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Draghi il “garante” e quello «sforzo corale» per mettere al sicuro il Pnrr

Mario Draghi
Agli occhi della Ue fa fede l'impegno personale del capo del governo a raggiungere gli obiettivi prefissati. Ma per mantenere la parola data serve la collaborazione dei partiti
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La risposta alla domanda “Perché Draghi?”, avanzata spesso sui social dai nostalgici del governo giallorosso ma in realtà abbastanza diffusa anche nella ex maggioranza del governo Conte, sia pur con molta discrezione, è arrivata sabato scorso nelle lunghe ore intercorse tra l’orario fissato per l’inizio del Cdm incaricato di varare il Pnrr e l’inizio effettivo della riunione, quasi 12 ore più tardi.

Sulla realtà del contenzioso tra Roma e Bruxelles che ha determinato il ritardo c’è in realtà poca chiarezza e ancor meno ce n’è su come l’ostacolo sia stato superato. Un punto chiaro però c’è: la garanzia personale del presidente del Consiglio è stata determinante.Le possibilità di un blocco del Piano italiano, che avrebbe comportato probabilmente un ritardo sul termine previsto per la consegna a Bruxelles, il 30 aprile, erano in realtà remote. Però lo stop della Commissione, passato per una prima telefonata della presidente von der Leyen ha un senso preciso. È un monito e un avvertimento: l’Italia non pensasse di cavarsela con qualche gioco di prestigio e non s’illudesse di contare su un agenda flessibile. Gli obiettivi devono essere raggiunti. I vincoli, in particolare sull’assenza di impatto negativo sull’ambiente vanno rispettati. La tempistica è rigida. Su ciascuno di questi fronti nevralgici, ma in particolare sulle riforme strutturali necessarie per rispettare le scadenze in questione, agli occhi della Ue fa fede l’impegno personale di Mario Draghi. Senza di lui le cose sarebbero andate meno lisce, la sorveglianza sull’Italia molto più occhiuta e diffidente, la strada ancor più in salita.

Le conseguenze dell’accordo raggiunto sabato tra il governo italiano e la commissione sono di notevole portata. La protesta dei parlamentari dell’opposizione ma anche e in larghissima misura della stessa maggioranza per il mancato coinvolgimento delle Camere sono giuste e giustificate ma anche destinate a restare lettera quasi morta. Il premier non è solo il nocchiero ma anche il garante del Piano: lo gestirà in prima persona, coinvolgendo i ministri interessai, peraltro tutti tranne Speranza tecnici scelti da lui, solo per quanto necessario. Il Parlamento resterà a bordo campo.In compenso sarà essenziale contare sulla efficienza delle Regioni e su un coordinamento adeguato fra Stato e Regioni, dal momento che saranno queste ultime a dover gestire materialmente buona parte delle “missioni”. Quando alla Camera, ieri, Draghi ha detto che solo «uno sforzo corale» permetterà il successo del Piano non parlava per complimento. Ciò tuttavia rende impossibile il miraggio che pure una parte della maggioranza vagheggia di una fuoriuscita della Lega dalla maggioranza. La realtà è opposta. Draghi ha bisogno della Lega e se ciò comporterà il subire le campagne propagandistiche di Salvini o il ritrovarsi più impigliato del dovuto in una questione di secondaria importanza come un’ora in più o in meno di coprifuoco solo per poche settimane accetterà di buon grado. L’importante è che sul fronte del Pnrr nessuno freni o remi contro.

La scommessa inciderà sulla nomina del prossimo capo dello Stato. Solo se il progetto sarà non solo incardinato ma anche robustamente avviato Draghi potrà passare da palazzo Chigi al Quirinale, per sorvegliare dal Colle il procedere di un Piano d lui stesso impostato, indirizzato e avviato. In caso contrario, se le cose non saranno in stato già avanzato, Draghi resterà a palazzo Chigi e starà a Mattarella decidere se procrastinare di un anno la sua dipartita dal Colle, come ha più volte affermato di non voler fare, oppure se affidare alle forze politiche il difficile compito di individuare un altro presidente della Repubblica che dovrà però essere in grado di rappresentare, se non l’intero Parlamento, almeno la sua stragrande maggioranza perché in una fase come quella che aspetta l’Italia un Presidente considerato, a torto o a ragione, “di parte” non è neppure immaginabile. Il Piano, per quanto dettagliato sia nella ripartizione degli stanziamenti, è però giocoforza vago nell’indicare quale sarà l’implementazione reale dei progetti.

È forse il punto centrale perché il rischio che a essere tagliato fuori anche dalla “missione” che riguarda le disparità e l’inclusione sia lo scarto tra chi uscirà dalla pandemia ancora più povero e chi molto più ricco innegabilmente esiste. Ma la coesione sociale necessaria per portare a termine con successo un progetto di questa portata dipende in ultima analisi proprio da quell’incognita.

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