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«Battaglie legali tra club di calcio? Meglio trattare…»

Carlo Rombolà, avvocato esperto di Diritto sportivo, rassicura circa il timore che la nuova Super League possa creare un divario economico incolmabile nel calcio tra società maggiori e minori
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«Il calcio solo per un’élite non conviene neanche all’élite stessa». Parola di Carlo Rombolà, avvocato esperto di Diritto sportivo che rassicura circa il timore che la nuova Super League possa creare un divario economico incolmabile nel calcio tra società maggiori e minori.

La nuova competizione privata tra i club più blasonati d’Europa, della quale per l’Italia faranno parte Juventus, Inter e Milan, sarà finanziata dalla banca americana JP Morgan, che investirà inizialmente nel nuovo format tre miliardi e mezzo di euro «per supportare i piani d’investimento infrastrutturale e per fronteggiare l’impatto della pandemia». Una cifra monstre, da dividere al momento tra le dodici squadre fondatrici, che ha fatto saltare sul divano investitori e azionisti, tanto che ieri mattina a poche ore dall’annuncio della neonata competizione il titolo in Borsa della Juventus ha guadagnato il 13,5 per cento.

«La Super League sarà organizzata e gestita da un’apposita società partecipata da ciascun club in egual misura – si legge in una nota diffusa dalle squadre partecipanti – All’avvio e a seguito della commercializzazione dei diritti audiovisivi relativi alla competizione, è previsto che i club fondatori ricevano nel complesso un contributo di importo netto indicativamente pari a tre miliardi e mezzo di euro, che verrà erogato in un’unica soluzione; questa somma, che sarà ripartita tra i club fondatori, sarà resa disponibile attraverso adeguati strumenti di finanziamento sottoscritti da primarie istituzioni finanziarie internazionali».

Tra le quali appunto JP Morgan, che potrebbe versare altri tre miliardi come anticipo sui ricavi, con alcuni analisti che stimano l’immissione nella casse delle società di un totale di 10 miliardi nel lungo periodo, cioè il triplo rispetto a quanto garantito dalle attuali coppe europee. Dal valore iniziale della Super League ogni club partecipante avrebbe un incasso annuo garantito pari a oltre 250 milioni, circa il doppio di quanto guadagna il vincitore della Champions League. E i campi di provincia? Quegli Atalanta-Psg che assomigliavano molto a dei Davide contro Golia? Il Chievo che arriva quarto e gioca i preliminari? Quella in atto è senza dubbio una rivoluzione, che presuppone analisi approfondite, anche in campo economico. Se non altro perché Uefa e Fifa, di comune accordo con le leghe nazionale tra cui la FIGC, ragionano ora su cause da 60 miliardi di euro da presentare ai dodici club, minacciando i giocatori di vietare la loro partecipazione a Europei e Mondiali. In particolare, la Fifa ha definito la creazione della nuova competizione «contraria ai nostri principi», tuttavia dopo essere accusata di corruzione per aver assegnato i mondiali al Qatar, dove migliaia di operai stanno morendo in silenzio nella costruzione dei nuovi stadi.

Di certo non si può negare che i club “scissionisti” siano spinti da motivi economici ma, spiega Marco Bellinazzo, giornalista del Sole24Ore, «il calcio dei ricchi si è imposto da dieci anni ed è inutile il piagnisteo di queste ore a rimpiangere un passato in cui il merito è già ridotto ai minimi termini». A patto però che la Super League riesca a «redistribuire i ricavi ed evitare la desertificazione». Più facile a dirsi che a farsi, tanto che l’amministratore delegato del Sassuolo, Giovanni Carnevali, ha detto che «così si rischia di ammazzare la Serie A».

Secondo Rombolà invece il nostro campionato non morirà, anche se il «calcio di oggi è certamente diverso» da quello del secolo scorso. «A inizio pandemia dicevamo che l’emergenza sanitaria avrebbe stravolto gli equilibri economici e contrattuali del mondo del calcio anche ad alti livelli, rendendo questo sport più povero – argomenta al Dubbio – Di conseguenza era naturale pensare che i maggiori club potessero riorganizzarsi per superare senza morti e feriti questo periodo, attirando maggiori sponsor con competizioni più ricche e virtuose». A chi paventa la morte dei club minori, risponde dicendosi «abbastanza certo» che ci saranno rimedi per sopperire alla futura ed eventuale diminuzione di introiti. «Chi si è organizzato per sopravvivere a un flagello così dirompente come una pandemia globale – ragiona Rombolà – si curerà senz’altro di non lasciar indietro i fratelli minori».

Eppure la Uefa non ci sta, tanto che il suo presidente, Alexander Ceferin, ha bollato come «una delusione» il comportamento di Andrea Agnelli, futuro vicepresidente della Super League e appena dimessosi dal vertice dell’Associazione dei club europei. Tuttavia, difficilmente si arriverà a un confronto in tribunale. «Da una parte ci sono dodici club che si staccano, dall’altra una federazione, l’Uefa, che si sente esautorata dei suoi poteri e che risponde con una dichiarazione parimenti dirompente – conclude l’avvocato – Ma non credo al discorso degli strascichi giudiziari, piuttosto a una lunga trattativa. Perché da un contenzioso ci perderebbero entrambi, e lo sport ha tempi veloci con necessità di competere ancora più rapide».

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