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«La giustizia penale non è punizione, ma riconciliazione»

A dirlo è il monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, intervenendo al Congresso delle Nazioni Unite in corso a Kyoto. Concetto ribadito anche dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia
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La giustizia non è vendetta, ma speranza. Marta Cartabia interviene così al XIV Congresso delle Nazioni Unite su Prevenzione del crimine e giustizia penale che si è aperto a Kyoto, in Giappone. La ministra della Giustizia ha definito fondamentale, per prevenire i crimini, che il trattamento dei detenuti in carcere sia improntato sull’idea della giustizia come riconciliazione. Puntare solo sulla repressione, sulla separazione tra detenuti e società, dunque, non serve. Anzi, rischia di essere dannoso e controproducente. È necessario, dunque, puntare sulla «attività riabilitativa necessaria al loro reinserimento nella società». E ciò facendo in modo che tra le mura degli istituti penitenziari siano garantiti i diritti, il pieno rispetto della persona, con azioni tese a far tornare l’autore del reato pienamente alla vita sociale. «Il tempo trascorso in detenzione non è un momento di mera attesa – ha evidenziato Cartabia -, ma deve essere un momento di cambiamento, finalizzato al reinserimento sociale dell’autore del reato».
Un’esigenza che è stata accolta dalla comunità internazionale e dalla stessa Commissione delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine e giustizia penale, che Il 22 maggio 2015 ha adottato gli standard minimi di tutela in materia di trattamento penitenziario dei detenuti, le Mandela Rules, in onore dell’ex Presidente del Sud Africa, Nelson Mandela. Standard validi anche per l’Italia, nell’ottica di una giustizia impegnata a garantire i principi sanciti dalla Costituzione, in particolare dall’articolo 27, che al paragrafo 3 sottolinea come la punizione non debba essere disumana.

 

 

La regola numero 1 le riassume tutte: «Tutti i prigionieri devono essere trattati con il rispetto dovuto alla loro intrinseca dignità e valore come esseri umani. Nessun prigioniero deve essere sottoposto e tutti i prigionieri devono essere protetti dalla tortura e da altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, per i quali nessuna circostanza può essere invocata come giustificazione. La sicurezza e l’incolumità dei detenuti, del personale, dei fornitori di servizi e dei visitatori devono essere garantite in ogni momento». Mai vendetta, dunque, ma speranza per i condannati e speranza per la società. Cartabia ha dunque evidenziato le possibilità date dal lavoro in carcere, le forme di trattamento individualizzato, l’importanza dei corsi di istruzione e formazione volti a sviluppare le competenze dei detenuti per raggiungere l’obiettivo di una significativa riduzione del tasso di recidività. Ma soprattutto ha elogiato la giustizia riparativa: «Si può fare di meglio concentrandosi su modelli di giustizia penale basati sulla mediazione, sulla conciliazione e la riparazione e quindi promuovere il superamento del conflitto riunendo l’autore del reato, la vittima del crimine e la comunità».
Un’idea condivisa anche da Monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti del Vaticano con gli Stati, secondo cui «prevenire e rispondere alle attività criminali è strettamente correlato al rispetto e alla protezione dei diritti umani universali, sia a livello nazionale che internazionale». «La Santa Sede è fermamente convinta che lo Stato di diritto, la prevenzione del crimine e la giustizia penale debbano andare di pari passo», ha evidenziato il presule. Non basta reprimere per prevenire i reati, serve, invece, il «rispetto» e la «protezione dei diritti umani universali, sia a livello nazionale che internazionale». Il crimine si alimenta con le disuguaglianze, ma la vera giustizia, ha detto citando Papa Francesco, «non si accontenta di castigare semplicemente il colpevole. Bisogna andare oltre e fare il possibile per correggere, migliorare ed educare l’uomo». I principi fondamentali che il diritto penale deve seguire, secondo Gallagher, sono quindi due: «il principio di precauzione, per evitare qualsiasi invasione dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo», e «il principio pro homine, volto a proteggere sempre la dignità della persona umana». Le autorità, di fronte ad un crimine, dovranno dunque applicare la norma più favorevole all’individuo o alla comunità. «Solo osservando entrambi questi principi – ha sottolineato – sarà possibile raggiungere una giustizia penale veramente riparatrice».

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