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«Nessun Paese è intervenuto, l’umanità è annegata con loro»

Il duro atto di accusa delle Ong dopo l'ennesima strage nel Mediterraneo: il gommone naufragato al largo della Libia aveva 130 persone a bordo. L'allarme è stato lanciato 20 aprile, ma i migranti sono stati lasciati in balia delle onde
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Abbandonati in mare aperto per ore. Nonostante gli allarmi lanciati per tempo da Alarm Phone, che ha informato le autorità europee e libiche del gommone carico di 130 persone, la cui vita era a rischio in mezzo alle onde troppo difficili da domare. Allarme inutile: le ong, le uniche che si sono attivate per tentare di raggiungere in tempo uomini, donne e bambini in cerca di una speranza, sono arrivate troppo tardi, trovando il gommone lacerato e decine di corpi in mare, ormai senza vita. Un’ennesima strage che poteva essere evitata e la conferma dell’inaffidabilità della Guardia costiera libica, interlocutore ufficiale di Paesi come l’Italia quando si parla della gestione delle migrazioni nel Mediterraneo. «Abbiamo visto almeno dieci corpi nelle vicinanze del relitto. Abbiamo il cuore spezzato – ha dichiarato Luisa Albera, coordinatrice di Ricerca e Soccorso a bordo della Ocean Viking -. Pensiamo alle vite che sono state perse e alle famiglie che potrebbero non avere mai la certezza di ciò che è successo ai loro cari. Questa tragedia arriva appena un giorno dopo l’orribile notizia condivisa dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni di una donna e un bambino morti su un gommone stracarico che è stato intercettato dalla Guardia Costiera libica in acque internazionali, e i naufraghi sono stati riportati coste libiche e portati in detenzione arbitraria, dove molti di loro subiscono violenze e abusi indicibili. Questa è la realtà nel Mediterraneo centrale: più di 350 persone hanno già perso la vita in questo tratto di mare quest’anno, senza contare le decine di persone che sono morte nel naufragio a cui abbiamo assistito oggi. Gli Stati abbandonano la loro responsabilità di coordinamento delle attività di ricerca e soccorso, lasciando gli attori privati e la società civile a riempire il vuoto mortale che si lasciano dietro. Possiamo vedere il risultato di questa deliberata inazione nel mare intorno alla nostra nave».

Persone che avrebbero potuto essere salvate, denuncia Alarm Phone, se tutte le autorità interpellate non le avessero «consapevolmente lasciate morire in mare». Alarm Phone è rimasta in contatto con il gommone per dieci ore, comunicando ripetutamente la sua posizione alle autorità e la terribile situazione a bordo. L’unica azione intrapresa è stata il lancio di un aereo di sorveglianza di Frontex (Osprey 3), sette ore dopo il primo allarme. L’aereo ha individuato il gommone, informando le autorità. Ma nonostante tale allarme, soltanto le ong hanno cercato di salvare le persone in pericolo. Le autorità europee, infatti, hanno indicato la Libia come Paese competente, rifiutando ogni responsabilità. E dal canto suo la Guardia costiera libica si è rifiutata di coordinare i soccorsi, pur essendo intervenuta per intercettare una seconda imbarcazione, a sole cinque miglia nautiche dai 130 migranti in difficoltà. Ancora dispersa una terza barca con a bordo 40 persone.

Ad avvisare Alarm Phone è stato un pescatore locale. I migranti erano partiti da Al-Khoms intorno alle 22.00 del 20 aprile insieme a una seconda imbarcazione, in seguito intercettata dalla Guardia costiera. Date le condizioni metereologiche, Alarm Phone allerta le autorità competenti tramite e-mail alle 09.51. Da quel momento, dunque, le Guardie costiere di Italia e Malta, quella libica, l’Unhcr e le Ong sono a conoscenza della situazione. Pochi minuti dopo, alle 10.03, Alarm Phone riesce a contattare la barca in difficoltà, ma la scarsa connessione rende impossibile scambiare informazioni. Alle 10.33, ristabiliti i contatti, dalla barca arriva un unico grido: «Chiamare i soccorsi». Alle 11.00, con un terzo collegamento, la barca riesce ad inviare la posizione Gps, informando di avere a bordo, tra le 130 persone, sette donne, di cui una incinta. L’allarme viene lanciato nuovamente, questa volta con la preziosa informazione dell’esatta posizione in cui il gommone si trovava in avaria. A bordo, intanto, aumenta il panico, a causa delle onde alte. Alle 14.11 la Guardia costiera italiana invita Alarm Phone a rivolgersi alle autorità libiche, competenti per il caso in questione. Ma solo alle 14.44 è possibile mettersi in contatto con un ufficiale libico, «che ha dichiarato di essere a conoscenza di tre barche e di cercarle con la loro motovedetta Ubari».

Gli aggiornamenti sulla posizione del gommone, da parte di Alarm Phone, sono costanti, così come della situazione a bordo. Alle 17.53 la Ocean Viking, tramite mail, avvosa sia Alarm Phone sia le autorità che sarebbe andata alla ricerca del gommone. Alle 19.15, intanto, Osprey si trova proprio sopra il gommone. E alle 20.15 Alarm Phone stabilisce l’ultimo contatto con i migranti, chiamata interrotta, però, prima di riuscire a scambiare informazioni. Quaranta minuti dopo, dunque, una nuova telefonata con la Guardia costiera italiana, alla quale il contatto di emergenza in supporto alle operazioni di salvataggio comunica il silenzio delle autorità libiche. «L’ufficiale italiano ci ha detto: “Stiamo facendo il nostro lavoro, chiamateci se avete nuove informazioni”», continua Alarm Phone. Per risentire le autorità libiche tocca attendere le 22.22: «L’ufficiale libico ci ha detto che non avrebbero cercato la barca in pericolo perché le condizioni meteorologiche erano pessime – afferma -. Abbiamo scoperto che la cosiddetta Guardia costiera libica aveva intercettato un’altra barca, che aveva anche allertato Alarm Phone, trasportando circa 100 persone – in questo caso, una donna e il suo bambino sono morti. Alle 22.55 abbiamo informato l’Mrcc Italia che la cosiddetta Guardia costiera libica non avrebbe condotto un’operazione di ricerca». Alle 7.30 del giorno successivo, Alarm Phone prova di nuovo a chiedere aiuto alle autorità italiane. «L’ufficiale italiano ha detto: “Chiamaci se hai nuove informazioni, sappiamo della barca”. Alle 7.53 – continua il racconto -, abbiamo informato nuovamente tutte le autorità via e-mail, compresa Frontex, richiedendo un’operazione aerea e guida per le navi nelle vicinanze della barca in pericolo: le navi mercantili Vs Lisbeth, Alk e My rose, nonché la nave Ong Ocean Viking. Alle 8.30, abbiamo anche scritto un’e-mail direttamente a Frontex, chiedendo informazioni sulla loro operazione aerea il giorno prima nell’area di pericolo. Alle 8.49 abbiamo ricevuto la seguente risposta da Frontex: “Gentile Signore/a, grazie per la tua e-mail. Si informa che Frontex ha immediatamente inoltrato il messaggio alle autorità italiane e maltesi”». Alle 10.42 le autorità libiche negano di avere informazioni sulla barca, ribadendolo alle 11.31. «Hanno anche affermato che l’Italia aveva chiesto loro di dare il permesso alle navi mercantili di condurre un’operazione di salvataggio, che avevano dato loro. Hanno ripetuto che non erano usciti e non sarebbero usciti a causa del maltempo», continua Alarm Phone. Sul posto, dunque, arrivano Ocean Viking, Vs Lisbeth, Alk e My rose ma lì trovano solo i resti della tragedia. E Ocean Viking, tramite mail, lo comunica a Alarm Phone: in mare ci sono diversi corpi e nessun sopravvissuto.

«Ancora una volta, questi eventi dimostrano che la morte in mare non è un incidente, ma il risultato di azioni e inazioni intraprese da attori europei e libici. E ancora una volta, questi eventi dimostrano la necessità di corridoi di migrazione sicuri e l’abolizione delle guardie di frontiera e delle istituzioni violente – continua Alarm Phone -. Sia le autorità marittime europee che quelle libiche hanno dimostrato ancora una volta di essere del tutto incompetenti. Devono essere sostituiti da un Centro di coordinamento del soccorso marittimo civile che lavori nell’interesse di coloro che sono in difficoltà invece di lasciarli annegare nel Mar Mediterraneo».

«Da oltre 24 ore la Ocean Viking stava inseguendo dei destini nel mare, quelli di due imbarcazioni in difficoltà, molto lontane fra di loro. Della prima non abbiamo trovato alcuna traccia, possiamo solo sperare che sia rientrata a terra o comunque giunta in salvo. La seconda è stata rincorsa attraverso una bufera, in una notte con onde alte sei metri. Non ho difficoltà ad ammetterlo, ho passato qualche ora in bagno a vomitare – ha dichiarato Alessandro Porro, presidente di Sos Méditerranée -. Non sono bastati la prometazina, il dimenidrinato, metà degli ultimi tre anni passati in mare. Ero esausto, disidratato, a fatica sono tornato nel letto, ed ero protetto da una signora delle acque che pesa migliaia di tonnellate. Colpi secchi sulla chiglia, oggetti rovesciati nelle cabine. Fuori, da qualche parte in quelle stesse onde, un gommone con 120 persone. O 100, o 130. Non lo sapremo mai, perché sono tutte morte. All’alba abbiamo cercato ancora, assieme a tre mercantili, senza coordinamento né aiuto da parte degli Stati. Fosse cascato un aereo di linea ci sarebbero state le marine di mezza Europa, ma erano solo migranti, concime del cimitero mediterraneo, per i quali è inutile correre, e infatti siamo rimasti soli. Nel pomeriggio la nave My Rose ha avvistato il gommone, ci siamo avvicinati ed è stato navigare in un mare di cadaveri. Letteralmente. Del natante restava poco, delle persone neanche il nome. Impotenti, abbiamo fatto un minuto di silenzio, a riecheggiare sulle terre degli uomini. Le cose devono cambiare, le persone sapere».

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