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Morra e i giornali lanciano la crociata contro i “furbetti” del vaccino

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Il presidente dell'antimafia chiede l'elenco dei vaccinati, quelli che in un modo o nell'altro sono riusciti ad aggirare la fila e anticipare la somministrazione
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L’ultima versione dell’untore 2.0 sono “i furbetti”, cioè tutti quelli che in un modo o nell’altro sono riusciti ad aggirare la fila e anticipare la vaccinazione. Sbattuti in prima pagina. Colpiti da avviso di garanzia, come è successo a Biella. Il presidente dell’Antimafia Nicola Morra vuole addirittura l’elenco dei vaccinati nelle Regioni dove la voce “Altri”, quella nella quale si anniderebbero i paraventi di turno, è più folta. Non è una novità assoluta. Un tempo, nelle guerre vere, campagne del genere prendevano di mira “gli speculatori” e “i sabotatori”.

In questa pandemia l’ingrata parte è toccata ai giovinastri festaioli, poi agli incauti “negazionisti” spesso colpevoli di non tenere alta la mascherina in un viale semideserto.Sia chiaro: “i furbetti” ci sono davvero, in tutto il mondo e in Italia, come da tradizione, forse più che altrove. Il presidente Draghi ha fatto benissimo a denunciarne l’esistenza e fa anche meglio a cercare di rimettere in ordine un piano vaccinazione caotico e dunque esposto a ogni “furbata”. Ma la faccenda va vista nelle sue reali dimensioni e nella sua parabola, per evitare la solita campagna persecutoria, l’ennesima versione del “dagli all’untore”. I succitati “Altri” sono in effetti tanti: 2 mln e 300mila vaccinati che non rientrano nelle categorie considerate prioritarie nella vaccinazione. Ma in questa massa rientrano anche quelli che pur non essendo over 80 dovevano essere vaccinati appena possibile comunque, come gli over 70 e le persone particolarmente fragili. È anche vero che alcune Regioni hanno considerato in modo a dir poco molto estensivo i cosiddetti “servizi essenziali”, ma questa è una responsabilità delle Regioni non di chi, facendo parte di quelle categorie, si è legittimamente vaccinato.

Ma soprattutto all’origine del caos, con relativi abusi a volte consapevoli ma spesso no, c’è l’errore commesso all’inizio su AstraZeneca. Conviene ricordare che in un primo momento il vaccino era stato vietato agli over 55: insomma era a disposizione solo di quelle fasce d’età più giovani che figurano oggi escluse da quelle alle quali “lo si consiglia”, secondo la grottesca formula in voga da qualche giorno, cioè agli over 65. Ci sono volute settimane prima che il Consiglio superiore di Sanità e il ministero della Salute alzassero il limite d’età ma solo fino ai 65 anni, dunque ancora con esclusione delle fasce di età più a rischio. Infine, l’8 marzo scorso, più o meno un mese fa, è arrivata la circolare che permetteva a tutti di vaccinarsi con AstraZeneca.Il problema è che l’Italia, avendo l’Unione europea comprato soprattutto quei vaccini in nome del risparmio, si è trovata con una quantità di fiale, pur se inferiore alle attese, che non potevano essere usate per mettere al riparo chi ne aveva più bisogno. Il limite di età ha anche impedito di impostare il piano vaccinale come logica avrebbe comandato, cioè dando la priorità alle fasce d’età più a rischio, alle persone più fragili e certo anche ai servizi essenziali, intesi però con qualche rigore e non estensivamente, limitati cioè ai soggetti effettivamente a rischio.

Non essendo possibile affidarsi alla logica, e anzi al semplice buon senso, la vaccinazione ha dovuto puntare sulle “categorie più a rischio”, formula opaca sia perché non indicava con chiarezza rigida di quali categorie si trattasse ma soprattutto perché non operava distinzioni all’interno delle medesime categorie. Compito peraltro tutt’altro che semplice, la casistica essendo in questi casi spesso individuale. Draghi ha citato nella sua conferenza stampa gli psicologi solo per sentirsi rispondere da un furioso presidente dell’Ordine David Lazzari che gli psicologi non stanno affatto chiusi nei loro studi ma operano spesso a stretto contatto con le persone e dunque andavano considerati effettivamente “categoria a rischio”.

Non significa che il caos istituzionale italiano non ci abbia messo del suo. La follia del Titolo V della Costituzione, la peggior riforma costituzionale che si potesse immaginare in termini di efficienza e operatività, ha ovviamente colpito. Ogni Regione si è mossa in disordine sparso. Le pressioni della categorie ci sono state eccome. Ma a spalancare i cancelli è stato quell’errore iniziale. Forse era inevitabile. Non si tratta di sostituire un capro espiatorio con un altro. Correggere le storture derivate da quell’errore è davvero fondamentale e urgente. Però evitando di inventarsi qualche colpevole da additare al pubblico ludibrio o alle corti di giustizia.

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