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«Senza una legge, i rider resteranno sotto ricatto. Come tanti altri invisibili»

Intervista a Marcello Basilico, presidente della sezione Lavoro del Tribunale di Genova, sull'esito delle inchiesta sui rider
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«Non è più il tempo di dire che sono schiavi ma è il tempo di dire che sono cittadini» : così due giorni fa il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco, durante la conferenza stampa indetta per fare il punto della prima fase delle indagini milanesi sui rider. Detti anche «ciclofattorini», in questo periodo di lockdown hanno svolto «una funzione fondamentale» perché, consegnando a casa dei cittadini il cibo, hanno permesso a «molte imprese di non chiudere». Greco ha parlato anche della necessità di un «approccio giuridico» e non morale al tema. Alle società del delivery che fanno lavorare i rider sono state contestate ammende sui profili di sicurezza dei fattorini per oltre 733 milioni di euro. Inoltre oltre 60mila lavoratori di società del delivery, ossia Uber Eats, Glovo- Foodinho, JustEat e Deliveroo, dovranno essere assunti dalle aziende come «lavoratori coordinati e continuativi», ossia passare da lavoratori autonomi e occasionali a parasubordinati. Ne parliamo con il dottor Marcello Basilico, presidente della sezione Lavoro del Tribunale di Genova, che ha coordinato a lungo la commissione Lavoro dell’Anm.

Dottor Basilico, cosa ne pensa di questo lavoro della Procura di Milano?

Tengo a fare una premessa: nella giurisdizione, giudici e pm non accertano dei fenomeni sociali ma si pronunciano su singoli rapporti giuridici. Fino ad oggi abbiamo avuto delle sentenze di giudici del lavoro, che hanno riguardato i rider, a cui si è aggiunta questa iniziativa della Procura di Milano: hanno accertato dei rapporti riconducibili ad alcune norme a tutela del lavoro e, nel caso della Procura, violazioni diffuse ma pur sempre riferibili a rapporti specifici. Con questo voglio dire che la magistratura agisce o decide in base agli elementi di prova acquisiti. Pensare che questi fenomeni sociali possano essere necessariamente incasellati in qualche norma è sbagliato. Sulla base di questa premessa certamente l’indagine della Procura di Milano è destinata, come spesso avviene quando il penale subentra a decisioni di giudici civili, a suscitare probabilmente nuove reazioni sul fronte della politica.

Ci vorrebbe un intervento del legislatore? Come è noto nel 2019 la Cassazione decise che i rider andavano tutelati come lavoratori subordinati. Ci sono state anche altre sentenze a loro favore. Ma sembra non bastare.

Certo, il legislatore è l’unico che può regolare il fenomeno. I giudici non possono rilasciare dichiarazioni alla stampa in merito ai loro casi. L’autorevolezza delle dichiarazioni del procuratore Greco, che giudice non è, saranno di stimolo per affrontare un fenomeno che è difficile da inquadrare dal punto di vista giuridico.

Secondo lei con questo nuovo governo e nuovo premier, quale potrebbe essere la strada che si prenderà in materia di tutela di questo tipo di lavoratori?

Non so quale sia l’idea del presidente del Consiglio in merito. Ho conosciuto, anche per via della mia attività in Anm, il nuovo ministro del Lavoro, Andrea Orlando, e il nuovo ministro della Giustizia, la professoressa Cartabia. So quanto entrambi siano sensibili ai fenomeni sociali che hanno ricadute profonde sui diritti dei soggetti deboli. Troppo spesso fino ad oggi i fenomeni lavorativi sono stati esclusivamente regolati dal ministro del Lavoro o addirittura da quello dell’Economia, come se fossero solo aspetti di rilievo economico e non giuridico. Confido dunque in un intervento, anche attraverso l’ufficio legislativo di via Arenula, affinché si adegui la disciplina legislativa che abbiamo in Italia a fenomeni che non riguardano solo i rider ma tutti quelli in evoluzione, per i quali le tradizionali categorie del lavoro subordinato o autonomo non sono più soddisfacenti.

Nel famoso film di Ken Loach, Sorry we missed you, il datore di lavoro dice al protagonista «tu non lavori per noi, tu lavori con noi»: si tratta, come nel caso dei rider, solo di una apparente autonomia. Anzi diviene un escamotage per non inquadrarli come parasubordinati.

Questo film richiama due situazioni non sufficientemente considerate nel nostro ordinamento: la prima è quella del coinvolgimento apparente o meno del lavoratore nell’attività societaria. C’è il coinvolgimento buono che ci viene dalle esperienze del Nord Europa e della Germania per cui, anche attraverso accordi sindacali, i lavoratori partecipano all’andamento economico della società, traendo anche benefici dai profitti. C’è, invece, il coinvolgimento cattivo, ossia quello del prestatore materiale di un lavoro, autonomo in apparenza, ma di fatto esposto alle pretese di un’azienda. La seconda situazione ricorrente che richiama Ken Loach nel film è quella del ricatto del datore che non dirige la prestazione, ma in concreto costringe ad accettare ogni proposta, perché il lavoratore sa che, in caso di rifiuto, dal giorno dopo non sarà più chiamato.

La Procura di Milano ha rilevato che i rider sono costretti «a lavorare anche in caso di infortunio, pena la perdita di fatto del lavoro».

Ma pensiamo ad esempio ai collaboratori abusivi che popolano le redazioni giornalistiche: sono giovani che sperano un giorno di diventare giornalisti dipendenti e su questa loro aspirazione gioca la direzione del giornale. Perciò, anche se formalmente non vi siano tenuti, di fatto devono accettare ogni richiesta di servizi, a qualunque ora o condizione e di qualsiasi contenuto, perché sanno che, in caso di rifiuto, potrebbero perdere la loro occasione d’un lavoro stabile. Il dominio del datore di lavoro in una situazione di mercato in cui i posti di lavoro sono sempre più ridotti configura una forma diversa di subordinazione che prescinde da una relazione di gerarchia tradizionale con l’imprenditore.

In realtà, nel caso dei rider, è un algoritmo a gestirli: assegna i turni, favorisce chi è sempre disponibile e addirittura penalizza chi si ammala o si assenta per sciopero.

In ciò la novità è relativa, rispetto a fenomeni tradizionali. Se non c’è l’algoritmo può esserci una grande azienda che non ti obbliga a rispettare le consegne, ma che poi ti pone comunque in una condizione di soggezione psicologica e morale: perciò, se dici di no, perdi appetibilità e di conseguenza l’opportunità di assunzione.

Nel caso dei rider parliamo del lato oscuro dell’intelligenza artificiale.

Credo che dell’algoritmo dobbiamo temere soprattutto l’imperscrutabilità delle ragioni per cui si sceglie chi lavora e chi no.

 

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