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«Quella sera a casa Ciontoli io c’ero e nessuno voleva la morte di Marco»

Ecco la versione integrale della lettera scritta da Viola Giorgini, la fidanzata di Federico Ciontoli, assolta da ogni accusa
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Il 3 maggio la Corte di Cassazione tornerà per la seconda volta a pronunciarsi sul caso Vannini/Ciontoli. Marco Vannini è morto a soli 21 anni il 18 maggio 2015 a Ladispoli, raggiunto da un colpo di arma da fuoco sparato accidentalmente da Antonio Ciontoli, padre della fidanzata Martina, all’interno della villetta di famiglia. Lo scorso ottobre la Corte d’Assise d’Appello di Roma ha condannato Antonio Ciontoli a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale e a 9 anni e 4 mesi sua moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina, condannati per concorso anomalo in omicidio volontario. Vi proponiamo una lettera a firma di Viola Giorgini, la fidanzata di Federico Ciontoli, assolta da ogni accusa. ************************************************************

di Viola Giorgini

 

Il 3 maggio si deciderà la sorte del processo, si deciderà se davvero tutta la “famiglia Ciontoli” voleva o meno la morte di Marco. Si parla di omicidio volontario, quindi si sostiene che volessero la morte di Marco, questo non è vero! Io c’ero e questo non è vero!

In tanti credono di avere la verità in pugno, in tanti continuano a credere che esista un segreto, ma loro quella sera non c’erano…loro sono gli stessi che aspettano da noi un segnale di umanità, senza pensare quanto sia difficile esternare pubblicamente i propri sentimenti per far comprendere a chi, ancora oggi, si esprime augurandoci la morte. Tante persone non pongono domande ma predicano ed esprimono sentenze, senza domandarsi mai come si sarebbero comportati in una situazione come quella, senza cercare di capire quali siano state realmente le condizioni di quella sera. È chiaro che, dopo sei anni di pressioni, sono pochi coloro che riescono a scindere la realtà dalla finzione. E forse per molti deve essere ormai difficile anche solo ipotizzare di poter essersi sbagliati a giudicare in un certo modo sin da subito, o di essere stati influenzati senza accorgersene da un’opinione che si è diffusa con rapidità e che noi non abbiamo avuto la forza di contrastare. Non so esattamente cosa mi spinge a scrivere oggi, anche perchè ho ben chiaro cosa significa sentirsi impotenti di fronte a un mostro così grande, come quello che è stato creato in questi anni intorno a questa storia.

 

Ormai so quanto sia stato deleterio il silenzio mediatico tenuto, ma mai avrei pensato che una storia del genere potesse finire in tv e sui giornali in questo modo, perché non ho mai creduto che fossero il luogo adatto alla sofferenza. Inoltre, non è mai stato facile capire come comportarsi, la valanga di attenzioni, insulti, minacce, pressioni non ha permesso di capire quale sarebbe stata la cosa migliore da fare per interrompere questo silenzio. Io e Federico abbiamo avuto paura di esporci, l’avremmo sempre voluto fare ma non sapevamo da dove iniziare e la verità è che tutt’ora non lo sappiamo.

Io capisco che sia difficile credere ora alla nostra buona fede, ma la vita ci è crollata addosso in un secondo e un secondo dopo eravamo in tv, un secondo dopo ancora eravamo degli assassini. Non c’era e non c’è nessuno che consiglia come muoversi, non avevamo le forze e la voglia di lottare contro qualcosa del genere. Abbiamo sempre confidato nel fatto che parlare in aula fosse più importante del farlo pubblicamente…Forse c’è anche altro che mi spinge a scrivere: credere che sia assurdo avere la sensazione che l’esito del processo sia “già scritto” come in tanti dicono. Non può essere così… Non avrei mai pensato di arrivare a scrivere pubblicamente qualcosa di così personale…ma forse parlare dell’umanità che si “nasconde” dietro persone descritte come mostri, aiuterà a capire quanto in realtà siamo persone “normali”, solo con una storia molto pesante sulle spalle.

 

A volte quello che non si conosce fa paura e lo si vede con un occhio sbagliato, finendo spesso per lasciare che la paura degeneri in discriminazione e odio. Marco da sei anni a questa parte è sempre stato presente in ogni pensiero, non c’è stato giorno in cui non abbia cercato di dividere le mie emozioni a metà. Ogni sensazione ed ogni azione compiuta, non l’ho mai più vissuta pianamente da quella sera, ho lasciato sempre una parte in sospeso, sperando che Marco potesse prendersela. Sentivo che la felicità non mi apparteneva più e quei rari momenti in cui riuscivo a sorridere non era mai un sorriso sincero, sentivo di essere altrove. Piano piano ho creato il mio mondo che oggi è fatto di pochi sorrisi, ma mi basta questo.

Non c’è stato giorno e festività in cui io non abbia pensato a Marco, alla sua sofferenza e a quella di Marina e Valerio, senza mai concedermi per un momento la possibilità di essere pienamente felice. Le esperienze che io e Federico abbiamo vissuto insieme in questi anni sono state ricche di Marco, era in ogni cosa facessimo, senza il bisogno di parlarne, di dircelo. Noi in fondo Marco lo conoscevamo poco, andavamo poco a Ladispoli…ma Marco quella sera se n’è andato e noi c’eravamo. Da quel momento Marco è entrato a far parte della nostra vita e ci rimarrà sempre. Ci capita spesso di sentire una canzone che nei giorni successivi alla morte di Marco era sempre in radio, quella canzone oggi ci immobilizza ancora, ovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo, ci fermiamo e restiamo immobili in silenzio.

 

Ricordo quando io e Federico, non potendo uscire liberamente per via della pressione dei giornalisti e per la paura di essere riconosciuti e aggrediti, andavamo a camminare al mare in inverno e nelle giornate peggiori, laddove eravamo certi di non incontrare nessuno. I luoghi isolati erano diventati la nostra quotidianità. Era triste per noi e spesso ci sentivamo arrabbiati e soli, ma bastava osservare il mare in silenzio per accorgerci che era un dono anche quello che stavamo vivendo.La sensazione della sabbia sotto i piedi, l’odore del caffè al mattino, il brivido di ogni abbraccio sincero, il rumore del vento, tutte quelle piccole cose che sfuggono in una vita frenetica, noi le stavamo apprezzando. E senza bisogno di dire niente, accettavamo la situazione e pensavamo a Marco. Non credevamo di poterci concedere una felicità maggiore di quella, una felicità completa.

Noi siamo ancora in vita e Marco no e al suo posto ci sarebbe potuto essere uno di noi.  Da quei momenti ho iniziato a capire che in un attimo la vita di chiunque può cambiare, quando meno te lo aspetti e quando sei meno preparato. Ti trovi a convivere con qualcosa di molto più grande di te, cambiando ogni piano e prospettiva, non trovando più la strada.Abbiamo visto la nostra banale vita di ventenni sgretolarsi piano piano, entrare a far parte di un meccanismo tanto devastante quanto evitabile…non smetterò mai di dire che tanti programmi e giornali hanno “giocato” davvero sporco appropriandosi della nostra vita come fossimo marionette. Adulti e giovani che hanno scelto di vendersi al mestiere di “giornalista” che insegue, corre e pedina persone. Hanno venduto le nostre immagini per cosa? Non hanno mai avuto il coraggio di rispondermi. In questi anni ho scritto tre lettere ai media, nessuno ha mai risposto. Sanno di essersi comportati in maniera meschina e poco umana ma non gli interessa, in fondo noi siamo solo immagini e voci mandate in tv. Sanno, con il loro processo mediatico, di aver avuto un ruolo nelle decisioni prese dalla giustizia in merito a questo processo. Ma questo, in fin dei conti, asseconda le loro teorie e gli fa gioco. È davvero disarmante. Abbiamo visto giornalisti urlare e gioire all’esito dell’ultima sentenza, come si può gioire di una cosa del genere? Come si può festeggiare per una possibile carcerazione?

 

Questa è una storia triste di vita reale, non un film o una partita di calcio, dove urlare vendetta diventa lo slogan principale. Odiare è diventato normale e accettabile. Non oso immaginare cosa faranno il 3 maggio. Come può, questo, garantire un giusto processo? Come si può pensare che sia corretto che delle persone possano esser private dei loro diritti in questo modo?Io e Federico abbiamo vissuto il vero processo riponendo fiducia nella giustizia, soffrendo per non poterci mettere la faccia in aula a causa delle minacce, abbiamo avuto paura, ma ogni qualvolta si presentava l’occasione per parlare eravamo lì.Io c’ero quella sera e mi sono sentita, mi sento e mi sentirò sempre in colpa per essermi fidata di Antonio, per essere stata un’immatura, per non essere riuscita ad andare oltre e a capire cosa stesse succedendo.

Mi sento responsabile per non aver sviluppato fino a quel momento un’autonomia di pensiero che mi permettesse di agire, ma Federico lo ha fatto. Si potrà dire qualsiasi cosa in merito, come è stato fatto fin ora, ma questa verità resterà sempre, qualsiasi sia la decisione della Cassazione. Non ha senso una condanna per omicidio volontario rispetto ad una mia assoluzione…Federico ha avuto il coraggio e la maturità di agire molto più di me. Io non posso non dirlo, io c’ero e so quello che è stato.Non ho mai negato gli errori commessi, che essi siano stati indotti o meno…ma nessuno ha voluto la morte di Marco, nessuno!

 

Saranno i Giudici a decidere e non voglio credere che la sentenza sia davvero già scritta. Spero con tutto il cuore, che, per la verità di questa storia, si valutino tutti gli aspetti che non sono stati valutati e che non si valutino invece quelli emersi solo in tv e sui giornali. Questi ultimi non dovrebbero entrare a far parte di un processo.  Ho sempre creduto che il circo mediatico sia stato una grande mancanza di rispetto alla morte di Marco, al dolore di Marina e Valerio e alla nostra libertà e dignità come persone. Il circo mediatico è stata la causa che ha spinto Federico più volte a pensare di non poter trovare una via di uscita. A pensare che la morte potesse essere l’unica via per salvarsi da quelle minacce, da quegli insulti, dall’esclusione alla vita sociale e lavorativa. Questo non è violenza? Ho sentito spesso le Iene parlare di cyber bullismo, Quarto Grado e Chi l’ha visto parlare di violenza in generale, ma possibile che nessuno si renda conto dell’assonanza con quello che hanno fatto a noi e a tante altre persone?

Il processo mediatico ha alimentato un tale odio nei nostri confronti da far arrivare le persone a minacciarci di morte. Come hanno potuto credere che Martina non soffrisse? Io con il tempo ho capito che ognuno ha il suo modo per esprimere, sopportare e convivere con il dolore che prova…  Io non ho mai pensato al suicidio ma io non ho visto distruggersi tutto intorno a me, la mia famiglia, la mia casa…Federico e Martina sì. E capisco che risulti un nulla rispetto alla morte di Marco e lo è, ma quando ci si ferma un attimo a pensare, possibile che non si metta in dubbio nulla? Possibile che sia così facile odiare?  Avevamo poco più di vent’anni e nonostante non fossimo soli e non lo siamo tutt’ora, nessuno è mai riuscito davvero a capire cosa si provi di fronte a tutto questo. Io e Federico siamo rimasti forti insieme, da soli non ce l’avremmo mai fatta. Abbiamo sempre voluto separare e tener lontano il mondo mediatico da quello giuridico e ancora di più da quello emotivo, dalla sofferenza sincera per ciò che è stato.

 

Quando scrissi ai genitori di Marco, non credevo potessero portare la mia lettera in tv, da quel momento ho capito che qualsiasi cosa avessi fatto o detto sarebbe passata per le televisioni e i giornali e questo mi bloccò dal fare altro. Quello che volevo dire a loro era troppo personale per gettarlo in pasto agli sciacalli, ma so che avrei potuto fare di più, so che sarei potuta andare da loro… Ho sempre saputo di dover chiedere scusa per non essere stata abbastanza quella sera, ma io più di quella che ero, non potevo essere.  Io non posso immaginare il vuoto che sentono oggi, la sofferenza che hanno vissuto quando non hanno sentito atterrare l’elicottero al Gemelli, quando hanno saputo della morte di Marco. Io se solo provo ad immaginare quei momenti, perdo completamente la forza di tenermi in piedi. Il loro è il dolore più importante, lo è sempre stato e lo sarà per sempre, come ho detto più volte. Io conoscevo a malapena Marina e Valerio ma da quel momento sono legata a loro, come loro purtroppo sono legati a me.

In tutti questi anni io e Federico abbiamo sempre posto la nostra sofferenza in secondo piano perché non la consideravamo abbastanza rispetto a quella che vivono le persone che erano e sono più legate a Marco.Ho assistito spesso al dolore di Federico, l’ho visto diventare un corpo senza forze, l’ho visto non mangiare per giorni e fissare un punto fino a che i suoi occhi per stanchezza finivano per chiudersi da soli. Ho avuto paura, ho mollato tutto per stare con lui, era solo e non ce la faceva più. Ci siamo accorti poco tempo dopo che l’unica cosa che lo avrebbe salvato sarebbe stato allontanarsi da qui. Il volontariato e quei pochi che non lo rifiutarono, lo aiutarono tanto.Quella sera eravamo i più estranei a Marco e anche nella sofferenza per la sua perdita siamo sempre stati un passo indietro agli altri. Anche la sofferenza per la vita che conduciamo è meno importante della sofferenza per la perdita di una persona, ma oggi so che forse non è giusto porre la questione sempre in questi termini, perché esistono tanti tipi di sofferenza e tutti meritano rispetto.

 

Io non so perché si è arrivati a tanto in questi anni e non so perché si sia scelto di assecondare quei giornali e programmi che condannano a priori, che inventano e manipolano realtà, ma quello che so, è che il sentimento provato da me e Federico nei confronti di Marco e della sua famiglia in questi anni, è la cosa più sincera e profonda al mondo e mai nessuno ce la porterà via.  In questi anni la nostra vita è stata difficile e lo sarà ancora di più, ma noi una vita l’abbiamo ancora e Marco no e nonostante nessuno abbia mai voluto la sua morte, sentiamo il dovere di dare importanza a tale fortuna. Questo lo sappiamo da sempre, nonostante siano state dette tante cattiverie gratuite.Quello che Federico ora sta facendo pubblicamente è qualcosa di importante per chi in futuro sentirà il peso di una vita come quella che viviamo noi, perché nessuno dovrebbe vivere una vita così invadente…nessuno dovrebbe essere messo alla gogna mediatica, neanche il peggior criminale al mondo. Siamo esseri umani tutti.

Il processo è una cosa, la gogna mediatica un’altra. I principali programmi che hanno trattato questa vicenda mandano un messaggio ben chiaro di giustizia al loro pubblico, dimenticandosi quanto in realtà siano tra i primi fautori delle più grandi ingiustizie. Le persone a causa loro e delle degenerazioni dei milioni di commenti sui social pensano di non voler più vivere…questo piace a chi ancora chiede pubblicamente di vederci morti? Con loro anche i politici hanno pensato di dover esprimere pareri, con un processo ancora in atto hanno preso una posizione, si sono schierati. Ma è normale in un Paese democratico una cosa del genere? È normale che la giustizia, la politica, il giornalismo, i social, i programmi televisivi siano così connessi tra loro da non garantire un giusto processo? È normale che ci si dimentichi che siamo tutti persone?

 

Nonostante con questa lettera io voglia mandare un messaggio diverso e nonostante io creda che la piazza pubblica non sia la sede opportuna per parlare di certe cose, ho deciso di spiegare pubblicamente anche una mia famosa espressione infelice sulla quale il processo mediatico ha lungamente costruito ipotesi e giudizi di ogni genere. Lo faccio perché sono quasi certa che per molti queste mie parole sembreranno un ennesimo tentativo di “parare un po’ il culo” a Federico. Così spiegherò pubblicamente, nonostante io l’abbia già fatto diverse volte in aula, cosa ho inteso all’epoca, in quel preciso momento, con quella frase. Cercherò di far capire cosa successe prima di pronunciarla per rendere più chiaro il tutto.Federico, nella Caserma dei Carabinieri di Ladispoli, quando venne a sapere che volevano fare degli accertamenti solo su lui, il padre e la sorella, mi esplicitò il timore che i Carabinieri (i quali a un certo punto avevano iniziato ad assumere un atteggiamento più rigido e freddo nei nostri confronti rispetto all’inizio) trovando le sue impronte sulle armi, potessero dubitare del fatto che a sparare fosse stato davvero Antonio.

Inizialmente nessuno aveva immaginato questa ipotesi, cioè che i carabinieri potessero mai dubitare che noi avessimo raccontato la verità. Eravamo solo sconvolti per la cosa assurda che era successa, per noi in certi momenti ancora non sembrava neanche vero che Marco potesse essere morto. Era assurdo. Eravamo preoccupati per Antonio, per la sua instabilità in quel momento, avevamo paura che per il senso di colpa e la responsabilità che sentiva potesse fare qualche gesto inconsulto. Poi, certe domande negli interrogatori e il cambiamento negli atteggiamenti dei carabinieri iniziò a farci venire ansia.

 

Quest’ansia si amplificò nel tempo, e quando Federico la mattina del 18 andò via dalla Caserma di Ladispoli, io non lo vidi fino al pomeriggio, quando lo raggiunsi nella Caserma di Civitavecchia. In tutte quelle ore mi aveva lasciato con questa sua paura e io ebbi paura per lui. Non sapevo niente, non li vedevo tornare e poi ad un certo punto dissero anche a me di andare a Civitavecchia, solo a me, a Maria no. Questo mi spaventò ancora di più. Non capivo perché solo io. Era legato forse al dubbio che era sorto a Federico? Mi spaventai, ricordo che nel viaggio in macchina con quei due Carabinieri non riuscivo a muovermi, tremavo, sudavo, ma sentivo tanto freddo. Quando arrivai nella Caserma di Civitavecchia venni ascoltata subito. Poco dopo l’interrogatorio che durò circa un’ora, raggiunsi Martina e Federico sul divano. Federico mi chiese come prima cosa che cosa avessi detto in merito alle armi. Gli dissi che gli avevo detto che il primo momento in cui vidi la pistola (io ricordavo di averne vista una sola) fu quando lui, uscito dal bagno, la portò al piano inferiore della casa, prima di quel momento non le avevo viste.Questo perché, se la paura di Federico (anche mia per lui) era che potessero trovare le sue impronte sulle armi e dubitare che poteva essere stato lui a sparare e non Antonio, il mio specificare che fino al momento (ovvero quello dell’ingresso e dell’uscita di Federico dal bagno) io non le avevo viste e Federico era stato con me, dava certezza del fatto che lui non poteva averle toccate fino a quel momento. Questo avrebbe garantito l’impossibilità di dubitare del fatto che lui fino a quel momento non le avesse toccate e che quindi le impronte di Federico risalivano ad un secondo momento dallo sparo.

 

Mi dissi, tra me e me: Federico le ha toccato solo in quel momento, se io lo confermo, loro non possono dubitare.Infatti, dissi “ho detto che l’ho vista solo in quel momento così t’ho parato un po’ il culo a te”. Vuol dire: ho detto che prima di quel momento io non avevo visto nessuna pistola (ed era l’assoluta verità) e dato che tu eri con me nel letto, non potevi aver visto né tantomeno toccato, nessuna pistola. Con “parato un po’ il culo” (linguaggio che all’epoca banalmente utilizzavo spesso, senza porre troppa attenzione al suo significato) intendevo dire che ho difeso Federico da un’ipotetica accusa riguardo il fatto che lui potesse aver toccato le armi prima del suo ingresso nel bagno. Questo garantiva con certezza che non avrebbero potuto in alcun modo dire che a sparare poteva essere stato Federico. Dicendo “così ti ho parato un po’il culo a te” sembra effettivamente che io abbia omesso o nascosto qualcosa, ma non è così. Ho utilizzato un linguaggio non corretto. Io con quella frase intendevo solo tranquillizzare Federico del fatto che avevo ribadito durante l’interrogatorio (che sembrò davvero accusatorio) che fino a quel momento né io né Federico avevamo visto le armi e che quindi, nonostante trovassero le sue impronte, non era stato Federico a sparare. Così avrei difeso Federico da quell’ipotetica accusa, che lo aveva spaventato ormai da ore.

Credo che qualsiasi parola io pronunci o pronuncerò verrà sempre fraintesa, ma resta in me quella piccola speranza che mi permette di riprovarci oggi. Fin ora ho avuto tanta difficoltà a parlare di Marco pubblicamente, credevo di non potermelo concedere e questo ha fatto passare il messaggio che lui non fosse nei miei pensieri. Ma non è così.Alla fine di tutto, resterà solamente ciò che di più profondo e sincero c’è. In questa storia non potranno mai esserci vincitori e vinti, non è mai stata una guerra e mai lo sarà.

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