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«Prima c’è la giustizia, poi la legalità. Se la legge è quella dei respingimenti in mare io la contrasto»

Intervista al poeta e scrittore Erri De Luca. «L’uguaglianza della legge sbiadisce nelle prigioni dove sono conficcati quelli che hanno minori mezzi di difesa»
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«La disuguaglianza di trattamento del cittadino di fronte alla giustizia è per me un dato di fatto. Se poi la legge è quella che lascia correre i respingimenti illegali, per mare e per terra, dal Mediterraneo al confine sloveno, violando il diritto a richiedere asilo, ne faccio volentieri a meno e se posso la contrasto». Erri De Luca – poeta, scrittore, filosofo e attivista – è da sempre impegnato ad abbattere muri e confini. Lo ha fatto non solo usando le parole, ma anche buttandosi tra le acque del Mediterraneo a bordo della nave Prudence, di Medici Senza Frontiere, sfidando assieme a tredici pescatori di anime le politiche internazionali ripiegate sul controllo della frontiera più che sulla tutela delle persone. Un’esperienza dalla quale, nel 2017, nacque uno splendido reportage, dal titolo “Se i delfini venissero in aiuto”. «Ho trovato in terraferma calunnie e voci a vanvera sui soccorritori di naufraghi che ho conosciuto», scriveva allora. Parole che valgono ancora oggi.
Si torna a parlare di ong, ancora una volta per criminalizzarle. Cosa ne pensa dell’inchiesta di Trapani?
È una delle tante che aggiungono ostacoli e pretesti per impedire i salvataggi di naufraghi nel Mediterraneo. Abbiamo un presidente del consiglio che in Libia ha definito salvataggi i sequestri in mare di profughi e la loro deportazione in recinti osceni. Chi impedisce agli organismi umanitari la loro opera, istiga all’omissione di soccorso.
Gli accordi tra gli Stati sull’immigrazione appaiono un modo per nascondere la polvere sotto al tappeto e i naufragi vengono tollerati come “effetti collaterali”. Si storpiano i concetti per accettare, di fatto, la morte delle persone. Cosa direbbe a chi ha questa responsabilità?
Evito di rivolgermi alle autorità, per mia generosità nei loro confronti le considero incompetenti a gestire il normale fenomeno dei flussi migratori. Ai miei concittadini dico che le peggiori condizioni di trasporto marittimo della storia dell’umanità, aggravate dalla ottusa volontà di sbarramento, non hanno ottenuto niente. Hanno invece procurato un sentimento di vergogna nella coscienza civile del nostro paese. Dall’affondamento della nave albanese Kater i Rades nella Pasqua del 1997 a oggi, nessuna criminale misura di respingimento ha potuto far calzare all’Italia un preservativo.
Come si fa a vedere negli esseri umani un “carico fuorilegge”?
Prima bisogna disumanizzare le persone, considerarle zavorra scaricabile in mare, poi bisogna eccitare allarme, ostilità, repulsione attraverso i servizievoli organi d’informazione.
I giornalisti che si imbarcano per raccontare queste storie al confine con l’umanità vengono criminalizzati proprio come si fa con le ong. C’è un tentativo di riscrivere la storia?
La storia sarà scritta dai nipoti di chi è sbarcato sulle nostre coste e si è fermato per essere cittadino. Si sta invece deformando la cronaca. Sono stato in mare con Medici Senza Frontiere nel sud del Mediterraneo e mentre scippavamo dall’annegamento le più disperate vite umane, da terra si avviava la diffamazione dei taxi del mare. Quando si sperimenta la più spudorata contraffazione ufficiale della realtà, si dà ascolto solo a chi è a bordo di quelle unità. Quel giornalismo di liberi professionisti è l’unica fonte di informazione possibile.
L’ex pm Davigo, parlando delle intercettazioni a carico dei giornalisti, ha affermato che la legge è uguale per tutti. La legge, dunque, prevarrebbe anche su un diritto superiore, quello dei migranti alla vita.
L’uguaglianza della legge sbiadisce nelle prigioni dove sono conficcati quelli che hanno minori mezzi di difesa, di fronte ai domiciliari concessi agli illustri, di fronte a Dana Lauriolo imprigionata per la sua opposizione al Tav. La disuguaglianza di trattamento del cittadino di fronte alla giustizia è per me un dato di fatto. Se poi la legge è quella che lascia correre i respingimenti illegali, per mare e per terra, dal Mediterraneo al confine sloveno, violando il diritto a richiedere asilo, ne faccio volentieri a meno e se posso la contrasto. Ribadisco che l’unico giornalismo oggi è quello d’inchiesta, svolto sul campo.
Quali sono state le parole che hanno contribuito a spostare il baricentro della questione? Come si è arrivati a tanta indifferenza?
Nell’uso e spaccio di vocabolario falso registro la parola “ondate” riferita agli sbarchi. Questo termine suggerisce che una terraferma debba alzare dighe, scogliere, ostacoli contro l’inondazione. Il termine giusto è flussi, che non suggerisce alcuna reazione di strozzamento. Altro spaccio di vocabolario falso è invasione, che suscita ricordi di occupazioni militari straniere. Ma non si può parlare di invasioni per persone che arrivano disarmate, alla spicciolata, donne e bambini compresi. L’uso distorto serve a creare allarme e poi indifferenza, che è il secondo tempo.
Qual è il confine tra giusto e sbagliato quando ci sono leggi che consentono di lasciar morire qualcuno per mare? C’è un diritto alla disobbedienza?
Esiste il sentimento di giustizia e poi esiste la legalità, cioè un corpo di leggi approvate dalle autorità. Succede che siano in contrasto. Una legge dello Stato, votata in Parlamento, che condanna un pescatore per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in seguito al salvataggio di un annegato, e gli sequestra la barca, è una legge con il crisma della legalità ma è ingiusta. Va dunque puntualmente negata. Il sentimento di giustizia, da Antigone in poi, ha diritto di prevalere sulla legge.
Lei ha vissuto in prima persona, dal ponte di una nave, cosa voglia dire affrontare le onde per salvare qualcuno. Che tipo di umanità ha conosciuto in quell’occasione?
Non ero un ospite, ma uno dell’equipaggio, ho condiviso impegno e compiti di persone che ammiro. Ho visto salire da una scala di corda più di ottocento persone stremate, giovani che non si reggevano in piedi. Erano finalmente salve. La soluzione sono già i convogli umanitari organizzati per esempio dalla Comunità di Sant’Egidio, con voli diretti e profughi già distribuiti in sedi di accoglienza.
La politica mira a proteggere i confini, non le persone. Cosa sono, per lei, le frontiere?
Le frontiere sono suddivisioni amministrative che regolano le giurisdizioni attribuite agli Stati. Le frontiere non sono sbarramenti. Non lo sono le montagne che al contrario costituiscono una rete di innumerevoli transiti non controllabili, da versanti opposti, come sa chiunque le conosca. Non è sbarramento il mare che Omero definì una volta per tutte una strada liquida. Le frontiere sono convenzioni e riguardano la storia, non appartengono alla geografia. La specie umana sulla superficie del pianeta si è spostata per necessità da quando è apparsa al mondo. Lasciamo ai doganieri il loro pezzo di carreggiata, il loro porto. Tutto intorno il passaggio è spalancato.

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