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Cutolo dopo la trattativa osò troppo e fu condannato a morire al 41 bis

In questi anni, soprattutto nel periodo pandemico, Cutolo è stato ricoverato più volte in ospedale. Sono state presentate istanze per i domiciliari
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«Sto troppo male, non ce la faccio a parlare con nessuno in questo momento. Capisco tutti, rispetto tutti ma ora sono io a chiedere rispetto». Immacolata Iacone risponde così alla stampa all’indomani della morte di suo marito, Raffaele Cutolo, avvenuta nel reparto ordinario dell’ospedale di Parma. Prima ancora era nel reparto detenuti, ma con l’aggravarsi della sua crisi respiratoria è stato trasferito in quello ordinario perché poteva essere monitorato ogni ora. La moglie più volte si era pronunciata contro la detenzione a vita del fondatore di Nuova Camorra Organizzata (Nco), lasciato in carcere nonostante la malattia. Nel corso di questi anni, soprattutto nel periodo pandemico quando la malattia si è acuita con gravi crisi respiratorie, è stato ricoverato più volte in ospedale. Diverse sono state le istanze per chiedere la detenzione domiciliare, puntualmente respinte. L’ultima riguarda la richiesta di revocare il 41 bis: rigettata. L’avvocato Gaetano Aufiero, legale di Cutolo, ha spiegato a Il Dubbio che negli ultimi otto mesi, l’ex boss della nuova camorra organizzata, era affetto di una grave demenza senile. Non si alzava dal letto, non riconosceva la moglie, la figlia e l’avvocato stesso. «Quello che voglio sottolineare – spiega l’avvocato Aufiero – è la vergogna del carcere duro, perché Cutolo è morto con il 41 bis. L’applicazione di questa norma in questa vicenda, ma anche in altrettanti casi simili, è una barbarie. Chi pensa che il 41 bis debba accompagnare alla tomba una persona che da tempo aveva non solo gravi patologie tanto da non alzarsi più dal letto, ma dei deficit cognitivi certificati da una perizia psichiatrica, per me o è ignorante oppure in malafede. Tralascio il discorso che da decenni non esiste più la sua organizzazione mafiosa, come si giustifica il 41 bis nei confronti di un uomo che non può dare ordini a nessuno visto che non si rendeva conto nemmeno in che giorno e anno si trovava?». Che senso ha avuto il 41 bis nel suo caso? L’importanza strategica che ha svolto il regime differenziato nella lotta alla criminalità organizzata dovrebbe essere ben chiara. L’obiettivo è volto a impedire che il detenuto continui a mantenere collegamenti, e possa dunque impartire ordini e direttive, pur dal carcere, con le associazioni criminali di riferimento. Se il 41 bis ha più volte superato il vaglio della Corte costituzionale e della Corte europea dei Diritti dell’uomo, questo è grazie a quei magistrati di sorveglianza che hanno emesso misure come quelle che nell’ultimo hanno creato indignazione. Intervenire con una norma (il decreto Bonafede che scoraggiava le “scarcerazioni”) per limitare questi provvedimenti, vuol dire rischiare proprio di porre fine al 41 bis. Il paradosso è che potrebbe non superare più il vaglio, proprio perché impone il carcere duro anche nei confronti di chi non ha più la capacità cognitiva nel dare ordini all’esterno.

La vera trattativa camorra – Br – Stato

Il 27 aprile 1981 le Brigate rosse sequestrarono Ciro Cirillo, assessore regionale all’Urbanistica, presidente del comitato per la ricostruzione ed ex presidente della giunta regionale campana. Il sequestro avviene a pochi metri dall’abitazione di Cirillo, a Torre del Greco. Nel corso dell’azione brigatista vengono uccisi l’appuntato Luigi Carbone, addetto alla tutela dell’assessore democristiano, e l’autista Mario Cancello. È ferito il segretario Ciro Fiorillo. In un rapporto delle forze dell’ordine del 29 giugno 1981, l’assessore, legato all’onorevole Antonio Gava, è descritto come «un personaggio realmente discusso per un modo quanto meno spregiudicato di gestire la cosa pubblica». Il 24 luglio 1981, l’assessore Cirillo viene liberato. A questo esito non si giungerebbe dopo un’efficace opera di intelligence, né dopo una brillante azione di polizia. Vi si giunge dopo trattative condotte da funzionari dello Stato e uomini politici con camorristi e brigatisti. Circostanze confermate da Carlo Alemi, titolare dell’istruttoria sul sequestro: «Le sentenze hanno dato atto in modo inequivocabile che c’è stata una trattativa tra Stato, camorra e Br». Tre anni prima, durante il tragico sequestro dell’onorevole Aldo Moro, il mondo politico e lo stesso partito dello statista avevano, invece, respinto qualsiasi ipotesi di trattativa con i terroristi. In quel caso Moro fu lasciato morire.

Non è un caso che l’egemonia della Nco all’interno della camorra raggiunge il punto più alto tra la fine del 1981 ed i primi mesi del 1982. Ciò dipende in larga misura dai rapporti che Cutolo aveva costruito o rinsaldato nei due mesi del sequestro Cirillo. Non va dimenticato che proprio nel periodo successivo al sequestro, Cutolo sferrerà un durissimo attacco contro il clan Alfieri, per togliere di mezzo un centro di aggregazione alternativo alla Nco. Il disegno di occupazione e di controllo del territorio è ambizioso e si ispira per certi aspetti al totalitarismo di Cosa nostra.

I patti non più rispettati: l’inizio della fine

Ma poi accade qualcosa. È la relazione della commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante a spiegarlo. Il 17 marzo 1982 viene pubblicato su l’Unità un falso documento, apparentemente del ministero dell’Interno. In quel documento si attestava che l’onorevole Scotti ed il senatore Patriarca si erano recati nel carcere di Ascoli Piceno per trattare con Cutolo. Ispiratore del falso è lo stesso Cutolo. Lo scopo principale, secondo la Corte d’appello di Napoli del 1993, è la vendetta contro chi non ha osservato i patti. La pubblicazione richiama infatti l’attenzione sulle trattative e sui coinvolgimenti politici. Il fatto che il documento contenga notizie false non può non preoccupare chi ha effettivamente negoziato. Cutolo intende cosi vendicarsi per il mancato adempimento delle promesse e premere su tutti i suoi interlocutori perché rispettino gli impegni. Ma le conseguenze del messaggio sono controproducenti perché Cutolo ha sottovalutato tanto i suoi interlocutori quanto la situazione complessiva. Fu l’inizio della sua fine. Il fatto esterno più significativo è la presa di posizione del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che interviene personalmente perché Cutolo sia trasferito nel famigerato carcere dell’Asinara. II trasferimento era già stato proposto con urgenza dal ministro dell’Interno il 25 febbraio 1982, subito dopo un vertice sulla situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica in provincia di Napoli. Con una missiva inviata al ministro di Grazia e Giustizia Clelio Darida, veniva indicata dal ministro Virginio Rognoni come possibile destinazione di Cutolo proprio l’Asinara. Il Guardasigilli non dava seguito alla proposta fino al 17 marzo: il giorno stesso della pubblicazione del falso documento. In quella data veniva disposto il trasferimento, consegnando direttamente nelle mani del direttore del carcere di Ascoli una copia del relativo provvedimento.

Il cambio di alleanze politiche

Secondo il pentito di camorra Pasquale Galasso, la decisione di colpire in questo modo Cutolo sarebbe dipesa da un cambio di alleanze politiche. I politici che avevano negoziato con Cutolo, impossibilitati a mantenere le promesse a causa della pubblicità che la vicenda aveva acquisito, intimoriti per la pubblicazione del falso documento, che poteva preludere anche più corposi ricatti, si erano rivolti ai nemici di Cutolo chiedendo aiuto. E l’aiuto era stato immediatamente restituito con robuste contropartite nei lavori della ricostruzione. Viene così eliminato il più importante collegamento fra Cutolo, i politici e i servizi. Viene lasciato a Cutolo un messaggio inequivoco: ha osato troppo; la sua era è finita e lo azzerano. Da 26 anni tumulato per sempre al 41 bis, nonostante non fosse più capo di nulla, nonostante le sue gravi patologie lo rendevano, di fatto, incompatibile con il 41 bis. Insieme a sua moglie Immacolata decise di mettere al mondo nel 2007 la loro figlia Denise, la loro unica ragione di vita. L’ha potuta abbracciare fino a quando Denise non ha compiuto 12 anni. Per il 41 bis lei è “maggiorenne”, quindi da quel momento in poi ha potuto vedere il padre solo dopo un vetro. Nell’ultimo periodo ha visto il padre peggiorare sempre di più, con lo sguardo assente, non la riconosceva più. Poi, come sappiamo, mercoledì sera è morto.

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