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Cartabia dopo la lettera sul Dubbio: «Processi fermi per carenza di aule? Mai più»

I penalisti baresi scrivono a Cartabia e le descrivono la lunga odissea culminata con l'accampamento del tribunale sotto le tende
Il riferimento è alla lettera di una madre che ha perso il figlio per un incidente sul lavoro: il processo a Teramo non era potuto nemmeno essere avviato per le condizioni dell’edilizia
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«Ieri ( mercoledì, ndr) su un giornale c’era la lettera di una madre che ha perso il figlio per un incidente sul lavoro: il processo non era potuto nemmeno essere avviato a Teramo per le condizioni dell’edilizia. Questo non deve succedere mai più. È un tema importantissimo al quale dobbiamo destinare risorse e interventi tempestivi». A dirlo è stata la guardasigilli Marta Cartabia, nel corso dell’audizione in commissione Giustizia al Senato. Il riferimento è alla lettera della signora Annunziata Cario, 75 anni, che dalle colonne del Dubbio ha invocato l’intervento della ministra affinché il processo per la morte del figlio potesse sbloccarsi. Un appello che ha spinto la titolare della Giustizia a contattare telefonicamente la donna. Nel corso del colloquio, Cartabia ha manifestato solidarietà alla donna per la tragica perdita del figlio, confermandole l’interessamento alle problematiche dell’edilizia giudiziaria.

Nella lettera, infatti, la donna ha lamentato l’impossibilità di vedere celebrato il processo in tempi ragionevoli per la morte di Roberto, il più piccolo di sei figli, che ha perso la vita il 29 maggio del 2017, nel piazzale di una ditta a Castelnuovo Vomano in provincia di Teramo, mentre lavorava come trasportatore. «Il nostro processo — spiegava la donna — è a stento iniziato e non si riesce a celebrare, nonostante rientri in quelli cosiddetti a trattazione prioritaria, visti i reati contestati. Il Tribunale di Teramo non è in grado — di fatto così ci è stato detto — di poter far svolgere in sicurezza i processi con più parti, a causa della carenza di aule attrezzate, risorse e personale, e per questa ragione in un anno e mezzo, da quando è iniziato il dibattimento, a causa di continui rinvii è stato sentito solo uno dei circa venti testimoni.

Con questa cadenza il processo di primo grado durerà numerosi anni». Ogni richiesta alla presidenza del Tribunale di Teramo per consentire di celebrare in tempi normali il processo, ha aggiunto la donna, «è stata vana (i nostri avvocati non hanno mai ricevuto risposta dallo stesso), nonostante il comune impegno del giudice, del pubblico ministero e di tutte le parti del processo affinché lo stesso si svolga in tempi ragionevoli». Ad intervenire nel dibattito anche Giorgio Varano, avvocato della famiglia. «Noi abbiamo già chiesto formalmente proprio al presidente del Tribunale di trovare una sede esterna per continuare il processo, ma ad oggi non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta.

A questo ritmo la mamma rischia di non vedere neanche la fine del primo grado di giudizio», ha dichiarato al Messaggero. La prima udienza del processo si è tenuta il 10 ottobre del 2019, quasi due anni e mezzo dopo la morte di Roberto, e la seconda lo scorso 28 gennaio, quando è stato sentito il primo teste, a distanza, cioè, di oltre un anno. La prossima udienza è fissata a maggio.

 

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