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Il populismo delle classi dirigenti

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A brigante, brigante e mezzo, amava ripetere Sandro Pertini. A populista, populista e mezzo potremmo dire noi guardando alla scelta – per fortuna rientrata – di Merkel, Draghi e Macron di interrompere i vaccini di AstraZeneca e chiedere una nuova verifica all’Ema sulla base di “dicerie social”. Forse potrebbe essere utile tornare a sfogliare il Marc Bloch di “La guerra e le false notizie” per capire la lunga e disastrosa storia di quelle che oggi chiamiamo fake news. Le quali, è vero, nascono dal basso, dalle trincee dei social media, ma vengono spesso cavalcate nei piani alti del potere per simulare una vicinanza al “popolo” che invece è sintomo dell’esatto contrario: di una distanza strutturale tra quello stesso “popolo” e le sue “élite”.

Distanza che a questo punto appare difficilmente rimarginabile. Sappiamo tutti com’è andata la triste vicenda dei vaccini. Di fronte alle poche decine di “reazioni avverse” su milioni di dosi inoculate di Astrazeneca (si parla di 25 trombosi su 20 milioni di somministrazioni), è nata una campagna stampa terrorizzante arrivata fin su i piani alti dei leader europei i quali, invece di rassicurare i cittadini sulla base delle evidenze scientifiche, hanno deciso di cavalcarne il terrore. Risultato? Uno stop alle vaccinazioni delle dosi di Astrazeneca per vari giorni che avrà come unico effetto l’aumento del numero di morti da Covid.

Si tratta di persone sacrificate sull’altare del populismo medico-scientifico divulgato dai laureati alla libera università di Google. Ma la novità non è la data dalla virulenza delle fake-news (il libro di Bloch è addirittura del 1921) quanto dalla decisione delle nostre istituzioni di “accogliere” e assecondare questo tsunami di falsità per ragioni di opportunismo politico, di mera ricerca del consenso (Merkel aveva appena perso le elezioni in Baden Wuerttemberg e Sassonia) che altro non è se non la premessa del cedimento delle istituzioni democratiche al populismo. Negli anni ‘20, all’alba del fascismo, Gramsci parlava di sovversivismo delle classi dirigenti, per denunciare la tendenza storica delle nostre élite a scivolare nell’eversione e nell’antiparlamentarismo.

Oggi, quelle stesse classi dirigenti, sembrano cedere alla seduzione pericolosissima del populismo. Si tratta di quello stesso blocco che si è compiaciuto, quasi fosse una sua vittoria, dell’istantanea che ritraeva il presidente della Repubblica in fila allo Spallanzani in attesa della sua dose di vaccino. Una immagine molto bella che però conteneva almeno due letture. La prima è quella limpida di un capo dello Stato che decide di scendere dal Palazzo per vivere accanto ai cittadini “la guerra pandemica”; l’altra, decisamente più pericolosa e portata avanti da quello stesso blocco, è quella che inscrive quella foto nel manifesto populista dell’uno vale uno. Ma il capo dello Stato rappresenta gli interessi di 60 milioni di italiani e per questo non può e non deve essere considerato come un cittadino come gli altri. L’uno vale uno è un frottola che ha sempre preceduto il suo esatto opposto: l’uomo solo al comando. Basta rileggere le drammatiche biografie di Bloch e Gramsci per scoprire, allora, come andò a finire.

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