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Esame da avvocato: orale, ma con candidati in sede

Esame da avvocato orale ma non virtuale: la soluzione ipotizzata da via Arenula
L’ipotesi di via Arenula: niente prova scritta, colloqui con commissioni collegate almeno in parte da remoto. Ma aspiranti nella location ufficiale, con controllo di regolarità, e non in videocall dal salotto di casa
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Non è neppure un problema di risorse. Nell’emergenza e nella logica dell’eccezionalità, i milioni necessari per consentire uno svolgimento “protetto” della prova scritta per l’esame da avvocato sarebbero arrivati. Ma è impossibile mettere in piedi nell’arco di qualche settimana una macchina gigantesca, in grado di ospitare i 26.000 candidati in un pulviscolo di sedi da 30 posti ciascuna, come imporrebbero le norme anti covid.

L’accesso alla professione forense per la sessione 2020, che per ora resta in calendario dal 13 al 15 aprile, si dovrebbe svolgere dunque con un doppio orale: uno, preselettivo, che rifletta la logica degli scritti, l’altro di impostazione tradizionale. Non è ancora disponibile il parere chiesto dalla guardasigilli Marta Cartabia al Comitato tecnico scientifico. Potrebbe arrivare oggi. Ma l’esito è scontato: lo scritto è impensabile, visto che richiede sempre e comunque compresenza e contemporeaneità. Ed ecco perché si ragiona su un doppio orale con una modalità per nulla scontata: da remoto, ma con il candidato collegato certamente non da casa sua, piuttosto dalla sede ufficiale della prova.

La priorità del ministero: non ridurre tutto a una videocall senza controlli

Resta da decidere se in quella sede, con gli aspiranti avvocati, ci sarà solo personale addetto al controllo di regolarità, che si accerti dunque dell’assenza di supporti cartacei o digitali impropri, con la commissione collegata telematicamente, o se invece il candidato troverà davanti a sé il presidente della commissione e una parte degli altri componenti. Ma certo il dato più interessante è che fra le ipotesi considerate dal gruppo di studio istituito al ministero si cerca di escludere un’alternativa allo scritto ridotta a un esame telematico di candidati sottratti a qualunque vigilanza su eventuali scorrettezze.

Non sarà comunque un’organizzazione semplice, per mille motivi e uno su tutti: i praticanti in lizza sono appunto 26mila. Potrebbero diventare 24mila considerato il consueto tasso di rinunciatari. Ma comunque mai la macchina dell’esame si è dovuta misurare con un impegno simile: in genere gli ammessi agli orali si aggirano sui 10mila.

D’altra parte la commissione di studio istituita a via Arenula dalla ministra e coordinata dal professor Gian Luigi Gatta è ben consapevole delle implicazioni legate alla modalità telematica. Solo una soluzione ibrida come quella ipotizzata, con la presenza nella sede ufficiale quanto meno dei singoli candidati, può assicurare la correttezza dei comportamenti.

Certo, va considerato il tipo di esame in questione: si tratterebbe di una prova orale sostitutiva dello scritto, dunque il praticante dovrebbe esporre la logica e l’approccio con cui avrebbe steso i due pareri motivati (uno in materia penale l’altro di diritto civile) e concepito l’atto su una materia a scelta. In un quadro del genere non è che ci si possa limitare all’eventuale impropria consultazione di supporti, ma certo ottenere la qualifica di avvocato con un colloquio on line dalla propria abitazione sarebbe riduttivo.

Delocalizzare gli scritti non basta

Resta invece troppo impervia la strada per adottare la soluzione suggerita lo scorso ottobre dal Cnf all’allora guardasigilli Bonafede: delocalizzare l’esame, in genere allestito nei soli capoluoghi di distretto di Corte d’appello, anche nei tribunali accorpati per province, in modo da svolgere le prove scritte tradizionali in un arcipelago di sedi talmente folto da ridurre di molto, in ciascuna, le presenze. Si considera però con attenzione la possibilità di incrementare il numero delle commissioni, con una loro diversa e probabilmente ridotta composizione. In ogni caso la massima istituzione forense continua a essere interlocutore privilegiato della commissione ministeriale.

Il dpcm e l’incognita delle date

Altro nodo è il dpcm appena varato dal governo Draghi: vieta procedure concorsuali ed esami d’accesso alle professioni, ma fino al 6 aprile. Il punto è che nelle date previste per i futuri avvocati, dal 13 al 15, c’è il rischio di dover mantenere le preclusioni della fase precedente. Ci si troverà ad appena dieci giorni di distanza dalla Pasqua (in calendario il 4) e dalle prevedibili riunioni di gruppi familiari allargati.

Non si può escludere dunque un rinvio a maggio delle date, e una loro moltiplicazione, se davvero si procederà con l’orale “rafforzato”, cioè doppio. Esaminare uno per volta i candidati, e con la loro presenza in sede, sarà in ogni caso operazione impegnativa e lunga, seppure ci fossero più commissioni. Di sicuro si va verso una soluzione mai sperimentata prima. E che il ministero della Giustizia ha già chiarito di considerare straordinaria. Certo non un modello a cui ispirarsi per riformare l’esame da avvocato.

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