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Il Terzo settore nel carcere di Padova: quel fiore all’occhiello oggi mal sopportato

Al Due Palazzi il Terzo settore sta vivendo un momento di difficoltà. Il Garante: «clima di scarsa serenità nei rapporti tra soggetti istituzionali e non»
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Rifiuti rovesciati per terra, oggetti e generi alimentari spostati, gli abiti da lavoro sparsi alla rinfusa. È questo lo scenario che, al rientro del lavoro, i detenuti del carcere Due Palazzi di Padova hanno dovuto assistere a ottobre scorso. Parliamo dei locali della pasticceria della Cooperativa WorkCrossing-Giotto interni all’istituto penitenziario. La sera prima è avvenuta una ispezione quando i lavori non erano in corso, e quindi i locali erano vuoti, e senza avvisare nessuno della Cooperativa affinché potesse assistere all’ispezione. Un fatto che ha preoccupato il Garante nazionale delle persone private della libertà per le modalità con cui si è svolto: senza la doverosa informazione degli affidatari dei locali, senza la loro presenza all’operazione, senza la regolare autorizzazione della Direzione e la conseguente reportistica. «La mancanza di una procedura regolare rischia di configurare tale episodio come una attività impropria, simile a una forma di “perquisizione” esclusa dal nostro ordinamento e da ogni accordo di affidamento dei locali», scrive il Garante nella relazione.

Il carcere padovano un modello per le iniziative culturali, lavorative e sociali

Ma è solo uno dei tanti episodi che si sono verificati all’interno del carcere di Padova che rischiano di creare una grave frattura dei rapporti tra il Terzo settore operante in carcere e l’amministrazione penitenziaria. Una problematica che il Garante nazionale ha riscontrato durante la sua visita, avvenuta il 24 e 25 novembre scorso. Il Terzo settore non solo è fondamentale, ma ha reso il carcere padovano un modello per le iniziative culturali, lavorative e sociali che si svolgono al suo interno in una prospettiva di dialogo con il territorio e di reinserimento delle persone detenute. «Una esperienza che va preservata, valorizzata e proposta quale modello positivo», sottolinea il Garante. Com’è noto nel carcere padovano operano le tre cooperative sociali Giotto, AltraCittà e WorkCrossing, pienamente inserite nel circuito produttivo e di mercato. Senza dimenticare la redazione di Ristretti orizzonti, diretta da Ornella Favero, che quotidianamente, oltre il ben noto lavoro di selezione della stampa, porta avanti un lavoro di riflessione sul tema della privazione della libertà, in un confronto continuo con la società esterna.

Fiammetta Borsellino ha visitato i detenuti per mafia

Tante le personalità ospitate in questi lunghi anni, come ad esempio Fiammetta Borsellino, figlia del giudice vittima insieme alla sua scorta della strage Via D’Amelio, ordinata da Totò Riina. Significativo il dialogo di Fiammetta Borsellino con i detenuti reclusi per reati di mafia. Quello di Ristretti orizzonti è un impegno che coinvolge in prima persona i detenuti in una prospettiva di responsabilizzazione volta a ricucire la ferita inferta alla società con il proprio reato.

Nella lettera della vicecomandante la scarsa considerazione dei volontari

Il Garante chiede chiarezza anche per altre spiacevoli situazioni. Tra queste c’è l’affermazione contenuta in una missiva della vicecomandante, indirizzata alla Presidente della cooperativa AltraCittà, che esprime una visione distorta dei rapporti tra Amministrazione penitenziaria e Terzo settore, definendo l’attività dei cosiddetti volontari (termine usato anche per indicare responsabili di attività imprenditoriali che operano nell’Istituto) come «attività comunque ancillare». Quindi di subordinazione. Una definizione, denuncia il Garante, «che non riconosce il ruolo che la società esterna, anche nelle sue espressioni dell’associazionismo e dell’imprenditoria sociale, può in generale svolgere in una prospettiva trattamentale e di reinserimento e che, peraltro, effettivamente svolge nella Casa di reclusione di Padova». Colpiscono anche i toni e le parole usate nella stessa lettera da cui traspare una scarsa considerazione degli operatori del Terzo settore, una volontà di ridimensionare il loro contributo, di controllo del loro operato definito «al limite della legalità». Anche quando si tratta – come nel caso specifico – di una lettera aperta alla più alta Autorità dello Stato e al Papa, scritta da alcune persone detenute e sottoscritta da molte altre. «Sono segnali di un clima di scarsa serenità nei rapporti tra soggetti istituzionali e non, rapporti che negli anni precedenti erano caratterizzati, al contrario, da uno spirito di forte collaborazione», denuncia il Garante nazionale. Il Dap ha recepito le osservazioni del Garante e ha fatto sapere che il 25 e 26 gennaio ha inviato il vice capo del Dipartimento e il direttore generale del personale. L’obiettivo? Quello di richiamare il direttore affinché si attivi nel coinvolgere e valorizzare i rappresentanti del Terzo settore.

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