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«Io, aggredita perché avvocata, dico: difenderò sempre lo Stato di diritto»

Intervista a Eleonora Rea, aggredita dopo un'udienza al Tribunale di Cassino: «Un attacco alla funzione, ma chiunque ha diritto alla difesa»
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«Mi hanno augurato cose terribili. L’impressione è che mi abbiano fatto una specie di agguato: mi hanno attesa fuori dall’aula, cercando di impedirmi di andare via per insultarmi». Eleonora Rea è solo uno dei tanti avvocati aggrediti mentre svolgono il proprio lavoro. Anzi, aggrediti proprio in quanto avvocati, identificati, come ormai troppo spesso avviene anche a causa di una narrazione distorta ad opera di politica e media, con i reati commessi dai propri assistiti. Quindi guai ad agire in loro difesa, comunque vadano le cose: per certe azioni, di fronte a certi dolori, la difesa non dovrebbe essere ammessa in nessun caso. E a maggior ragione, se l’avvocato è anche donna, scendere a “patti” con il mostro, agli occhi di chi di quei reati – o presunti tali, fino a prova contraria – è vittima è ancora peggio. Rea è stata aggredita giovedì scorso a Cassino, dopo aver pronunciato la propria arringa davanti al giudice. Colpevole di non aver rispettato, agli occhi dei suoi aggressori, il dolore profondo che porta con sé la perdita di un familiare.
Avvocato, cos’è successo quel giorno?
Difendo un medico in un processo per colpa medica, che coinvolge otto sanitari ritenuti responsabili, dalla controparte – marito e moglie -, di un decesso. Per me era la prima volta che li incontravo. La loro rabbia è scaturita dal fatto che nella loro mentalità, nonostante si tratti di due professionisti, nessuno avrebbe dovuto accettare il mandato difensivo di quei medici. Questa cosa, ovviamente, non riesco a giustificarla nemmeno di fronte al grande dolore che vivono e del quale preferisco non parlare, dato che si tratta di una storia delicata. Questa pretesa è in conflitto con il ruolo stesso del difensore: nessuno può imporre ad un avvocato chi difendere.
In che fase si trova il processo?
Il pubblico ministero ha avanzato richiesta di archiviazione, sulla base di quattro perizie: l’esame autoptico, l’esame istologico, la perizia cardiologica e quella genetica, esame svolto per non lasciare nulla di intentato e capire che cosa fosse avvenuto. Alla fine, tutti i medici consultati dal pubblico ministero hanno evidenziato che si è trattato di una fatalità, una sindrome che non dà allarmi ed è quindi imprevedibile. Anche per il pm, dunque, la condotta dei medici è stata connaturata dall’ossequio di tutte le norme. Non avrebbero potuto fare nulla. La controparte si è dunque opposta, ritenendo che la vittima dovesse essere trasferita in una struttura di secondo livello. Ma ribadisco, secondo le perizie non c’erano elementi tali da giustificare un trasferimento, perché tecnicamente stava bene.
Cos’è successo durante l’udienza?
Quando ho iniziato a parlare, i due hanno protestato, manifestando in maniera plateale il loro dissenso. Il clima che si è creato non era dei migliori, ma nonostante ciò sono andata avanti. Il giudice, invece, li ha ripresi, intimando loro di mantenere la calma o li avrebbe allontanati dall’aula. A quel punto, uno dei due si è rivolto a me, fissandomi in maniera insistente durante tutta l’arringa per intimorirmi, ma senza riuscirci. Al termine della discussione hanno cominciato ad urlare entrambi, inveendo contro la giustizia. Uno sfogo, in quel momento, non rivolto a me. A quel punto è intervenuto il carabiniere d’udienza, che ha cercato di riportare la calma.
E una volta finita l’udienza?
Ho pensato di aspettare qualche minuto in aula, proprio per evitare di incontrarli. Così, dopo circa un quarto d’ora, ho chiesto alla praticante del mio studio di verificare che sul pianerottolo non ci fosse nessuno, dopodiché siamo uscite. Quando ho varcato la soglia, la donna è spuntata da dietro la porta, dove si trovava assieme al suo avvocato, urlandomi contro di vergognarmi e augurandomi un lutto doloroso quanto il suo. E quindi mi ha ripetuto che non avrei dovuto accettare l’incarico o che avrei dovuto rinunciarci.
Come ha reagito?
Ho risposto dicendo che mi dispiace per quello che hanno vissuto, ma che sto facendo solo il mio lavoro. A quel punto ho iniziato a scendere le scale e mi si è parato davanti il marito della donna, mentre lei era ancora alle mie spalle. Lui aveva le braccia allargate per impedirmi di passare. Mi ha dato della prostituta e mi ha accusata di essermi venduta per mille euro ai poteri forti, ribadendomi che non avrei dovuto difendere quel medico. Aveva gli occhi iniettati di sangue. Sono riuscita ad approfittare di un momento in cui era sbilanciato per superarlo e correre via. Una volta scese le scale ho incontrato il presidente del Consiglio dell’ordine e l’ho abbracciato forte, in barba a ogni norma Covid.
È finita qui?
Il giorno dopo, nel commentare un articolo sui social, la donna ha rivendicato quanto fatto il giorno precedente, affermando che ho calpestato il loro dolore per fare un po’ di soldi e sostenendo che non fossi adeguatamente documentata. Ma non è così, seguo questo caso da quattro anni e l’ho studiato nei minimi dettagli.
Sporgerà denuncia?
Per il momento non credo. In ogni caso mi ha dato più fastidio il post che l’aggressione, perché non si può, a mente fredda, continuare a dire di aver fatto bene. Io faccio il mio lavoro per passione, perché ci credo, faccio solo penale da tanti anni. Ho difeso anche pedofili, figuriamoci se non difendo un medico che risponde di un reato colposo.
Ritiene che sia un attacco alla professione, come hanno sottolineato il presidente dell’Ordine e il Cnf?
Certo, un attacco anche dettato dal populismo di questi anni. Mi era già capitato di essere insultata, magari con qualche parolina pronunciata alle spalle e qualche brontolio, però mai mi era capitata di essere bloccata fisicamente per non sottrarmi agli insulti. La mia sensazione, anche se ovviamente non posso esserne certa, è che si sia trattato di un agguato, perché mi stavano aspettando.
Il loro avvocato è intervenuto?
Si è messo ad urlare, nel tentativo di fermarli, ma non c’era nulla da fare: non lo ascoltavano. Per questo ho evitato di aggiungere altro, seppure, ripeto, durante la mia arringa non ho detto niente di illecito o di lesivo della loro situazione, anzi sono stata ben attenta nel cercare di essere il più tecnica possibile. Ho fatto solo il mio dovere. Si tratta di un attacco ingiustificato alla mia persona. Ma nessuno può farmi stare zitta. Sono fatta così, altrimenti non farei quello che faccio.
È impaurita?
In tribunale ci sono tornata lo stesso giorno, perché avevo un altro processo. Certo, ho bevuto un po’ d’acqua e ho fatto una passeggiata per rilassare i nervi, perché di certo non è stata una cosa piacevole, ma vado avanti.
Come pensa che si possano evitare episodi del genere?
Serve una sorta di educazione alla giustizia e ai diritti. Spesso vengono fatti coincidere gli errori commessi dall’imputato con la persona dell’avvocato. Ma se io difendo un rapinatore non vuol dire che sono un delinquente. Noi dobbiamo garantire il giusto processo, anche al peggiore dei delinquenti. Anche Totò Riina aveva un difensore ed è sacrosanto che l’avesse. Perché è il principio base dello Stato di diritto. Né è accettabile che colleghi, per farsi pubblicità, rendano noto di non voler difendere qualcuno perché è contrario alla loro morale e alla loro etica. Questo è sbagliato, perché così passa il messaggio che chi accetta quel mandato sia immorale. E questo non ci fa bene.

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