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Quattro anni fa l’addio a Dj Fabo. Ma la politica non ha imparato nulla

Fabio Antoniani se n’è andato il 27 febbraio 2017, alle 11.40, in Svizzera, dove è volato per fare ricorso al suicidio assistito. Ma il Parlamento non ha ancora deciso sul fine vita
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«Quattro anni fa andavo dai Carabinieri per raccontare come avevo aiutato Fabo a morire. Poi sono arrivate la legge sul biotestamento e la sentenza della Consulta. Andiamo avanti, verso la legalizzazione». A ricordarlo, sul proprio profilo Facebook, è Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, che quattro anni fa ha annunciato all’Italia la morte del dj.

Alla fine è morto così come aveva deciso. Fabio Antoniani, 39 anni, da tutti conosciuto come Dj Fabo, se n’è andato il 27 febbraio 2017, alle 11.40, in Svizzera, dove è volato per fare ricorso al suicidio assistito. Una possibilità che il suo Paese, l’Italia, non gli ha dato. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dall’estate del 2014, a causa di un gravissimo incidente stradale. Alla clinica “Dignitas di Forck”, vicino a Zurigo, ci è arrivato accompagnato da Marco Cappato, che ha annunciato la morte del 39enne su Twitter. «Ha morso un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale – ha raccontato -, era molto in ansia perché temeva, non vedendo il pulsante essendo cieco, di non riuscirci. Poi però ha anche scherzato». Oltre a Cappato insieme a lui c’erano la madre, la fidanzata e gli amici più stretti. Era stato lui stesso, con un video messaggio, a raccontare il suo arrivo in Svizzera. «Ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato», ha detto poco prima di iniziare il percorso verso la morte.

Prima di andarsene ha descritto la sua situazione come «un inferno di dolore», dal quale è sfuggito soltanto con l’aiuto di Cappato, che ha ringraziato. Ha scelto di andarsene «rispettando le regole di un Paese che non è il suo», ha spiegato l’attivista. «L’attenzione e la possibilità di scelta che sognava in Italia, Fabo l’ha trovata in Svizzera. Al mio rientro in Italia – aveva aggiunto – andrò ad autodenunciarmi, dando conto dei miei atti e assumendomene tutte le responsabilità».

La sua storia ha rilanciato il dibattito in Italia sull’eutanasia, un dibattito già segnato dalle storie di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby ma non ancora risolto per via polemiche suscitate dai cattolici sul tema. Nel periodo in cui dj Fabo è morto, il Parlamento stava esaminando la legge sul testamento biologico, depositata il 15 febbraio dello stesso anno alla Camera. Una proposta fortemente sostenuta dall’associazione “Luca Coscioni” a sostegno della libertà di scelta, una libertà, denunciavano le associazioni, fortemente compromessa. Dj Fabo ha dovuto affrontare un viaggio lungo e doloroso per porre fine alla propria sofferenza, aggiungendo fatica alla fatica già vissuta per vedersi riconosciuti certi diritti. «Fabo è libero, la politica ha perso – avevano sottolineato ancora Cappato e Filomena Gallo, anche lei dell’associazione Coscioni -. L’esilio della morte è una condanna incivile. Compito dello Stato è assistere i cittadini, non costringerli a rifugiarsi in soluzioni illegali per affrontare una disperazione data dall’impossibilità di decidere della propria vita morte. Chiediamo che il Parlamento affronti la questione del fine vita per ridurre le conseguenze devastanti che questo vuoto normativo ha sulla pelle della gente». Una questione che anche molti medici sostengono, per dare ai malati l’ultima parola sulla propria vita. La battaglia va avanti da quasi 30 anni, dalla nascita della Consulta di bioetica, nel 1992, quando fu preparata una carta di autoderminazione dei malati. Il primo disegno di legge risale al 1996, ma quella legge, contrariamente ad altri Paesi, ancora non c’è.  Dai Radicali, nel 2013, è arrivata una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia e il riconoscimento del testamento biologico, ma il Parlamento continua a rinviare la discussione. Dj Fabo, dunque, «ha fatto del suo corpo e del suo dolore uno strumento di lotta democratica e di resistenza a un crudele proibizionismo».

A settembre del 2019 la pronuncia della Corte costituzionale: secondo i giudici delle leggi, non è punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Una decisione che, dunque, ridusse l’area di punibilità, stabilendo come paletti la presenza di una patologia irreversibile, la volontà del soggetto espressa in modo «chiaro e univoco», indice di una capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, e che al paziente venga «prospettata la possibilità di porre fine alla propria vita mediante la sedazione profonda e l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale». Condizioni che nel caso di dj Fabo si sono tutte verificate. La decisione è arrivata dopo undici mesi dalla prima ordinanza, dell’ottobre 2018, in cui la Corte aveva definito «doveroso» consentire al Parlamento ogni «opportuna riflessione e iniziativa» sul fine vita.

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