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Intercettazioni, la denuncia degli avvocati di Palermo: «Mai più avvocati spiati»

Giovanni Immordino, Presidente dell'Ordine degli avvocati di Palermo, dopo il caso Trapani: «Fatti gravissimi, ora intervengano governo e Csm»
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Il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Palermo ha inviato per le valutazioni di competenza al ministro della Giustizia Marta Cartabia, al Consiglio nazionale forense a al Consiglio superiore della magistratura un documento di denuncia per quanto avvenuto alla Procura di Trapani, al centro dello scandalo intercettazioni di giornalisti e avvocati.

Come vi abbiamo infatti raccontato in queste ultime settimane, sono state ascoltate e trascritte intercettazioni di conversazioni indirettamente captate tra avvocati nell’esercizio delle proprie funzioni difensive e rispettivi clienti nel corso di indagini preliminari condotte dalla Procura in tema di immigrazione. Dopo il Coa di Catania, ora è quello di Palermo a chiedere un approfondimento della questione ed eventuali iniziative. Come ci spiega l’avvocato Giovanni Immordino, presidente dell’Ordine forense palermitano, «ciò che è accaduto è gravissimo per il nostro ruolo, perché si è messo in discussione sia un principio fondamentale, che è quello del diritto di difesa costituzionalmente garantito, sia l’articolo 103 del codice di procedura penale, secondo cui i colloqui tra difensore e assistito devono rimanere riservati».

A ciò si aggiunge, come si legge nell’esposto, che «l’avvocato può e deve svolgere il proprio incarico di consulenza, di difesa e di rappresentanza del cliente, perché pieno titolare dei diritti attribuitigli dall’articolo 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’uomo, nonché dagli articoli 47 e 48 della Carta dei Diritti fondamentali, nel modo più ampio e libero possibile. Per esplicare pienamente il proprio mandato, il difensore deve essere libero di interloquire con il proprio assistito e con i propri consulenti in assoluta libertà, senza cioè che le loro conversazioni possano essere, anche solo indirettamente, oggetto di captazione».

Quando chiediamo al presidente Immordino se non ci sia il rischio che tutto finisca nel dimenticatoio passata la tempesta mediatica, ci risponde: «Questa è l’occasione per ribadire i principi che purtroppo ad oggi sono stati calpestati. Per noi è fondamentale che la questione sia sottoposta all’attenzione degli organi in indirizzo affinché vigilino in modo che in futuro non accada quanto successo alla Procura di Trapani ma anche altrove. Questi fatti si sono verificati, si verificano e probabilmente continueranno a verificarsi. Ma se rimaniamo silenti nessuno si porrà seriamente il problema». Inoltre, guardando all’iniziativa della guardasigilli, che subito ci ha voluto vedere chiaro, l’avvocato Immordino aggiunge: «Sentiamo e percepiamo una attenzione diversa da parte della ministra rispetto al passato su questa problematica. La professoressa Cartabia ha tutta la nostra vicinanza per come si sta spendendo».

Il fatto che il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trapani abbia detto che le intercettazioni non saranno utilizzate in sede processuale non basta al presidente dell’Ordine di Palermo per ritenersi tranquillizzato: «Il problema è il principio che noi vogliamo ribadire: la criticità non è tanto l’utilizzo della trascrizione, che comunque è vietata, quanto proprio il fatto di ascoltare la conversazione tra difensore e cliente». E su questo si legge ancora nell’esposto: «Non può ritenersi sufficiente, a derubricare la gravità dell’accaduto, la formale ‘non utilizzabilità’ a fini probatori dell’intercettazione così illegittimamente acquisita, non esistendo alcun rimedio normativo, neppure postumo, che possa riparare la compiuta violazione della segretezza delle conversazioni tra l’avvocato e il proprio assistito, o tra l’avvocato e i consulenti della difesa. In un sistema processuale (che dovrebbe essere) basato sul principio di parità tra difesa e accusa è inammissibile che la strategia difensiva messa a punto dal difensore nei colloqui con il cliente o con i suoi consulenti possa essere “captata” da quella che dovrebbe essere la sua controparte processuale».

Forse allora per rimediare a questo che è in generale un problema di cultura della giurisdizione, potrebbe essere fondamentale l’inserimento dell’avvocato in Costituzione: «Da sempre — conclude Immordino — abbiamo sostenuto la proposta del Consiglio nazionale forense per l’inserimento dell’avvocato in Costituzione. Oggi auspichiamo che finalmente questo avvenga: la Costituzione deve dare dignità alla figura dell’avvocato. Non a caso il diritto di difesa viene contemplato dalla Carta costituzionale. Quando si parla di comparto giustizia non bisogna pensare solo ai magistrati ma anche agli avvocati: le nostre funzioni dovrebbero avere pari dignità in Costituzione. Quando si parla di ruolo essenziale della giustizia, occorre capire che anche noi svolgiamo quel ruolo».

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