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Il Cnf: «Avvocati spiati, ora sanzioni e patto con i media»

La delibera del Cnf chiede «il rafforzamento sanzionatorio a tutela del principio di riservatezza e del segreto professionale» e invita la stampa a «condividere la necessità di cautela nel caso di pubblicazione delle intercettazioni»
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C’è un vulnus normativo. Ma almeno in passato si è assistito anche a una “leggerezza” della stampa, rispetto alle intercettazioni che hanno coinvolto, illegalmente, gli avvocati. E così i due aspetti di una pessima abitudine, difficile da sradicare, confluiscono nella delibera approvata dal Cnf sul caso Trapani.

Un documento destinato a riaprire il confronto fra avvocatura e politica sulla necessità di rafforzare «l’apparato sanzionatorio a tutela del principio di riservatezza e dello stesso segreto professionale». Ma l’iniziativa può rivelarsi utile anche a costruire una “alleanza di fatto” fra avvocati e giornalisti: il Cnf, che dell’avvocatura è la massima istituzione, invita infatti «gli organi di stampa a condividere la necessità di cautela nel caso di pubblicazione degli esiti di captazioni che abbiano ad oggetto conversazioni dei difensori, al fine di non favorire una prassi disfunzionale che, in occasione della richiamata vicenda, ha interessato anche una giornalista».

L’esortazione sembra implicitamente contenere il seguente messaggio: attenzione, gli abusi che emergono dall’indagine di Trapani dimostrano come la violazione delle regole, anche da parte della magistratura, colpisca insieme due custodi delle garanzie democratiche quali siamo noi e voi; e il minimo che si possa chiedere è evitare, almeno, l’amplificazione del danno.La delibera è stata votata venerdì scorso, dunque in una fase in cui sono continuavano a emergere (anche dalle pagine di questo giornale) le denunce di diversi penalisti, che hanno scoperto di essere stati intercettati dalla Procura di Trapani nell’ambito dell’inchiesta sulle Ong. In un caso si è arrivati al paradosso di un avvocato finito nella “rete spionistica” degli investigatori che hanno così potenzialmente realizzato un’intrusione anche nelle strategie difensive riguardanti un altro procedimento. Non a caso, sulle voicende siciliane, sono state assunte iniziative anche da parte degli Ordini forensi di Catania e Palermo.

Il Cnf, dopo aver immediatamente trasmesso la propria delibera alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, ieri ne ha reso partecipi l’Organismo congressuale forense, i Consigli di tutti gli Ordini territoriali e le associazioni forensi. Si tratta di un atto “politico” che tende a rafforzare una battaglia certo non nuova per il Cnf: già negli anni scorsi, durante il confronto sulla riforma delle intercettazioni, l’istituzione dell’avvocatura aveva sollevato l’urgenza di una tutela più stringente per le conversazioni fra difensore e assistito. Il cosiddetto decreto Orlando, poi perfezionato dal decreto Bonafede del settembre scorso, ha appena modificato la tutela prevista già da tempo nel codice di procedura penale: al generico divieto di captare i colloqui del difensore, e alla inutilizzabilità delle comunicazioni comunque intercettate, si è aggiunto il divieto assoluto di trascrizione. Che però, come ricorda il Consiglio nazionale forense, non basta.

A Trapani, fa notare innanzitutto la delibera, «sarebbero state oggetto di captazione numerose conversazioni intervenute fra avvocati e giornalisti aventi ad oggetto aspetti connessi alla strategia difensiva». Il Cnf «stigmatizza la reiterata violazione della segretezza e riservatezza delle conversazioni del difensore che abbiano ad oggetto momenti della strategia difensiva». Violazione che, ricorda, qualora riguardi colloqui con gli assistiti, avviene in spregio «del divieto di cui all’articolo 103 c.p.p.». Di fronte a una distorsione che non pare superata, il Cnf «rileva la necessità di una più ampia tutela della riservatezza delle conversazioni dei difensori che non si limiti alla semplice inutilizzabilità processuale delle intercettazioni illegittimamente acquisite, atteso che lo stesso ascolto, quando ha ad oggetto momenti rilevanti ai fini della strategia difensiva, impatta in maniera significativa sullo stesso rapporto di fiducia con la parte assistita, che deve essere garantito dalla piena libertà dei colloqui».

È il nodo decisivo: le intrusioni indebite nel segreto delle comunicazioni avvocato-assistito determinano di fatto un danno al rapporto fiduciario, che ha come risvolto l’abusivo vantaggio per gli inquirenti. Perciò l’istituzione degli avvocati «auspica il rafforzamento dell’apparato sanzionatorio a tutela del principio di riservatezza e dello stesso segreto professionale». Un messaggio per il governo, consegnato alla ministra. E forse il caso Trapani, in cui i giornalisti hanno scoperto di poter essere esposti agli stessi pericoli dei difensori, potrebbe persino contribuire a evitare che la denunci degli avvocati resti inascoltata.

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