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Covid, più positivi tra gli agenti: servono misure deflattive

L’allarme dei sindacati degli agenti: sono 401 i detenuti e 603 gli uomini della polizia penitenziaria contagiati dal Covid
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Secondo i dati aggiornati alle 20 di giovedì scorso, siamo a 401 detenuti e 603 agenti penitenziari positivi al Covid 19. Il carcere abruzzese di Chieti risulta quello con il focolaio più grande: 52 i detenuti contagiati, tra i quali due in ospedale. A seguire il nuovo complesso di Rebibbia con 25 casi di detenuti infetti, tra i quali 4 ricoverati. Ma, al momento, è il personale penitenziario a essere quello più colpito.

Il focolaio del carcere di Carinola ha reso indisponibili circa 30 agenti

Pensiamo al carcere campano di Carinola. Ben quindici agenti del Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria hanno preso servizio nel carcere casertano, dove il personale è stato decimato dal Covid-19. La decisione del Dap fa seguito all’istanza congiunta dei sindacati (Sinappe, Osapp, Uil Pa, Uspp, Fns Cisl, Cnpp ed Fp Cgil) che nei giorni scorsi hanno lanciato un appello anche al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, al prefetto di Caserta, Raffele Ruberto, e al direttore generale dell’Asl di Caserta, Ferdinando Russo. Nel carcere di Carinola è infatti attivo un focolaio che ha reso indisponibili al servizio poco meno di 30 agenti. Ricordiamo che è passato quasi un anno dall’arrivo del Covid-19 in Italia e la vita dei carcerati è drammaticamente peggiorata: interrotti i colloqui con le famiglie, gli ingressi da parte dei volontari e tutte le attività. Una situazione di totale isolamento che ha fatto anche emergere tutte le criticità persistenti e comportato rivolte in diversi istituti penitenziari che, come effetto “collaterale”, è costata la vita a 14 detenuti. Senza contare gli episodi di presunti pestaggi da parte di alcune forze di Polizia penitenziaria, ancora al vaglio della magistratura. Resta però il nodo del Covid e del sovraffollamento: due fattori che non possono stare insieme nel momento in cui è severamente vietato creare assembramenti ed è obbligatorio applicare la distanza fisica. Come ha recentemente sottolineato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: «Il carcere è un luogo dove purtroppo si vive affollati, dove è complicatissimo mantenere le distanze, dove le condizioni igienico-sanitarie non sono sempre ottimali».Il governo precedente ha adottato delle misure deflattive che però non hanno raggiunto lo scopo prefissato. Sia in tempo di “pace”, sia per ovvie ragioni in tempi “emergenziali”, ogni carcere non deve avere un affollamento che supera il 100%.

Rita Bernardini da settimane fa la sua “ora d’aria” sotto il ministero di via Arenula

Come ha ben spiegato il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, lo scopo ultimo da raggiungere è quello di non superare il 98% dei posti disponibili. In sostanza non solo non bisogna superare la disponibilità effettiva dei posti, ma bisogna anche non occuparli tutti. C’è Rita Bernardini che da settimane fa la sua “ora d’aria” sotto il ministero di via Arenula per intraprendere un dialogo con la nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia. Una azione non violenta, accompagnata ogni giorno da diverse personalità della cultura, politica e del mondo giuridico, per chiedere misure efficaci per decongestionare le carceri.Ma forse qualche luce in fondo al tunnel comincia ad intravvedersi. Sulla situazione dei detenuti arrivano segnali positivi dal nuovo governo. Nel discorso alla Camera dei Deputati del 19 febbraio il presidente del Consiglio Draghi ha affermato: «Infine, ma non meno rilevante, in tempi di pandemia non dovrà essere trascurata la condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri, spesso sovraffollate, esposti al rischio del contagio e particolarmente colpiti dalle misure necessarie per contrastare la diffusione del virus». Anche la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, mette il carcere tra le priorità del suo programma. Per la ministra i detenuti non sono numeri, ma persone a cui «va garantito il rispetto dei diritti umani e la certezza che la pena sia scontata nel senso indicato dalla Costituzione». Le parole sono importanti, mai sentite nei governi Conte e Conte bis. Ma ora si è in attesa che si passi all’azione. Nel frattempo, come già programmato, una parte dei soldi del Recovery Fund andranno alla Giustizia e al sistema penitenziario. L’associazione Antigone auspica che si possa «investire nelle misure alternative, più economiche e più utili nell’abbattere la recidiva rispetto al carcere. Si devono ristrutturare le carceri esistenti, potenziando le infrastrutture tecnologiche per assicurare la formazione professionale anche da remoto, per consentire ancor più incontri con il mondo del volontariato, per aumentare le possibilità di video-colloqui con familiari e persone care che si aggiungano ai colloqui visivi. Bisogna investire nel capitale umano, assumendo più personale civile ed equiparando il loro trattamento economico a quello di chi porta la divisa. Insomma quello che serve è un nuovo sistema penitenziario».

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