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Draghi: “Medici No vax? Il governo intende intervenire”. E sulle riaperture gela Salvini

Dopo Pasqua riaprono le scuole fino alle medie anche nelle zone rosse. In conferenza stampa il premier fa il punto sui vaccini e replica al leader della Lega che chiede riaperture: "Vedremo in base ai dati"
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«Il Governo intende intervenire, non va assolutamente bene che operatori non vaccinati siano a contatto con malati o siano mandati a essere in contatto con malati». Mario Draghi non usa troppi giri di parole per indicare la rotta che palazzo Chigi ha deciso di seguire per contrastare i contagi causati da personale sanitario “no vax”. I cluster che si sono verificati negli ultimi giorni in Liguria hanno accelerato il processo di intervento. «La ministra della Giustizia, Cartabia – assicura il premier in conferenza stampa – sta preparando un provvedimento a riguardo».

Roberto Speranza condivide la linea, ma tiene a sottolineare si tratti di percentuali molto limitate. «La norma è al nostro vaglio, ma dobbiamo riconoscere che l’adesione del personale sanitario» alla vaccinazione «è stata straordinariamente rilevante, interverremo su una quota residuale», assicura il ministro della Salute. L’ipotesi alla quale lavora il Governo è quella di prevedere l’obbligo di effettuare il vaccino anti Covid-19 esclusivamente per i medici e il personale sanitario che operano in corsia e entrano in contatto diretto con i pazienti. Sul provvedimento operano la presidenza del Consiglio, via Arenula, il ministero della Salute e quello del Lavoro. Il testo si baserà su diverse pronunce della Corte costituzionale (ad esempio quella del 2018) che hanno già sancito la legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale (tipo quello esistente per i bambini) per il personale sanitario, che per operare è già sottoposto ad alcune vaccinazioni obbligatorie in più rispetto a quello dei normali cittadini. «Le libere scelte di ciascuno non possono entrare in contrasto con la salute e la sicurezza degli altri. Quando si arriva a contatto con altre persone per esigenze professionali bisogna mettere quelle persone in condizioni di sicurezza e credo che la norma partirà da questi presupposti e assolverà questa specifica funzione», assicura il ministro del Lavoro Andrea Orlando. «Un operatore sanitario dovrebbe considerare un diritto-dovere la vaccinazione», ammette il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza. «Non si dovrebbe neanche arrivare a una legge per l’obbligatorietà». Tutto il personale sanitario dovrebbe vaccinarsi, ma «se così non fosse provvedimenti adeguati sono auspicabili». L’adesione dei sanitari alla vaccinazione anti-Covid, comunque, è la sottolineatura, è stata molto alta: «semmai c’è stato finora un problema di mancata offerta adeguata di dosi e ci aspettiamo che aumentando ora le dosi disponibili la domanda non venga sicuramente a diminuire».

In più di un’ora di conferenza stampa per illustrare i risultati del Consiglio europeo e l’esito della riunione della cabina di regia per le misure anti-Covid dopo Pasqua, Draghi ci tiene a cominciare dalla riapertura delle scuole dopo Pasqua (fino alla prima scuola media anche nelle zone rosse) poi risponde alle domande. Il punto principale è sui vaccini. Si esce dalla pandemia producendone di più, non con la politica dei blocchi che in ogni caso sono diretti verso le case produttrici («a me pare che alcune società abbiano venduto le dosi 2-3 volte») non contro i Paesi come il Regno unito. «La cosa più normale da fare – afferma – sarebbe trovare un accordo. Penso che dopo le schermaglie legali si andrà in quella direzione». Poi la rassicurazione ai cittadini: «Sono ottimista. Gli italiani avranno tutte le dosi», l’obiettivo del mezzo milione di somministrazioni in aprile «si comincia a vedere con un po’ di probabilità». Non ci sarà nessun nuovo modello di distribuzione, «noi e la Germania non siamo d’accordo», ora si tratta solo di farsi trovare pronti ma «bisogna stare attenti anche a stipulare contratti» con vaccini come lo Sputnik, la domanda ad Ema non è ancora arrivata e non ci sarà un pronunciamento prima di tre o quattro mesi.

La novità più importante è  la conferma della ripartenza della scuola, fino alla prima media, anche nelle zone rosse. Per il governo «la scuola in presenza un obiettivo primario», in passato «ci sono state scelte dei governatori sulla chiusure delle scuole che dovranno essere riconsiderate». Aprire ulteriormente, riguardo l’istruzione didattica, non è possibile, «aumenterebbe le forme di contagio» perché si andrebbe a gravare sul problema dei trasporti. E non muterà neanche il quadro relativo alle fasce di colori, fino al 30aprile non ritornerà la zona gialla. E alla Lega che si scaglia contro i rigoristi e considera «completamente folle dare pers contato fin da ora che le chiusure proseguiranno fino alla fine del mese prossimo» il premier risponde: «Dipenderà dai dati». E comunque il decreto che il governo si appresta a varare per le misure dopo il 6 aprile «potrà essere cambiato in corsa», il monitoraggio ci sarà settimana per settimana.

Mentre Mario Draghi parla, tra le altre cose, anche di giustizia durante la sua conferenza stampa – chiedendo «tempi rapidi e certi, questa è la cosa che più rassicura» – Matteo Salvini comincia a far scricchiolare il clima da unità nazionale seguito al disarcionamento di Conte. Pomo della discordia: le chiusure imposte dalla pandemia. «È impensabile tenere chiusa l’Italia anche per tutto il mese di aprile», dice il leader del Carroccio. «Nel nome del buonsenso che lo contraddistingue, e soprattutto dei dati medici e scientifici, chiediamo che dal 7 aprile, almeno nelle regioni e nelle città con situazione sanitaria sotto controllo, si riaprano, ovviamente in sicurezza, le attività chiuse e si ritorni alla vita a partire da ristoranti, teatri, palestre, cinema, bar, oratori, negozi», è la richiesta perentoria avanzata dall’ex ministro dell’Interno. A cui segue una neanche troppo velata minaccia al governo: « Qualunque proposta in consiglio dei ministri e in Parlamento avrà l’ok della Lega solo se prevederà un graduale e sicuro ritorno alla vita». Insomma, la festa è finita, sembra di capire, la Lega torna a sbattere i pugni sul tavolo per differenziarsi dal resto della maggioranza, spingendo sull’acceleratore del ritorno alla normalità. E pazienza se anche le Regioni governate dal Carroccio, Veneto e Lombardia in testa, presentano dati allarmanti sul fronte del contagio, per Salvini le riaperture sono prioritarie. Una richiesta radicale, e forse inattesa nelle modalità, che costringe il presidente del Consiglio a replicare all’alleato a stretto giro. «Le chiusure sono pensabili o impensabili solo in base ai dati che vediamo», dice Draghi, sollecitato dai giornalisti. «Le misure hanno dimostrato nel corso di un anno e mezzo di non essere campate per arie. È desiderabile riaprire, la decisione se farlo o meno dipende dai dati». Risultato: la cabina di regia, formata da tutti i capi delegazione e dagli scienziati Locatelli e Brusaferro, decide all’unanimità, con esclusione della Lega, decide che fino alla fine al 30 aprile, ci saranno solo zone rosse e arancioni.

 

 

 

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