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«Chiamatemi avvocato, anche se donna. La toga non sia schiava del genere»

Avvocata o avvocato? Il "maschile inclusivo" garantisce la libertà dal sospetto di una difesa esercitata più o meno “bene” a seconda che il difensore sia uomo o donna
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«Chiamatemi Avvocato» vuol dire libertà della toga dal genere, maschile o femminile che sia. Complice la puntata di Sanremo in cui Beatrice Venezi ha detto «chiamatemi direttore, non direttrice», il tema  è tornato alla ribalta anche nell’avvocatura. Sembrava che scrivere di rivendicare di essere solo un Avvocato, senza che il genere togliesse spazio alla toga, avrebbe fatto partire la vulgata contraria e invece parecchie sono state le voci di donne che vestono la toga, a concordare con passione nell’intento di non volere differenze di genere quando esercitano la Difesa.

Inevitabilmente sono insorte le obiezioni: se sei donna e non aderisci alla campagna del mutamento linguistico, senza saperlo sei il prodotto di una cultura maschilista. Il punto è che la forzatura nell’adesione a una visione, che sembra per lo più ideologica, pare non lasciare spazio al diritto al dissenso. La toga non ha genere: questa l’argomentazione della voce del dissenso. Il problema è che la crociata del titolo declinato si presenta con una tale verve, da diventare un vero e proprio veto al pensiero contrario: pena la stigmatizzazione. L’obiezione al dissenso viene giustificata prima di tutto come un fatto di grammatica e di lingua italiana. Argomentazione che vacilla da quando il presidente dell’Accademia della Crusca ha risolto la questione, peraltro con una brillante dichiarazione di libertà: chiamatevi come volete, ha detto in soldoni il prof Claudio Marazzini nel mettere anche tregua agli attacchi a Beatrice Venezi.

La pietra tombale dell’Accademia è praticamente una rivelazione: si chiama solo “maschile inclusivo” e in pratica sostituirebbe la carenza del sostantivo neutro nella lingua italiana. Quindi, sulla vicenda della tesi della scorrettezza linguistica parrebbe essersi risolto il problema con un intervento anche di un certo prestigio. Tuttavia non pare cosi semplice, perché se dal canto suo la parola “inclusivo” sarebbe già di per sé eloquente, là dove si capisce la funzione neutra  di un titolo che diventa di tutte e tutti, resta però quel “maschile” che al linguaggio politicamente corretto non dà pace. Superata l’obiezione linguistica, alle impavide che rivendicano di sentirsi solo un Avvocato viene allora attribuita la bestia nera del retaggio antico, che le terrebbe ancorate al maschilismo non facendo loro accettare il cambiamento della lingua italiana nel dibattito di genere. Niente meno!

«Ognuno ha il diritto di fare la propria scelta, ma non può pretendere di imporla agli altri in maniera assoluta»: questa la dichiarazione di libertà del presidente dell’Accademia della Crusca che già cosi dà ossigeno alle voci del dissenso. Ma ci potrebbe essere anche di più. Rispetto alla pressione di chi vorrebbe dare per forza un genere alla toga viene a mente, come in una vera e propria eterogenesi dei fini, la storia di Lidia Poet: è a lei che fu tolta la prima toga di donna nel 1883  con la sentenza che la cancellò dall’Ordine degli Avvocati. A dire il vero la Poet si iscrisse all’Ordine di Torino, visto che la legge non prevedeva differenze di genere per il titolo di Avvocato, ma a fare le pulci fu la Procura Generale, per cui il problema stava proprio nel fatto che l’Avvocato Poet fosse una donna. Se si può  lanciare una provocazione, la Procura Generale non ebbe però scrupolo alcuno a definirla un’avvocatessa nella sua requisitoria.  “(….) Sarebbe disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo nello strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che trasmodano e nelle quali anche loro malgrado potrebbero essere tratte oltre i limiti che al sesso più gentili si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste. (….)    come non occorre neppure fare cenno del pericolo gravissimo a cui rimarrebbe esposta la magistratura di essere fatta più che mai segno agli strali del sospetto e della calunnia ogni qualvolta la bilancia della giustizia piegasse in favore della parte per la quale ha perorato un’avvocatessa leggiadra (…).

Quindi, una donna in Aula avrebbe potuto indurre il giudice in tentazione: ebbene, ecco perché c’è chi non vuole proprio che la sua toga abbia un genere. L’eterogenesi dei fini: quel “maschile inclusivo” oltre a riconoscere il diritto al dissenso di chi vuole solo essere un Avvocato, rischierebbe di garantire la libertà della toga dal sospetto di una Difesa esercitata più o meno “bene” a seconda che il difensore sia uomo o donna. La libertà  della toga dal genere diventerebbe cosi un’estensione della libertà della Difesa, oltre che il riconoscimento del dissenso rispetto a una posizione che potrebbe essere più ideologica che di risultato. Per fortuna che le toghe sono tutte uguali.

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