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«La balla odiosa dell’avvocato complice dell’indagato: noi difendiamo i diritti…»

Intervista all'avvocato Tullio Padovani, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa e componente dell'Accademia dei Lincei
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Diceva il famoso avvocato francese Jacques Verges: «Je ne suis pas l’avocat de la terreur, mais l’avocat des terroristes. Hippocrate disait: “Je ne soigne pas la maladie, je soigne le malade”. C’est pour vous dire que je ne défends pas le crime mais la personne qui l’a commis».

L’assimilazione tra l’avvocato e il suo assistito è una delle tante distorsioni che intaccano il ruolo dell’avvocato nella società. Citiamo Verges perché lo fa per primo in questa colta intervista l’avvocato Tullio Padovani, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e componente dell’Accademia dei Lincei, con cui abbiamo commentato gli stereotipi che investono molto spesso la figura dell’avvocato visto come un azzeccagarbugli e come qualcuno che non rende un servizio essenziale alla comunità.

Professor Padovani, Ettore Randazzo in “L’avvocato e la verità” scriveva: «Secondo i più, gli avvocati sono spregiudicati, arruffoni, intrufolati, di riffa o di raffa, in tutti i centri di potere, e comunque – servili od arroganti – sempre inaffidabili, ma sventuratamente insostituibili nel sistema giudiziario». È una giusta sintesi?

Questa percezione per cui gli avvocati siano personaggi poco raccomandabili, quando non addirittura come scrive Randazzo “spregiudicati” o ambigui sotto il profilo etico e forse anche giuridico, è universale, non riguarda solo l’Italia. Vorrei leggerle quanto ha scritto il noto avvocato statunitense e già professore ad Harvard Alan Dershowitz nel libro “Dubbi ragionevoli. Il sistema della giustizia penale e il caso O.J. Simpson”: “c’è un motivo di carattere generale per il quale i prosecutors sono più amati degli avvocati difensori e una ragione specifica per la quale ciò era specialmente vero nel caso Simpson. Generalmente i prosecutors cavalcano il cavallo bianco, sono i paladini della legge e dell’ordine, rappresentano le vittime, il popolo o lo Stato; mettono sotto accusa i colpevoli, almeno il più delle volte, svolgono un servizio pubblico, sempre dalla parte della verità e degli angeli. Gli avvocati difensori all’opposto generalmente rappresentano imputati colpevoli”.

E per fortuna!

E grazie al cielo che è così: chi vorrebbe vivere in un Paese dove la maggior parte degli imputati è innocente? Forse in Iran o in Cina la maggior parte delle persone accusate di un crimine è innocente. Ma non è così negli Stati Uniti e in Italia: è lo zelo degli avvocati difensori, insieme ad altri fattori, che fa sì che sia così. Nei Paesi dove gli avvocati non sono liberi, come in Turchia, si processano anche gli innocenti con maggiore estensione e nel solo interesse del regime.

Quindi gli avvocati sono una cartina di tornasole della democrazia di un Paese.

L’avvocato è un termometro della libertà. Gli avvocati purtroppo vengono percepiti come degli ostacoli alla giustizia, che invocano privilegi, diritti e tecnicismi per escludere prove importanti, per nascondere la verità, e per trarre profitto, ma in realtà hanno una immensa funzione sociale. Infatti, nonostante questa rappresentazione negativa, l’etimologia latina della parola avvocato, ossia “advocatus” ha l’equivalente greco in “paraclito”, che indica anche lo Spirito Santo. Nel vangelo di Giovanni, Gesù tranquillizza più volte i suoi discepoli dicendo che manderà loro il “paraclito”, il consolatore. Questo dà l’idea di ciò che l’avvocato rappresenta effettivamente da un punto di vista sostanziale.

Nonostante questo, perdura la cattiva reputazione degli avvocati nell’immaginario collettivo.

Una quindicina di anni fa è stato ripubblicato, con l’introduzione di Giuseppe Frigo, “L’avvocatura – Discorsi” di Giuseppe Zanardelli. In quest’opera l’ex ministro della Giustizia scriveva: “Gli avvocati sono rappresentati come aridi adoratori dei testi che sacrificano la sostanza alla forma, il diritto alla procedura, che hanno il proprio interesse in opposizione all’interesse generale. Di essi si biasima la spregevole e funesta ricerca del cavillo, per sfigurare la verità e far trionfare la menzogna”. In realtà, prosegue Zanardelli, “l’avvocatura può dirsi essere non soltanto una professione, ma una istituzione, che si lega con vincoli invisibili a tutto l’organismo politico e sociale. L’avvocato senza avere pubblica veste, senza essere magistrato, è strettamente interessato all’osservanza delle leggi, veglia sulla sicurezza dei cittadini, sulla conservazione delle libertà civiche, porta la sua attenzione su tutti gli interessi, tiene gli occhi aperti su tutti gli abusi ed è chiamato a segnalarli senza usurpare i diritti delle autorità. Un eminente magistrato ebbe ottimamente a scrivere che l’avvocato deve essere il primo giudice di tutte le contestazioni giudiziari”.

Molto spesso l’avvocato rappresenta davvero l’unica speranza per gli indagati o gli imputati.

L’avvocato nei momenti drammatici è il consolatore di colui che è schiacciato dal peso dell’accusa ed è solo: spesso ad un accusato resta solo l’avvocato, come ho potuto appurare in 40 anni di carriera. È in quei momenti che allora si scopre la funzione dell’avvocato e la scoprono persino i magistrati, quando si trovano nello scomodo ruolo degli imputati. Mi sono spesso sentito dire: «Avvocato non avevo capito niente, ora so cosa significhi essere un imputato, so cosa significhi fare l’avvocato».

Sono proprio i magistrati a non rispettare delle volte il ruolo del difensore.

È vero: i magistrati non sempre rispettano il ruolo dell’avvocato. Purtroppo questo accade perché l’avvocato è un uomo che non ha potere, mentre i magistrati spesso abusano del loro. Chi tratta male un avvocato non è un degno magistrato. Ma quando gli capita di stare dall’altra parte, di essere loro gli accusati, cambiano la loro opinione su noi avvocati e sul nostro lavoro. Bisogna ammettere che in generale ci sono dei magistrati che hanno ben percepito il ruolo dell’avvocato.

Per esempio?

Consiglio a tutti un bellissimo libro “Difesa degli avvocati scritta da un pubblico accusatore” scritto da un signor pubblico ministero che si chiama Paolo Borgna. Nessuno come lui ha interpretato in modo pieno, cordiale, simpatetico, rispettoso e caloroso il ruolo dell’avvocato. Un ex magistrato che ha saputo interpretare perfettamente la figura tipica dell’avvocato è Gianrico Carofiglio: è impressionante il modo in cui ha dato corpo e voce ad un avvocato. Il suo personaggio, l’avvocato Guerrieri, a mio giudizio rappresenta la quintessenza della rappresentazione vera dell’avvocato, in tutte le sue caratteristiche positive e meno positive. Di Carofiglio ricordo un suo contributo sul Sole 24ore nel 2007 che faceva il ritratto di Jacques Verges, un noto avvocato francese che ha difeso i peggiori criminali, e che fu definito da qualcuno l’avvocato del diavolo.

Più è grande il crimine, più è complicato il rapporto tra avvocato e verità.

In rapporto alla verità, l’avvocato non ha la posizione né del giudice né del pubblico ministero: non è gravato dal dovere di ricercare la verità. Il suo contributo alla verità è nel battersi affinché il metodo della ricerca sia rispettato scrupolosamente perché il risultato che si ottiene sia davvero la verità in base a quanto stabilito dalla legge. Il suo ruolo è quello di guardiano vigile e intransigente del metodo. Questo lo comprende chiunque.

Non credo professore.

Chiunque abbia intelligenza. Torniamo a Carofiglio che nel 2007 scriveva: “se il difensore di un imputato sicuramente colpevole di reati gravi individua un elemento, una nullità processuale, che può condurre con certezza all’assoluzione è sicuramente obbligato a farla emergere senza porsi il problema delle conseguenze ulteriori”. E ci mancherebbe che non lo facesse perché il suo dovere è assistere l’imputato. Questo dovere è simmetricamente contrario a quello del pubblico ministero che deve preoccuparsi di ottenere la condanna se la persona è colpevole. Ognuno deve rispettare il proprio ruolo: se l’avvocato si sostituisse al pm diventerebbe un collaborazionista. Per cui anche quella vecchia distinzione che un tempo veniva propalata come verità assoluta secondo cui sarebbe disdicevole difendersi dal processo perché ci si difende nel processo è un grande abbaglio: ci si difende prima di tutto dal processo e poi anche nel processo. Questo insegnamento non è dell’avvocaticchio che cerca espedienti, è di Francesco Carrara, il più grande criminalista dell’ ‘800, e di Henri-Benjamin Constant de Rebecque quando scriveva le note a “La scienza della legislazione”: lì si insegna che la prima difesa è “dal processo”.

Come si capovolge la narrazione negativa dell’avvocato?

Le questioni di cui abbiamo discusso sono antiche ma purtroppo ancora attuali. Sul fronte delle soluzioni il discorso si fa complesso: purtroppo manca una coscienza sociale del significato delle garanzie della persona, oggi viviamo il tempo delle esecuzioni sommarie prima che sia iniziato il processo, e combattiamo contro le degenerazioni del circuito mediatico giudiziario. Le ricette sono dunque difficili da elaborare, soprattutto se pensiamo che la professione dell’avvocato si è andata proletarizzando. Gli avvocati, sia perché sono numerosi, sia perché vivono in una situazione economica molto difficile, campano alla giornata. Eppure, se pensiamo ad esempio a coloro che assistono gli immigrati ci accorgiamo che ricoprono un ruolo fondamentale e che danno lustro alla professione nella salvaguardia di valori essenziali.

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