Gianluca Manca: «Chiediamo giustizia per mio fratello Attilio»

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Gianluca Manca commental'assoluzione di Monica Mileti, la donna coinvolta a Viterbo nell’inchiesta sulla morte dell’urologo
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«Spero che questo ulteriore tassello possa servire a fare luce sulla morte di mio fratello Attilio». Dice al Dubbio, tra il soddisfatto e l’amareggiato, Gianluca Manca dopo che la terza sezione penale della corte d’Appello di Roma ha assolto, “perché il fatto non sussiste”, Monica Mileti, la donna coinvolta a Viterbo nell’inchiesta sulla morte dell’urologo originario di Barcellona Pozzo di Gotto ( Messina) con l’accusa di avergli fornito la droga. La sua famiglia, seguita dagli avvocati Fabio Repici e Antonio Ingroia, è da sempre convinta che Attilio Manca sia stato ucciso il 12 febbraio 2004, perché aveva fatto parte dell’equipe che aveva operato alla prostata a Marsiglia l’allora boss latitante Bernardo Provenzano nel 2003 e aveva continuato a curarlo. «Questa versione – dice Gianluca Manca – è stata ribadita da ben 10 pentiti e la latitanza di Provenzano in provincia di Viterbo, a Civita Castellana e a Bagnoreggio è la conferma di quanto diciamo dal 2004. Penso che ormai non ci sia più alcun dubbio sul fatto che Attilio sia stato ucciso. Monica Mileti era solo un capro espiatorio che serviva a cristallizzare un “reato impossibile”». E l’avvocato Fabio Repici aggiunge: «È stata sconfessata l’ipotesi della Procura di Viterbo, quindi non ci sono elementi per dire che c’è stata cessione di droga nei confronti di Manca».

Secondo la famiglia, infatti, la morte dell’urologo sarebbe stato mascherata dal suicidio per overdose. Attilio Manca era un professionista affermato tanto che, a soli 32 anni, aveva eseguito il primo intervento per tumore alla prostata per via laparoscopica in Italia. Lavorava all’ospedale Belcolle di Viterbo, fino a quando la mattina del 12 febbraio 2004 venne trovato morto nel suo appartamento. Nel suo sangue fu ritrovato un mix letale di alcol e droga, dei quali non era però un consumatore. Un’ipotesi assurda sia per la certezza dei familiari che Attilio nulla avesse a che vedere con la tossicodipendenza, sia per le diverse anomalie legate alla sua morte: si sarebbe iniettata la droga nel braccio sinistro, nonostante Attilio fosse mancino, e sia per le tumefazioni al labbro e in altre parti del corpo. La tesi del suicidio è smentita da tantissime incongruenze ben evidenziate, già nel 2016, da Lorenzo Baldo nel libro “La mafia ordina: suicidate Attilio Manca”.

A conferma dell’insussistenza di queste ipotesi è giunta l’assoluzione di Monica Mileti, difesa dall’avvocato Cesare Placanica: «La mia assistita era rimasta schiacciata in una storia in cui non c’entrava niente». All’udienza di ieri davanti alla III sezione penale della Corte di Appello di Roma era presente anche Giulia Sarti, deputata M5S della commissione Giustizia della Camera. autrice della relazione di minoranza della commissione Antimafia in merito a questa vicenda. Sarti, in una nota, ricorda che «la battaglia per la verità sulla morte di Attilio Manca è tutta aperta. A quasi diciassette anni, non abbiamo una ricostruzione attendibile su quello che oggi è il caso di iniziare a chiamare con il termine corretto: omicidio. Attilio Manca non si è suicidato né è morto a causa di stupefacenti: è una vittima di mafia. Nel rispetto della memoria, dell’impegno incessante dei suoi genitori, Angela e Gino, e di suo fratello Gianluca, e non da ultimo della verità dei fatti, dobbiamo fare luce sulla sua tragica scomparsa, sui suoi responsabili e sul contesto mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto», conclude Sarti.

Gianluca Manca ribadisce la posizione della sua famiglia: «Arrivati a questo punto speriamo che si possa finalmente dare credito a tutte le prove e le testimonianze contenute nel fascicolo. Il caso della morte di Attilio è stato archiviato per insufficienza di prove, abbiamo presentato altre memorie, ultima l’assoluzione di Monica Mileti. Lotteremo, mia madre in testa, fino alla fine, mi auguro che la vicenda possa essere riaperta e che ci sia un giudice, non a Berlino ma in Italia, che possa fare giustizia».

 

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