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Fronda 5Stelle al bivio tra una scissione e un flop politico

Una scissione o qualche fuoriuscita? Il Movimento 5 Stelle ne discuterà nella riunione congiunta dei gruppi parlamentari che andrà avanti fino a tarda serata
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Una scissione o qualche fuoriuscita? Il Movimento 5 Stelle ne discuterà fino a tarda serata nella riunione congiunta dei gruppi parlamentari che avrà inizio tra poco. Obiettivo della dirigenza pentastellata: trasformare quella che fino alla vigilia si presenta come un’emorragia in una piccola ferita, erodendo il fronte composito dei ribelli, unito dal no a Mario Draghi.Il blocco dei dissidenti sembra ancora molto ampio. Una trentina di senatori in tutto, con varie sfumature di antigovernismo. Si va dalla sfiducia “senza se e senza ma” di Mattia Crucioli e Bianca Laura Granato, alla probabile astensione di Nicola Morra e Emanuele Dessì, fino all’indecisione di chi evita di esporsi ulteriormente dopo giorni di conflitti interni. Gli ottimisti filo governativi scommettono che alla fine la “resistenza” verrà piegato e non saranno più di cinque o sei i senatori eretici, i realisti temono invece che il blocco possa essere più numeroso, tale da poter formare almeno un gruppo parlamentare (a Palazzo Madama servono dieci eletti).

Molto dipenderà anche dall’atteggiamento dei vertici pentastellati: chiudere un occhio su astensioni e assenze o allontanare subito dal partito chi non si adegua pedissequamente al mandato di Rousseau? Vito Crimi per ora sembra inmovibile: «Astensione per i contrari al governo Draghi? I nostri iscritti hanno votato una cosa molto chiara. E a quella dobbiamo attenerci», continua a ripetere il capo politico reggente, nonostante una parte consistente del grillismo contesti la formulazione stessa del quesito “referendario”, concentrata sulla nascita di un ministero, quello della Transizione, che avrebbe dovuto inglobare al suo interno Ambiente e Sviluppo economico. Così non è stato e adesso i dissidenti chiedono, con tanto di petizione al Garante, una nuova consultazione alla luce dei fatti. Gli attivisti, tra cui la senatrice Barbara Lezzi, molto vicina ad Alessandro Di Battista, chiedono un nuovo voto «che ponga gli scritti nella possibilità di esprimersi sulla base di un quesito onesto, sincero, veritiero e reale sul ruolo del Movimento 5 stelle nel governo Draghi».

Non solo, i ribelli chiedono anche di di poter valutare «le responsabilità personali dell’attuale capo politico pro tempore e del Comitato di garanzia per l’avallo di una consultazione ingannevole» e «l’immediato sollevamento dagli incarichi» per Crimi. Infine: no all’espulsione dei parlamentari che voteranno «secondo coscienza rispondendo della loro personale fiducia ad un governo presieduto da colui nel quale non abbiamo mai riposto grande considerazione per le sue pregresse scelte e azioni politiche». Il tempo per indire un nuovo referendum su Rousseau però è scaduto oggi. E Crimi, ma soprattutto Beppe Grillo, non sembra intenzionato ad assecondare le recriminazioni degli anti Draghi. O dentro o fuori, era stato il messaggio lanciato poche ore prima dal fondatore del M5S, soffocando sul nascere ogni tentativo di mediazione. Perché se da un lato la priorità è non indebolire ulteriormente la delegazione pentastellata in maggioranza attraverso una scissione, dall’altro la svolta di Grillo (un partito prettamente ambientalista e di governo) non prevede ritorni al passato. Chi vuole andare vada, sembra essere quasi l’invito del Garante agli eretici. Poco importa che tra gli ostili figurino anche esponenti di spicco della storia pentastellata: dalla già citata Lezzi, ministra nel governo giallo-verde, a Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare Antimafia.

Grillo non sembra più interessato a compromessi con chi non condivide la sua visione. Eppure, la squadra di pontieri continua a lavorare alacremente per evitare scossoni. E qualcuno propone una terza via per uscire dallo stallo, come il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, che propone un sostegno critico al governo: «Staremo nella maggioranza con spirito critico. Dovremo difendere i risultati e le conquiste di questi due anni di governo. Vigileremo sul Recovery Fund e controlleremo che gli oltre 200 miliardi ottenuti grazie alla capacità del presidente Conte saranno spesi solo nell’interesse del Paese», spiega Brescia, in un disperato tentativo di riconciliazione che suona come fumo negli occhi per l’ala radicale, ancora galvanizzata, dall’esterno, dalle bordate di Alessandro Di Battista ai membri dell’esecutivo.I tentativi di ricucire proseguiranno fino all’ultimo secondo utile: quello in cui ogni senatore dovrà esprime la propria fiducia a Draghi. Quanti alla fine saranno i duri e puri non è è possibile prevederlo con esattezza. Di certo, ancora una volta, l’equilibrio di una maggioranza passa dalle tensione interne al Movimento 5 Stelle.

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