poco prima di superare l’androne. Un giovane urla “Avvocato!”: Croce fa per voltarsi quando cinque colpi di arma da fuoco lo raggiungono al torace e alla testa. Muore sul posto. I suoi assassini, tre uomini e una donna in tutto, si allontanano rapidamente su una Fiat 500 che li attende con un quarto uomo alla guida. Si trattava di Rocco Micaletto, riconosciuto come autore materiale, Lorenzo Betassa e Angela Vai, suoi complici, e Raffaele Fiore, l’autista.  I proiettili erano partiti da una Nagant M1895, la stessa arma di costruzione cecoslovacca che sette mesi dopo avrebbe ucciso il vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno. Alla “Stampa” arrivò anche la notizia: quello stesso pomeriggio di aprile le Brigate Rosse rivendicarono con una telefonata l’omicidio. E il movente fu chiaro a tutti: cinque giorni dopo Croce avrebbe dovuto difendere in Aula gli imputati del maxiprocesso ai “capi storici” delle Brigate Rosse, violando così l’ordine che l’organizzazione aveva impartito.

«Gli avvocati nominati dalla corte sono di fatto degli avvocati di regime. Essi non difendono noi, ma i giudici. In quanto parte organica ed attiva della contro- rivoluzione, ogni volta che prenderanno iniziative a nostro nome agiremo di conseguenza», recitava la sentenza di condanna che gli imputati avevano pronunciato un anno prima, all’udienza del 25 maggio 1976, ricusando la difesa. Il processo era iniziato il 17 maggio 1976, e in occasione della prima udienza, il “compagno Mao” Maurizio Ferrari lesse per conto degli altri 44 imputati – tra i quali Renato Curcio, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari – un comunicato: «Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse, e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo, gli imputati non hanno niente da cui difendersi. Mentre al contrario gli accusatori, hanno da difendere la pratica criminale, antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano. Se difensori dunque devono esservi, questi servono a voi egregie eccellenze. Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai nostri avvocati il mandato per la difesa, e li invitiamo nel caso fossero nominati di ufficio, a rifiutare ogni collaborazione con il potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale, e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello Stato».

La dichiarazione ottenne l’effetto sperato: il processo si impantanò in una dolorosa palude, gli ingranaggi della giustizia scricchiolarono fino a fermarsi. Nessuno, dei difensori d’ufficio che furono nominati, volle l’incarico. E al presidente della Corte non restò che assegnare il mandato al presidente del Consiglio dell’Ordine, come prevedeva l’articolo 130 comma 2 dell’allora codice di procedura penale. Croce accettò, così ripristinando la grammatica processuale e la funzione stessa dell’avvocato con “lealtà, onore e diligenza”, come sancisce l’articolo 8 della legge professionale forense. Il processo fu rinviato, la nuova udienza fissata al 3 maggio 1977. Ma quel giorno in Aula Croce non poté presentarsi.

Il Foro di Torino insorse: chi, all’interno del Consiglio dell’Ordine, avrebbe accettato l’incarico dopo quell’efferato omicidio? Seguirono ancora rinvii, anni bui di sangue ed esecuzioni. Nel 1978 il processo finalmente riprese e si concluse il 23 giugno di quello stesso anno. Al collegio di difensori si aggiunse volontariamente il nuovo presidente del consiglio dell’Ordine di Torino, Gian Vittorio Gabri. Degli imputati, 29 furono condannati, 15 assolti. Il 20 febbraio 1980, fu arrestato a Torino e condannato a tre ergastoli Rocco Micaletto. Il suo complice, Lorenzo Betassa, morì pochi mesi dopo a Genova, in uno scontro a fuoco con la polizia. Angela Vaila donna che aveva il compito di allontanare le segretarie, venne fermata nello stesso anno, processata e condannata all’ergastolo.

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