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Covid in carcere, rischio terza ondata: «Servono i vaccini»

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La situazione rischia di generare: 50 i contagi nell'istituto di Venezia e un focolaio a Rebibbia. La garante di Roma: «Non si può isolare il carcere ancora a lungo»
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Si sta riproponendo lo stesso schema tra la prima ondata del Covid 19 e la seconda. I numeri del contagio all’interno delle carceri, seguendo l’andamento nazionale, si sono apparentemente stabilizzati e così il Governo ha l’alibi per far bastare le misure – dichiarate insufficienti dagli addetti ai lavori – introdotte dal decreto ristori da poco convertito in legge.

Eppure, esattamente come l’inizio della seconda ondata, ci sono campanelli d’allarme da non sottovalutare. Ad esempio c’è il carcere veneziano di Santa Maria Maggiore dove il numero dei contagiati da Covid 19 accertati all’interno della struttura è salito ad una cinquantina, tra cui anche cinque agenti di polizia penitenziaria. Per evitare che il virus si possa propagare ulteriormente, la direzione della casa di reclusione ha realizzato tre reparti Covid per cercare di garantire il massimo isolamento e ha dotato il personale dei presidi necessari ad operare in sicurezza. Ovviamente non manca la preoccupazione, sia da parte degli agenti che dei detenuti, i quali temono di poter essere contagiati e di potersi ammalare seriamente. Nella serata tra il 30 e il 31 gennaio si è svolta una protesta pacifica, nel corso della quale i detenuti hanno sbattuto le suppellettili contro le sbarre delle celle per richiamare l’attenzione e sollecitare l’adozione di tutte le iniziative necessarie per garantire la sicurezza sanitaria all’interno di Santa Maria Maggiore.

Un nuovo focolaio si è riscontrato a Rebibbia Nuovo Complesso, in particolare nella sezione Alta Sicurezza. Fa sapere la garante dei detenuti del comune di Roma Gabriella Stramaccioni che si tratta già di circa una ventina di persone che sono state isolate e spostate in una sezione appositamente allestita. La garante ha espresso preoccupazione in quanto con l’interruzione delle attività di questi mesi e con l’obbligo di tampone negativo per i pochi volontari ed operatori che entrano, «significa che qualche falla nel sistema dei controlli avviene». Da quello che i familiari stessi hanno riferito alla garante Stramaccioni, ci sono ancora nuovi arrivi ed addirittura trasferimenti da altri istituti ( che dovevano invece essere bloccati in questi mesi). Oltre al nuovo complesso, si aggiungono anche altri sette casi registrati nel carcere a custodia attenuata della terza casa di Rebibbia. «Ribadisco – spiega la garante di Roma – l’importanza dell’appello dei Garanti e della Senatrice a vita Liliana Segre affinché il vaccino alle persone detenute sia somministrato al più presto. Non si può isolare il carcere ancora per molto tempo». Una preoccupazione espressa anche da Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, che ricorda: «Già il 17 dicembre scorso avevamo posto il tema della vaccinazione dei detenuti, oltre che degli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria e dei restanti operatori delle carceri, che per molti versi possono essere assimilati agli ospiti delle Rsa, essendo anche loro ristretti in luoghi ad alta trasmissibilità e, molto spesso, affetti da comorbilità».

Da una parte la necessità dei vaccini, dall’altra il distanziamento fisico e l’isolamento sanitario che nelle carceri diventa difficoltoso a causa degli spazi già tutti occupati. Ci sono ancora troppi detenuti, mentre ci si appresta ad affrontare una nuova ondata. Eppure, questa situazione di sovraffollamento non dovrebbe esserci nemmeno nelle condizioni normali. Figuriamoci durante una pandemia. Come ha detto il collegio del garante nazionale già lo scorso 3 aprile, «occorre intervenire in maniera significativa tenendo presente entrambe le dimensioni che l’intervento deve avere: la dimensione della consistenza numerica perché l’affollamento non abbia a superare il 98% della disponibilità». Ma se non si interviene con misure deflattive più incisive, il sovraffollamento è destinato ad essere sempre superiore al 100%. Interventi chiesti anche dall’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini parlandone direttamente con il premier dopo 35 giorni di sciopero della fame. Ma nulla di fatto. Sembrava che avesse recepito, ma durante la conferenza di fine anno, il presidente del Consiglio ha dichiarato che è tutto sotto controllo nelle carceri. Per questo motivo, Luigi Manconi e Giovanni Maria Flick – i primi ad essere ricevuti dal premier per parlare dell’emergenza carceraria -, hanno sottoscritto una lettera aperta pubblicata su Il Dubbio dal titolo ‘ Caro Conte come non detto: sul carcere non ci siamo capiti’.

 

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