Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

«Commissione d’inchiesta? Quella su noi toghe è destinata alla paralisi»

Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore di Milano, stronca la commissione parlamentare d’inchiesta che sta per essere istituita a Montecitorio, con l’accordo di tutti i partiti di maggioranza: «È legittimo che il primo potere, il Parlamento, indaghi su noi magistrati, che siamo il terzo, ma la legge istitutiva non indica i casi concreti su cui fare luce, richiesti dalla Costituzione»
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Legittima? «Certo». Utile? «Dipende: se ci si sofferma sugli obiettivi dichiarati nella proposta di legge per istituirla, quella sull’uso politico della giustizia sembra tutto fuorché una commissione d’inchiesta». Edmondo Bruti Liberati è stato procuratore della Repubblica a Milano proprio negli anni delle grandi tensioni sulle inchieste che hanno riguardato la politica, e Berlusconi innanzitutto. Rappresenta insomma una “controparte naturale” dell’iniziativa appena assunta a Montecitorio sotto la spinta del centrodestra. Ma non nasconde le proprie perplessità.

Vede vizi di legittimità, in questa commissione?

L giustizia è senz’altro una “materia di interesse pubblico” su cui, come previsto dall’articolo 82 della Costituzione, il Parlamento può istituire una Commissione di inchiesta. Ciò è accaduto, con esiti diversi, in molte occasioni. Hanno riguardato grandi tematiche come la mafia o le stragi, o un oggetto più specifico come quella sul “rapimento e sulla morte di Aldo Moro”. Queste commissioni d’inchiesta hanno indagato su fenomeni e accadimenti oggetto anche di indagini e processi.

E si sono rivelate utili per l’attività giudiziaria?

In non pochi casi hanno fornito spunti e impulsi all’azione della magistratura e anche argomentate critiche su indagini e processi. E infine, cosa non marginale, hanno sollecitato al legislatore stesso opportune riforme. Nessuna preclusione quindi che il “primo potere”, il Parlamento, indaghi sul “terzo potere”, la magistratura.

E quindi qual è il suo giudizio sulla commissione che partirà a breve?

Si tratta di vedere qual è il compito di una Commissione che, come ancora detta l’articolo 82 Costituzione, per il fatto di procedere “alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria” deve avere oggetto ben definito. È stato detto che “il Parlamento può fare tutto, tranne che trasformare una donna in uomo e un uomo in una donna”. Ma una Commissione d’inchiesta è, appunto, una commissione di “inchiesta”. Non è un dibattito parlamentare, non è una analisi sociologica o politologica, non è un seminario di studi.

È questo il rischio che vede?

Quella proposta con atto Camera numero 2565, prima firmataria onorevole Gelmini, è tutto tranne che una “commissione d’inchiesta”: lo tradisce già il titolo che ne fissa l’oggetto “sull’uso politico della giustizia”. E se non bastasse, basta leggere i compiti attribuiti all’articolo 1: “Lo stato dei rapporti tra le forze politiche e la magistratura” ( lettera a) nonché “lo stato dei rapporti fra la magistratura e i media” ( lettera b). Temi oggetto in Italia, in Europa e nel mondo di una letteratura sterminata, e bene potrebbero essere oggetto di tesi di dottorato, ove brillanti ricercatori apportino nuovi approfondimenti su temi mai sufficientemente arati. Ma una commissione d’inchiesta è altra cosa.

Teme insomma che la genericità degli obiettivi vanifichi l’iniziativa?

L’articolo 1 della proposta, con l’apparenza di prefigurare indagini su “casi concreti” sembrerebbe voler rientrare nei limiti della commissione d’inchiesta. Ma i “casi concreti” la cui esistenza si dovrebbe accertare riguardano di tutto e di più. “Esercizio mirato dell’azione penale o di direzione od organizzazione dei dibattimenti o dei procedimenti penali in modo selettivo, discriminatorio e inusuale”. Quali procedimenti? Scelti a campione? In quali sedi? Sorteggiati?

Dice che non si può lavorare su presupposti simili?

“Mancato o ritardato esercizio dell’azione penale a fini extragiudiziari, in violazione del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale” ( lettera g). Ancora più ampio il campo: esercizio ritardato in quali procedimenti? E soprattutto “mancato esercizio”: qui si indaga non su ciò che comunque è stato, ma su ciò che non è stato. Sollecitare tutti i cittadini insoddisfatti a riproporre le loro denunzie? Non è finita qui.

Cos’altro ha notato?

“Influenza esterna nella determinazione di quello che dovrebbe essere il giudice naturale, nella composizione degli organi giudiziari e nella definizione dei calendari, con particolare riguardo ai procedimenti penali nei quali siano coinvolti capi politici e esponenti politici di partiti” ( lettera h). Anzitutto selezioni dei procedimenti: “Capi politici”, ma perché non anche i peones, e perché non anche gli amministratori locali? E all’esito di questa difficile selezione inizierebbe il compito immane di ridiscutere la competenza territoriale, magari già oggetto di decisione in primo grado, in appello e in cassazione e poi addirittura di riesaminare i calendari di udienza e quindi il presupposto, la complicata materia delle tabelle di composizione degli uffici giudiziari.

Lei stronca senza appello.

Non sono mancate nella storia repubblicana anche recente, commissioni d’inchiesta che non hanno approdato a nulla o che, pur istituite, non hanno di fatto operato. Se questa commissione volesse davvero investigare sui “casi concreti” come sopra in- definiti sarà destinata alla paralisi.

Però è indiscutibile l’urgenza di guardarsi negli occhi e superare la crisi, che dura da trent’anni, nei rapporti fra politica e ordine giudiziario. O no?

Nessuno vuole eludere problemi della giustizia e cadute nella magistratura. Ma vi sono proposte di legge pendenti in Parlamento, e la ministra Cartabia ha istituito una commissione di studio proprio sul tema dell’ordinamento giudiziario e della riforma del Csm. Questi sono temi “concreti” sui quali il Parlamento sarà chiamato a pronunziarsi, e sui quali si aprirà un dibattito e un confronto tra le diverse posizioni. E infine, non credo sia parlar d’altro, il ricordare che sulla nostra affannata macchina della giustizia si sono abbattuti gli ulteriori ritardi e problemi dovuti alla pandemia. Riorganizzare la ripresa che speriamo prossima, portare a regime le esperienze utili di semplificazione indotte dalla pandemia, abbandonare quelle meramente emergenziali. Proporre quali investimenti nel quadro del Recovery si debbano fare per la giustizia. Ecco terreni di impegno ineludibili e urgenti. Molte sono le proposte in campo tra le quali segnalo quella, molto “concreta”, elaborata da magistrati, avvocati, professori ed esperti di organizzazione, tradotta nel “Libro Bianco Giustizia 2030”, visitabile su www. giustizia2030. it, presentato in questi giorni.-

 

Ultime News

Articoli Correlati