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«Passaporto vaccinale? Sì, purché non sia l’unico controllo per viaggiare»

Intervista all'ex presidente della Consulta Valerio Onida: «Bisogna bilanciare diritto alla salute e libertà di movimento. Ma non riscontro un problema di privacy»
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Con le campagne di vaccinazione in corso, continua anche il dibattito sul passaporto vaccinale, ossia la certificazione che attesta l’avvenuta vaccinazione e di conseguenza la possibilità di viaggiare all’estero o di frequentare luoghi pubblici o eventi particolari. Ieri la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo (Libe) ha discusso per la prima volta la recente proposta di un certificato verde digitale destinato a facilitare i viaggi tra gli Stati membri durante la pandemia Covid-19. In questa intervista al Dubbio, l’avvocato e professore Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale, ci dice: «Bisogna bilanciare diritto alla salute e libertà di movimento. Ma non riscontro un problema di privacy».

Presidente Lei sarebbe d’accordo all’introduzione del passaporto vaccinale?

Se per passaporto vaccinale si intende un certificato rilasciato dalle autorità sanitarie attestante che l’interessato è stato vaccinato (e quando), esso può essere utile per facilitare i controlli su coloro che per esempio si presentano alle frontiere dello Stato o intendano spostarsi sul territorio in costanza di restrizioni legittimamente imposte dall’autorità. Infatti se la situazione della pandemia in corso esige restrizioni a tali spostamenti, queste restrizioni possono  esigere controlli sulla situazione sanitaria  dell’individuo per verificare se esso sia in concreto  potenzialmente contagioso (di qui controlli sul campo come i tamponi, obblighi di quarantena ecc.). Il certificato attestante l’avvenuta  vaccinazione può sostituire  gli altri controlli.

I diritti in gioco, se non erro, sono quello alla salute, alla privacy e alla libertà di movimento. Come bilanciarli?

Il bilanciamento riguarda essenzialmente il diritto alla salute e la libertà di movimento. Questo bilanciamento avviene e deve avvenire quando a seguito di uno spostamento si impone un controllo sul rischio di diffusione del contagio. Il certificato di avvenuta vaccinazione non può essere  richiesto come unica prova dell’assenza o della minima portata del rischio di contagio, altrimenti si introdurrebbe di fatto un obbligo di vaccinazione senza un’apposita legge che lo preveda, come è richiesto dall’articolo 32 della Costituzione. Può invece sostituire, per coloro che si siano vaccinati, l’esito negativo dei controlli imposti  in occasione degli spostamenti o di altre circostanze di per sé significative del rischio di contagio (tamponi subito prima e subito dopo lo spostamento, o in occasione della assunzione di compiti di per sé comportanti rischio , quarantene ecc.). Quanto alla privacy non mi pare che dover attestare di essersi vaccinati per potersi spostare senza ulteriori controlli costituisca una violazione della  privacy: semplicemente si consente di provare in tal modo l’assenza o la minima portata del rischio di contagio in occasione dello spostamento o di altra circostanza che comporti di per sé tale rischio.

L’introduzione di un passaporto vaccinale, provocando restrizioni alla libertà di movimento delle persone non vaccinate, secondo Lei finirebbe per esercitare una coercizione psicologica sui singoli, con il rischio di trasformare la vaccinazione in un trattamento sanitario obbligatorio non previsto dalla legge?

Nessuna coercizione legale, se la vaccinazione non è obbligatoria per legge. Ovviamente si renderebbe così la vaccinazione “raccomandata” dalle autorità, come in altri casi di campagne di vaccinazioni di massa pur non obbligatorie per legge: con l’effetto, fra l’altro, di imporre allo Stato, nei casi eccezionali di gravi  danni alla salute derivanti dall’avvenuta vaccinazione, di indennizzare l’interessato allo stesso modo che se essa fosse obbligatoria per legge, come ha chiarito in altre occasioni la Corte costituzionale.

Secondo Lei, l’introduzione del passaporto vaccinale potrebbe aprire la strada ad altri “stati di eccezione”?  

Lo stato di eccezione può giustificare limitazioni all’esercizio di diritti purché i relativi provvedimenti  restrittivi  delle autorità siano ragionevolmente giustificati, temporalmente limitati e proporzionati alle circostanze concrete.

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