Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

«Il Covid ha nascosto l’omofobia nelle case, ma con la crisi sociale l’odio torna a galla»

Intervista allo scrittore Simone Alliva dopo la brutale aggressione ai due ragazzi gay nel metrò di Roma
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Mi preoccupano le persone Lgbt che risentono dei messaggi di disvalore e iniziano ad avere paura. Alcuni temono più di prima e tacciono. Altri per fortuna, come Jean Pierre, dicono basta e denunciano». Simone Alliva, giornalista de L’Espresso e autore, fra gli altri, del volume Caccia all’omo. Viaggio nel paese dell’omofobia (Fandango Libri), si sta riferendo a Christopher Jean Pierre Moreno, 24 anni, rifugiato nicaraguegno, vittima di un’aggressione avvenuta il 26 febbraio scorso alla fermata della metro Valle Aurelia di Roma, perpetrata da un uomo ancora non identificato, perché si stava scambiando un bacio con Alfredo Zenobio, 28 anni. Il video della violenza, girato da un loro amico, è stato ora consegnato alla polizia, cui le vittime avevano già inoltrato denuncia.

Alliva, la sera del 26 febbraio si verifica a Roma un’aggressione omofoba scatenata dal bacio fra due ragazzi. Ritiene che il clima d’intolleranza nei confronti delle persone Lgbt – di cui ha fornito accurata rappresentazione nel suo ultimo libro – non abbia conosciuto sostanziali miglioramenti?

Non possono esserci miglioramenti senza volontà politica. E la violenza nei confronti delle persone Lgbt non si è mai fermata. Durante il lockdown più duro si è spostata dalla strada alle mura di casa. Adesso, in questo momento di forte crisi economica e sociale, tornano a galla i fondi di bottiglia di una società che non ha mai fatto i conti con la propria omotransfobia. Sono molto affilati, bisogna fare attenzione. Galleggiano nell’ossessione di straniamento, di solitudine, di abbandono. Pensiamo all’aggressione dei due ragazzi di Roma: c’è un video che la racconta eppure non riusciamo a vederla per quello che è: lo specchio che riflette questo tempo. C’è chi dice che si tratta di una montatura, chi dice invece che non dovevano baciarsi. Ci stiamo perdendo completamente.

La vittima dell’aggressione, Jean Pierre Moreno, discriminato e minacciato in Nicaragua perché gay, pensava di potersi ritenere al sicuro a Roma. «Anche qui possono accadere cose del genere», conclude. La difesa e il rispetto dei diritti umani nel nostro Paese non è così diffuso e puntuale come vorremmo credere?

C’è stata una regressione evidente. Ricordo che per odiare delle categorie di persone prima è necessario disumanizzarle, considerarle appunto di un’altra specie. È successo in passato e succede oggi con i migranti, con le persone Lgbt. La strategia è intenzionale ed è messa in atto da politici spregiudicati, che cavalcano i sentimenti negativi di questo tempo. La disumanizzazione ricopre sempre un ruolo vitale nei cosiddetti crimini d’odio. E quando tu parli sempre di “genitore 1 e 2”, di educazione al gender, che cosa fai se non disumanizzare una comunità? Avviene così che l’aggressore si accanisca sull’«inferiore» e alzi il tiro.      

Se sarà identificato, l’aggressore rischia accuse di lesioni e ingiuria, senza aggravante specifica per l’omofobia. È tempo che il ddl Zan, approvato alla Camera il 4 novembre e ora fermo al Senato, riprenda il suo percorso?

Questa è una legge ferma da più di trent’anni. È arrivato il momento di dare una risposta a queste persone proprio perché ci troviamo dentro questo tempo terribile. Esistono le discriminazioni multiple: una persona Lgbt non è immune al Covid e alla crisi economica. Le discriminazioni, in questo periodo, sono aumentate, e le discriminazioni verso le persone Lgbt pesano ancora di più. Il Parlamento può lavorare anche su altri provvedimenti contemporaneamente, altrimenti sta dicendo agli italiani che è inutile, che non serve. Non un bel messaggio per chi non si è fatto ancora inghiottire dai populismi. Molti diranno che adesso c’è ben altro. Lo dicono su tutto quello che riguarda i diritti, ma da sempre. Il benaltrismo è sempre stato il paravento degli imbarazzi pavidi. Bisogna pur cominciare da qualcosa, invece.   

La politica si schiera compatta contro la violenza, per poi avanzare distinguo. La Lega puntualizza: «Non si strumentalizzino vili aggressioni per fini politici. Il nostro codice penale prevede già condanne e sanzioni adeguate per chi compie simili orribili atti». Condivide?

L’uscita della Lega è molto curiosa. Forse non sanno o fingono di non sapere che tutti i reati previsti con formule generiche vengono ad assumere un aspetto diverso e peculiare sotto il profilo criminologico, arrivando a qualificarsi come “crimini d’odio”. L’atto di bullismo nei confronti di un giovane gay non può ridursi alle lesioni personali, gravi o gravissime che siano, così come il pestaggio di una coppia lesbica non corrisponde a un semplice pestaggio. La furia omotransfobica si rivolge contro quell’individuo allo scopo di annullare la sua identità. Non è ideologia. Non è politica. I crimini d’odio esistono. Vanno sanzionati. E già lo sono: per motivi di razza, di religione o di etnia. E poi le dirò di più: non penso che tutti dentro la Lega condividano questo ordine di scuderia. La senatrice Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia alla Camera nel 2012 e oggi senatrice della Lega, portò avanti una battaglia per la legge contro l’omofobia insieme ad Anna Paola Concia, deputata del Pd. Non credo abbia cambiato idea. E penso che non sia sola dentro la Lega.

Alfredo Zenobio, partner della vittima, evidenzia che «serve prevenzione anche nelle scuole, perché altrimenti l’odio non si ferma». È d’accordo?

Si ferma l’odio con cultura, scienza, diritto e informazione. La violenza omotransfobica è fatta di aggressioni fisiche o verbali ma va distinta dalla cultura omotransfobica, che è disseminata nei linguaggi, negli atteggiamenti, negli sguardi, nelle barriere invisibili buone a separare i «diversi» dai «normali»: se sei «così» non sei uno di noi. Bisogna partire dalla scuola che forma il futuro. È con il confronto e la comunicazione che i giovani si mettono in gioco riuscendo a «sbloccare» il meccanismo dell’esclusione. E la legge Zan prevede questo con l’art. 6 e l’art. 7: iniziative di amministrazioni pubbliche e corsi di educazione al rispetto. Sappiamo che il fattore protettivo più importante per gli adolescenti è il supporto dei pari, delle scuole e delle famiglie. Il futuro è l’unico posto dove possiamo andare. E sarebbe meglio renderlo accogliente per i nostri figli e per chiunque verrà dopo di noi.

Ultime News

Articoli Correlati