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Quell’assalto mediatico al Gup che ha scarcerato l’uomo condannato per omicidio

Dopo le numerose proteste degli ultimi giorni, la Camera Penale di Napoli interviene sul caso di Fortuna Bellisario per ribadire che «abbiamo il dovere di non cedere a pulsioni irrazionali e di ricordare che la giustizia non può mai essere vendetta»
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«Assistiamo ancora una volta ad una forte pressione mediatica che potrebbe anche involontariamente influire sul corretto esercizio della giurisdizione»: a dirlo al Dubbio è l’avvocato Angelo Mastrocola, segretario della Camera Penale di Napoli, in merito ad una vicenda quantomeno originale se non preoccupante per la serena amministrazione della giustizia.

È opportuno che un Presidente di Tribunale rilasci una intervista in cui solleva dubbi su alcuni aspetti della decisione di un Gup in materia cautelare, rispetto ad un fatto di cronaca che ha comportato addirittura manifestazioni di parenti e amici della vittima e sdegno mediatico? Il contesto è il seguente: la giovane Fortuna Bellisario è stata uccisa nel 2019 con una stampella ortopedica dal compagno, che per questo delitto è stato condannato a dieci anni con rito abbreviato, riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale, come richiesto dallo stesso Pm. Qualche giorno fa, dopo due anni di carcere, l’uomo è andato ai domiciliari, perché il Gup ha accolto il ricorso dell’avvocato e lo ha giudicato non pericoloso socialmente.

La decisione ha scatenato numerose proteste e anche un flash mob dinanzi al Palazzo di Giustizia con uno striscione “In-Giustizia per Fortuna”. Quanto accaduto è stato commentato anche in una intervista fatta su Repubblica alla dottoressa Elisabetta Garzo, da un anno al vertice del Tribunale di Napoli, e dal titolo “Garzo: Caso Fortuna, inopportuni i domiciliari nella casa del massacro”: «premessa importante – dice la dottoressa Garzo – non posso entrare in alcuna valutazione sul provvedimento» ma, sollecitata dalla giornalista, prosegue: «ecco, forse doveva essere valutata con ancora ulteriore rigore, rispetto a quello che il giudice avrà adottato, dove e come concedere i domiciliari. Questo mi sento di dirlo. Magari, non avrei destinato quell’uomo nella stessa casa dove era avvenuto il massacro della donna».

Queste dichiarazioni insieme alla campagna mediatica e ai sit-in di protesta sotto il Tribunale hanno suscitato una reazione critica da parte della Camera Penale di Napoli che ha elaborato un lungo documento, siglato dal Presidente Marco Campora e dal segretario Mastrocola, per  stigmatizzare quel corto circuito che si è creato tra media, magistrati e tribunale del popolo intorno al caso della donna uccisa.  «Siamo vicini ai familiari ed agli amici della sventurata Fortuna Bellisario – scrive la Camera Penale –  ne comprendiamo il dolore sordo ed insopportabile, la rabbia e finanche una – per loro comprensibile – volontà di vendetta».  Tuttavia, proseguono i penalisti, « noi – e cioè tutti quelli che non hanno perso una persona cara in questa vicenda – abbiamo il dovere di non cedere a pulsioni irrazionali, di ricordare che la giustizia non può mai essere vendetta e che la qualità della funzione giurisdizionale non si misura sulla base degli anni di galera che vengono inflitti. Concetti basilari che, tuttavia, negli ultimi anni sono costantemente messi in discussione da un populismo penale che sembra ormai aver smarrito anche un qualsivoglia sub-strato ideologico per degradare a mero istinto o riflesso di maniera. Allo stesso modo, occorre sempre ribadire che i processi non si occupano mai dei fenomeni ma solo ed esclusivamente di singoli casi, ognuno diverso dall’altro». Il tema “femminicidio” è meramente culturale prima che penale: «Nessun ergastolo, infatti, eviterà un nuovo femminicidio in futuro. Nessuna pena esemplare potrà avere efficacia dissuasiva di condotte che sfuggono completamente allo schema del rapporto costi/benefici; solo una nuova struttura materiale e culturale della società (che sia pur in tempi lunghissimi sta evolvendo nei termini auspicati) consentirà davvero alle donne di allontanarsi in tempo dai propri aguzzini». E comunque, ricordano gli avvocati, la decisione è stata emessa rispettando quello che prevede il codice: «Dunque, nessuno scandalo, nessuna “eccentricità” ma una sentenza assolutamente coerente ed in linea con la produzione giurisprudenziale quotidianamente emessa.  E, ciononostante, a seguito della lettura del dispositivo sono partite le solite proteste: la pena è troppo bassa, l’imputato uscirà di galera dopo pochi anni, anzi è già libero perché il GUP gli ha concesso gli arresti domiciliari! È un format che si autoalimenta e che sta inesorabilmente avvelenando la qualità della nostra democrazia». Aggiungiamo: sta immolando il garantismo sull’altare di una presunta sicurezza collettiva.

Ma l’aspetto forse più importante che mette in evidenza la Camera Penale è che questa ondata di indignazione popolare a cui la stampa ha dato ampia eco, senza minimamente dare conto dei meccanismi del giusto processo, avrebbe spinto persino il Presidente del Tribunale di Napoli a sollevare obiezioni su un aspetto della decisione del Gup: «Le spinte provenienti dall’esterno sono talmente forti che ormai travolgono, talvolta, anche i protagonisti della giurisdizione, tanto che finanche il Presidente del Tribunale si è lasciato andare, in un’intervista pubblica, a valutazioni critiche in ordine ai provvedimenti emessi dal  GUP. Nonostante il garbo e la cautela delle affermazioni, infatti, dalla intervista emerge chiaramente – allorquando si afferma che “forse la vicenda doveva essere valutata con ancora ulteriore rigore” o “magari, non avrei destinato quell’uomo nella stessa casa dove era avvenuto il massacro della donna” – una presa di distanza dalle valutazioni del GUP. Ma non solo: simili dichiarazioni rischiano di condizionare inconsciamente anche i giudici che si occuperanno in futuro della vicenda ed, in particolare, i giudici del riesame che a breve saranno chiamati a rivalutare, a seguito di ricorso della Procura, la situazione cautelare dell’imputato». Non ravvisate qualcosa di completamente stonato nel connubio tra pressione mediatica e esercizio della giurisdizione? «Per carità, le sentenze sono sempre criticabili  – dicono Campora e Mastrocola – ed ognuno può legittimamente ritenere – previo ovviamente adeguato e consapevole studio dell’incartamento processuale – che la pena comminata sia troppo bassa o che il titolo di reato sia sbagliato. […] E, tuttavia, occorre registrare che la critica è sempre unidirezionale e colpisce unicamente le sentenze di assoluzione o le sentenze di condanna ad una pena non draconiana. Nessuno mai si azzarda a criticare una sentenza che commina un ergastolo, mentre costituiscono ormai un topos le grida – di solito: “Vergogna, Vergogna!” -delle vittime, spalleggiate sovente da “agitatori” politici o dell’informazione, alla lettura dei dispositivi che assolvono l’imputato o che lo condannano ad una pena non ritenuta abbastanza severa».

Ci piace concludere con quanto scritto in ‘A furor di popolo’ (Donzelli editore), dal professore e avvocato Ennio Amodio, secondo cui oggi la giustizia è caratterizzata da fenomeni anti-costituzionali e  anti-illuministi: «alla razionalità si sostituisce l’emotività delle vittime di reati; al rispetto della dignità umana subentra la collera, che spinge a vedere nel delinquente un nemico da eliminare; la proporzionalità della pena cede il posto a un estremismo sanzionatorio che pretende dal giudice pene sempre più aspre; il carcere, infine, diventa il luogo elettivo per segregare chi ha sbagliato, al fine di garantire al massimo la sicurezza collettiva».

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