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«Inclusione e pari diritti»: nuove misure per i candidati con Dsa in vista dell’esame forense

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Siglato a Milano il protocollo d'intesa per gli aspiranti avvocati con disturbi specifici d’apprendimento. Parla l'avvocato Antonio Caterino, che per primo ha sfidato barriere e discriminazioni
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«Veicolare un messaggio di inclusività» disponendo «misure compensative e dispensative da applicarsi in sede di esame di abilitazione alla professione di avvocato ai candidati con disturbi specifici d’apprendimento (Dsa)»: è questo l’impegno posto al centro di un protocollo d’intesa siglato tra l’Ordine degli avvocati di Milano e la Corte d’Appello di Milano in vista del nuovo esame forense.

Il documento, sottoscritto nel 2019, è stato infatti di recente esteso e aggiornato con il fine di «assicurare pari opportunità, in termini di successo formativo e professionale, ai candidati con diagnosi Dsa» e garantire il miglior svolgimento delle prove orali nella prossima sessione straordinaria. Per accedere alle agevolazioni «finalizzate ad evitare situazioni di affaticamento e disagio in compiti direttamente coinvolti dai Dsa», i candidati con diagnosi accertata dovranno presentare domanda presso l’Ufficio Esame Avvocati entro 30 giorni dalla data di svolgimento delle prove. In base alle specifiche necessità, gli aspiranti avvocati regolarmente iscritti all’esame potranno richiedere l’applicazione – anche in cumulo – di diverse misure compensative e dispensative, tra cui l’assegnazione del 30% di tempo aggiuntivo per lo svolgimento dell’esame preliminare del quesito in fase di prima prova orale; di un assistente alla lettura e di un computer «dotato di programma di videoscrittura e non connesso a internet». Nella seconda fase, inoltre, i candidati potranno richiedere di sostenere la prova nell’ultima data prevista dal calendario.

Una testimonianza sull’importanza di queste strumenti, arriva dall’avvocato Antonio Caterino, che grazie al Consiglio Nazionale Forense ha potuto usufruirne anni fa, prima che il protocollo venisse sottoscritto. E da allora è «motore inesauribile» di iniziative e campagne di sensibilizzazione sul tema. «Io ho sostenuto l’esame avvalendomi di questi strumenti che si sono rivelati determinanti ai fini del successo nelle prove. Solo così ho potuto godere delle stesse chance dei miei colleghi. Ho avuto sia la possibilità di avvalermi di un incaricato a cui fosse affidata la lettura dei passi del codice commentato e sia di usufruire di tempo aggiuntivo, come accade nel caso di studenti con Dsa», spiega il legale in un’intervista a Fan Page. «Ho scoperto della mia dislessia a 26 anni qualche giorno prima della mia laurea – racconta. Prima di allora, non sapevo di avere questo disturbo specifico dell’apprendimento. Io mi sono diplomato nel 2005, in un periodo nel quale la dislessia non era ancora così conosciuta».

Dopo la laurea, Caterino si era rivolto direttamente al Consiglio nazionale forense per segnalare la sua condizione in previsione dell’esame di Stato. Il Cnf aveva quindi istituito una commissione per l’indicazione delle misure compensative e dispensative. «Durante il praticantato avevo imparato moltissimo, in particolare nella scrittura, ma questo non sarebbe bastato per passare l’esame di stato, che è fatto di tre prove scritte più l’orale. Perché dalla dislessia non si guarisce. Ho ottenuto un assistente alla lettura e alla scrittura durante la prova. E sono passato al primo tentativo», racconta ancora Caterino, che oggi, giovanissimo, svolge la professione in un grosso studio legale e prosegue la sua battaglia contro la discriminazione delle persone con disturbi dell’apprendimento nel mondo dell’istruzione e del lavoro.

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