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Minniti, il funzionario del Pci che ha sdoganato la guerra alle Ong

L'ex ministro dell'Interno ha a lungo combattuto le attività di salvataggio delle Ong nel Mediterraneo
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«La parola “Spezziamo-le-braccia-ai-migranti” non possiamo lasciarla alla destra. Se noi non picchiamo i neri, vince la destra che vuole picchiare i neri». Così nel 2017 Maurizio Crozza presentava in Tv la parodia di Domenico (Marco) Minniti, ministro dell’Interno tutto rigore e sicurezza. Nulla di strano, se non fosse che l’allora inquilino del Viminale è un esponente di spicco del Partito democratico. Ma Minniti è convinto che per battere le destre si debba giocare sul loro campo, importando nel vocabolario della sinistra le parole d’ordine con cui Matteo Salvini fa il pieno di consensi in piazza e nelle urne. Così il controllo dell’immigrazione diventa una questione di vita o di morte per il dirigente dem. L’intero mandato di Minniti al Viminale è incentrato sull’argomento. Fin dal primo giorno, quando comincia a lavorare sul “Memorandum di intesa tra Italia e Libia” mentre Angelino Alfano non ha ancora portato le sue cose alla Farnesina, dove è stato spostato dal nuovo premier Paolo Gentiloni.

L’esponente del Pd ha già tutto in mente e a due mesi dal suo insediamento è già pronto l’accordo con i libici per bloccare i migranti alla fonte. Poco importa come. L’importante è la firma di Fayez al Serraj, primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli, sul documento controfirmato dal presidente del Consiglio italiano. Obiettivo prioritario del Memorandum: «Arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti». In cambio l’Italia avrebbe fornito «supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina». In altre parole: addestramento, mezzi e attrezzature alla forza di sicurezza comunemente definita Guardia costiera libica, formata da un ambiguo coacervo di milizie dismesse e trafficanti. Senza parlare dei campi dove i migranti vengono trattenuti, considerati da tutte le organizzazioni internazioni per i diritti umani come dei veri e propri centri di tortura, dove i “prigionieri” subiscono violenze di ogni tipo. Ma bisogna battere Salvini e non si può andare troppo a spaccare il capello.

Del resto, Minniti è persona abituata a ragionare secondo la neutra logica dei costi/benefici. Perché per perseguire un obiettivo ci vuole disciplina e un certo pelo sullo stomaco. Una lezione che avrà imparato fin da bambino, a Reggio Calabria, in una famiglia piena di militari. Il padre e lo zio sono ufficiali dell’Aeronautica e il giovane Domenico detto Marco cresce in un contesto in cui difficilmente è possibile sgarrare. Gli studi in filosofia e la militanza nel Pci sono forse il massimo della “devianza” consentita. Ma sulla diciplina non si scappa. Ed è con questa ferrea forza di volontà che Minniti, poco dopo il Memorandum, interviene per bloccare chi ancora si ostina a salvare vite in mare e portare in Europa migranti vivi: le Ong. Ad agosto del 2017, il ministro dell’Interno prepara infatti un decalogo da sottoporre alle organizzazioni non governative per continuare a svolgere la loro attività in mare senza conseguenze. Il “codice” prevede tra le altre cose: disponibilità a ricevere a bordo ufficiali di polizia giudiziaria per raccogliere informazioni e prove finalizzate alle indagini sul traffico di esseri umani; divieto a trasbordare i naufraghi su altre navi; divieto di ingresso nelle acque libiche; impegno a dichiarare alle autorità tutte le fonti di finanziamento per la loro attività di soccorso in mare.

Ovviamente le Ong insorgono, soprattutto per la richiesta di trasformare le imbarcazioni da navi da soccorso in navi da pattugliamento con gli agenti a bordo. È da questo decalogo che parte l’inchiesta con cui la Procura di Trapani si prende la libertà di intercettare persino giornalisti e fonti. Ma Minniti – sottosegretario alla Difesa del governo Amato nel 2000, viceministro dell’Interno del governo Prodi nel 2006, sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri con delega ai Servizi segreti nei governo Letta e Renzi, prima di insediarsi al Viminale nel 2016 con Gentiloni – non ha tempo per fermarsi a discutere. Per raggiungere uno scopo non bisogna fermarsi, come gli avrà probabilmente insegnato Francesco Cossiga, l’amico con cui nel 2009 dà vita ad Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) una fondazione dedicata all’analisi dei principali fenomeni connessi alla sicurezza nazionale. E Minniti non si ferma mai.

Nenache adesso che da un paio di mesi ha lasciato il seggio alla Camera per guidare Med-Or, la nuova fondazione di Leonardo, la società partecipata dallo Stato, che opera nei settori di difesa, aerospazio, sicurezza. Praticamente tutte le passioni di una vita.

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