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Capogruppo dem cercasi. Una poltrona per due: adesso è sfida Madia-Serracchiani

Sono entrambe in corsa per diventare capogruppo del Pd alla Camera. E salvo colpi di scena martedì prossimo sarà lotta voto per voto
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Da una parte Roma, la politica capitolina prima nelle associazioni poi nei circoli, gli incontri con le Acli, la vicinanza all’Enrico Letta dei tempi dell’Arel, il ministero della Pa con Renzi e il posto nella segreteria di Zingaretti. Dall’altra Udine, la scalata dal basso nelle istituzioni del territorio, il feeling politico con Franceschini e la presidenza del Friuli Venezia Giulia, a cui ora si aggiunge quella della commissione Lavoro, ruolo che potrebbe diventare la chiave di volta nella partita ( ci arriviamo). Il derby tutto al femminile per la guida del gruppo del Partito democratico alla Camera tra Marianna Madia e Debora Serracchiani è molto più di una sfida interna per la leadership dei deputati dem.

È la rappresentazione di una «sana concorrenza», come l’ha definita il segretario Letta, tra due donne che non si sono mai tirate indietro quando il loro nome è stato accostato a una carica importante. Fino all’attesa in vista del voto di martedì prossimo, quando il gruppo dei democratici di Montecitorio dovrà eleggere la propria guida, dopo il passo indietro di Graziano Delrio chiesto dalla nuova segreteria. Il paradosso è che la partita che sembrava più complicata, quella per il cambio al vertice del gruppo al Senato, si è risolta con un voto all’unanimità che ha premiato Simona Malpezzi, indicata dal capogruppo uscente, Andrea Marcucci, che ha tuttavia contestato il nuovo metodo di selezione imposto da Letta.

A meno di accordi dell’ultimo minuto nel corso del fine settimana, questa volta l’unanimità non ci sarà e anzi si andrà a un voto che appare quantomai in bilico. Perché lo stesso segretario – milanista sfegatato, unico tratto che lo accomuna a Matteo Salvini – ha ammesso che «è difficile scegliere tra Rivera e van Basten», lasciando libertà di coscienza ai deputati dem. Certamente Letta deve aver apprezzato che la scelta finale sia tra due donne non del tutto assimilabili ad alcuna corrente di partito, anche se nel corso dell’ultimo Congresso si sono fronteggiate su lati opposti del campo. Serracchiani, nata anche lei a Roma ma trasferitasi a Udine a 25 anni, al fianco di Maurizio Martina e Graziano Delrio; Madia a sostegno di Nicola Zingaretti. Vinse la seconda, che diventò parte integrante della segreteria dell’attuale presidente della Regione Lazio. Ma le cose nel frattempo sono cambiate, gli equilibri nel partito sono diversi e la sfida è decisamente in bilico. «Essendo la Serracchiani presidente della commissione Lavoro, avrebbe più senso scegliere Madia – ragiona un deputato dem che preferisce restare anonimo Siamo in una maggioranza diversa da quella di prima e ci sono degli equilibri da rispettare. Se togliamo Serracchiani da quel posto sarà difficile metterci un altro dei nostri». Già, perché Debora Serracchiani guida l’undicesima commissione di Montecitorio dal settembre 2019, cioè da quando Salvini fu costretto a mettere in frigo il Mojito e accantonare il sogno dei “pieni poteri”. In caso di elezione a capogruppo dovrebbe lasciare quel ruolo, che sarebbe subito richiesto da Lega e Forza Italia. I quali, essendo stati all’opposizione del Conte bis, non hanno al momento alcuna presidenza di commissione, e reclamerebbero a gran voce il posto lasciato libero da Serracchiani. «Sia lei che l’ex capogruppo Delrio dicono che ci sono i voti per ottenere di nuovo la guida di quella Commissione – commenta una deputata dem – ma i numeri non sono più legati alla maggioranza di prima. Non possiamo prenderci il rischio di perdere quella presidenza». L’impressione è che soltanto questo può essere il vulnus che fa pendere impercettibilmente la bilancia dalla parte di Madia. Che appena una settimana fa diceva di apprezzare «l’idea di avere un foglio bianco davanti» grazie alla nuova segreteria. «Penso sia il momento di scrivere in modo nuovo la missione del Partito democratico e la sua indispensabile vocazione espansiva», spiegava l’ex ministra, parlando di un riformismo che «o diventa radicale o non sarà nulla perché resteremo incapaci di rispondere alla richiesta di profondo cambiamento che viene dalla gran parte delle classi sociali». Dal Pd insistono su una scelta che sarà «esclusivamente sul merito» e sul fatto che «non c’è da aver paura di andare al voto in competizione», sapendo che ne resterà solo una. Passati gli anni dell’accento emiliano di Graziano Delrio, solo il tempo dirà se la nuova capogruppo del Pd alla Camera parlerà romano o se quell’accento avrà una leggera, ma significativa, cadenza del Nord.

 

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