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«La giustizia non è una serie tv». Il J’accuse dei penalisti di Vicenza

Sirene spiegate e arresti in presa diretta. La Camera penale di Vicenza segnala l'ennesima operazione a favore di telecamera da parte della Guardia di Finanza: un blitz antidroga filmato e ripreso sulla stampa locale
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«La giustizia non è una serie tv»: si intitola così la nota del direttivo della Camera Penale di Vicenza che ha voluto censurare l’ennesima operazione a favore di telecamera da parte della Guardia di Finanza. Il copione è simile a quello di tanti altri video delle forze dell’ordine che vanno ad arrestare qualcuno: primo piano sulla caserma, poi sirene spiegate in strada, arrivo sul posto con dispiegamento di forze, e infine riprese degli arrestati.

In particolare, nel caso in questione, si è trattato di una operazione antidroga, al termine della quale sono stati arrestati tre richiedenti asilo nigeriani e sequestrati ingenti dosi di droga pronte per lo spaccio. Immagini e video del blitz sono stati riportati sulla stampa locale. A tal proposito hanno scritto i penalisti vicentini: quelle immagini «ci hanno lasciato senza parole». Immagini in “presa diretta” mentre gli operanti entrano nell’abitazione ed eseguono la perquisizione, all’interno di un’abitazione – come se si trattasse di uno di quei docufilm che vanno tanto di moda.

La ripresa del momento in cui vengono (apparentemente!) scoperte somme di denaro in contante all’interno di alcuni cassetti – quasi a creare un elemento di sorpresa, come nelle migliori serie televisive; la meticolosa preparazione di quanto oggetto di sequestro in bella mostra e su un tavolo in cui esibire l’esito della perquisizione, come un trofeo, a favore di telecamera».

Gli avvocati, giustamente, si interrogano «sull’utilità – prim’ancora che sulla legittimità – di questo video: a chi e che cosa serve? Risponde a un pubblico interesse occupare personale di polizia e pubbliche risorse per realizzare queste immagini, che non hanno alcuna utilità processuale?». Come se non bastasse, conclude il direttivo, «vengono esibite le immagini degli arrestati mentre vengono raccolte le impronte digitali e addirittura con le manette ai polsi, in violazione di quella norma del codice di procedura penale che, sancendo un elementare principio di civiltà giuridica, vieta espressamente «la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica» (art. 114 c.p.p.). Né varrebbe rispondere che il volto della persona è stato “oscurato”, perché contestualmente – sulla base di una prassi tanto diffusa quanto da noi contestata – sono state diffuse le foto segnaletiche degli arrestati».Si tratta del secondo episodio nel giro di poche settimane, in cui i penalisti italiani sono stati costretti a stigmatizzare pratiche (probabilmente) lesive della dignità degli indagati.

Qualche giorno fa l’avvocato Giuseppe Belcastro dell’Osservatorio Informazione Giudiziaria dell’Ucpi aveva scritto proprio su questo giornale un duro commento contro le video riprese degli arresti degli indagati per l’omicidio di Ilenia Fabbri, chiedendo un intervento della Ministra Cartabia per «porre fine a questo scempio; ché il paese di Beccaria non lo merita».

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