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«Io, Iaquinta, ho vinto il mondiale ma ora mi chiamano mafioso…»

Vincenzo Iaquinta
Iaquinta, uno degli eroi di Berlino del 2006, racconta di come il suo mondo, fatto di gol e corse sui campi verdi, sia stato stravolto da un’operazione della Dda, che ha fatto finire in carcere centinaia di persone, compreso suo padre
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«Perché me lo tengono in carcere? Così me lo ammazzano. È un accanimento». Vincenzo Iaquinta, uno degli eroi di Berlino del 2006, non si dà pace. Ci racconta la storia di suo padre dallo studio di uno dei suoi avvocati, Pasquale Muto. E racconta di come il suo mondo, fatto di gol e corse sui campi verdi, sia stato stravolto da un’operazione della Dda, che ha fatto finire in carcere centinaia di persone, compreso suo padre. Una tela che ha imbrigliato anche lui, il campione del mondo, che nella comunità calabrese dell’Emilia Romagna «è come Gesù bambino», spiega Muto per rendere l’idea di quanto sia amato. Iaquinta è stato condannato nel processo “Aemilia” ad un anno (in primo grado a due), pena sospesa, per la mancata custodia di due pistole e 126 proiettili, ceduti, secondo il pm, al padre al quale, fin dal 2012, un provvedimento del prefetto di Reggio Emilia ne aveva proibito la detenzione. Ed è per lui, accusato di essere una figura strategica delle cosche emiliane legate al clan di Cutro, che Vincenzo decide di parlare. Per i giudici del primo grado, che lo avevano condannato a 19 anni (ridotti a 13 anni in appello), «grazie alla sua brillante carriera di imprenditore edile, alla sua incensuratezza, alla disponibilità di denaro e alla positiva immagine pubblica del figlio Vincenzo, noto giocatore della serie A di calcio e campione del mondo, rappresenta una delle figure maggiormente importanti, strategiche, all’interno del sodalizio criminoso». Insomma, un nome buono – e famoso – da spendere per ottenere potere. Ma il figlio, che a quelle accuse non ha mai creduto, non ci sta. «Il mio nome serviva per dare lustro a questo processo – racconta al Dubbio -. Ma noi con la ‘ ndrangheta non c’entriamo nulla. A noi la ‘ ndrangheta fa schifo».

Come si passa da Berlino ad un’aula di tribunale?

È stato un percorso durissimo, iniziato, in realtà, prima dell’arresto, ovvero nel 2012, quando mio padre è stato escluso dalla white list e si è visto negare il porto d’armi che deteneva da 30 anni. Tutto per le frequentazioni con gente che aveva avuto problemi con la giustizia e per una cena, diventata famosissima a Reggio Emilia, alla quale mio padre partecipò. Per dimostrare la sua innocenza, su consiglio dell’avvocato Carlo Taormina, che allora ci seguiva, si è autodenunciato alla Dda di Bologna. Quell’anno c’era stato il terremoto, mio padre, che è imprenditore edile e ha sempre lavorato da solo con la sua società, dopo questo episodio non ha più potuto lavorare.

In che senso si è autodenunciato?

Ha chiesto una verifica sulla sua attività, affinché accertassero che era tutto apposto. Questo è successo prima dell’arresto, quindi non poteva minimamente sospettare che ci fosse questa indagine a suo carico. Ha chiesto agli organi inquirenti che controllassero tutta la sua vita. Ma ha mai visto un mafioso autodenunciarsi?

Cos’è successo nel 2015?

Il 28 gennaio, giorno in cui lo arrestarono con l’accusa di 416 bis, è stato un fulmine a ciel sereno sulla mia famiglia. Dal 2012, quando si è autodenunciato, fino al 2015, nessuno è venuto a controllare, a fare un sopralluogo dal commercialista, nella società, nelle banche. Tutto è successo dopo il suo arresto e non è mai stato trovato niente di illecito. Mio padre non aveva 80 società, ne aveva una sola. Vive al Nord da 50 anni ed è venuto su con una valigia di cartone. Se vedesse dove viveva da bambino rimarrebbe scioccata.

Qual è la storia di suo padre?

Come tanti altri calabresi, è andato via per cercare lavoro. All’età di 16 anni era partito con il fratello più grande per Milano e lì dormiva in una fabbrica. Poi si è trasferito a Reggiolo, dove ha iniziato a lavorare sotto padrone. Piano piano, si è reso conto di avere le capacità per farlo e ha costruito la sua impresa da solo. Così come la casa in cui viveva con mia madre: dopo una settimana di lavoro, passavano il sabato e la domenica a tirarla su. Poi ho avuto la fortuna di giocare a calcio e diventare famoso e conosciuto, campione del mondo. Ma secondo lei avevamo bisogno dei soldi della ‘ ndrangheta, con quello che ho guadagnato nel calcio? Avevo bisogno di mescolarmi con gente così? Nessuno mai nella mia famiglia ha avuto problemi con la giustizia.

La sua famiglia era comunque molto ricercata.

Ci avvicinavano per chiederci una foto, una maglietta, un autografo. Quando sono diventato famoso io, per così dire, è diventato famoso anche il papà di Iaquinta. È sempre stato martellato. A Cutro ci conosciamo tutti, ma io in Calabria ci vado in vacanza. Mio padre ci andava una volta l’anno, perché ha la casa al mare, o ai funerali, ai matrimoni: è tradizione, è un contesto socioculturale diverso da quello emiliano. Perché devo dire di no a chi mi chiede una maglietta o una foto? Mio padre, anche durante il processo, ha sempre detto queste testuali parole: se conoscere qualcuno è reato, io sono colpevole.

Cosa gli viene contestato?

Di essere partecipe all’associazione di ‘ ndrangheta dei Grande Aracri.

Ci sono reati fine?

No, niente.

E come partecipe avrebbe preso delle decisioni?

Nessuna. Io posso dire che mio padre è innocente. Non avrei fatto nemmeno questa intervista se avessi sospettato che anche una minima cosa potesse essere vera. Siamo entrati in un vortice più grosso di noi e a dire la verità non ce la faccio più. Ho fiducia nella giustizia, anche se tra primo e secondo grado è stato tutto davvero allucinante. Sono senza parole.

Lei ha vissuto il processo assieme a suo padre da imputato. Com’è stato?

Il mio coinvolgimento ha una motivazione vergognosa: io devo pagare per quello che ho fatto, non per altre cose. Se devo pagare perché mio padre ha spostato le armi ok, lo faccio, ma non mi si può accusare di avere agevolato la ‘ ndrangheta. Da questa accusa sono stato assolto, ma prima mi è stato contestato l’articolo 7: avrei agevolato i clan con armi legalmente detenute. Sono stato io a dire, durante la seconda perquisizione, dove fossero. Mi dissero: non si preoccupi, sarà una cosa amministrativa. Dopo quindici giorni fui convocato in caserma e quando ho letto cosa mi contestavano stavo per svenire. Sono cose gravi per la mia famiglia, per i miei figli.

Parliamo della cena del 21 marzo 2012 con Giuseppe Pagliani, consigliere forzista di Reggio Emilia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, quella cena fu convocata dai clan per organizzare la controffensiva alle interdittive antimafia.

( Risponde l’avvocato Muto) È tutto documentato: Giuseppe Iaquinta rimase lì non più di 40 minuti. Ma al di là di questo, l’avvocato Giuseppe Pagliani per questo fatto è stato assolto. Era una cena pubblica, con giornalisti, poliziotti, avvocati, insomma quanto di più lontano da ragionamenti criminali. A Iaquinta viene contestato di essere in contatto con affiliati, ma i contatti con Gianluigi Sarcone ( che recentemente si è dichiarato colpevole dell’accusa di aver fatto parte dell’associazione mafiosa, ndr) in questi anni sono pochi. Il contatto più frequente è con Alfonso Paolini: lui e Iaquinta sono amici di infanzia e qui a Reggio Emilia hanno giocato per tanti anni insieme nella squadra di calcio degli emigrati calabresi, della quale Paolini era l’allenatore. E fino al 2015, per quanto ne sapesse Iaquinta, era una persona normale. Insomma, Iaquinta non era nemmeno consapevole di far parte dell’associazione. Frequentava queste persone perché venivano dal suo stesso paese. È vittima di un contesto socioculturale che nessuno può cambiare, tanto meno la magistratura.

Durante le sue frequentazioni non aveva notato nulla di strano?

È stato intercettato per mesi, ma non è emerso nulla.

Viene contestato anche il cosiddetto “affare Blindo”, ovvero di aver ripulito dei soldi rubati all’estero.

Secondo l’accusa mio padre avrebbe messo a disposizione 800mila dollari puliti prendendo in cambio un milione e 400mila euro sporchi, da dividere in due. Ma non è stato trovato alcun movimento in banca: non c’è stato. La verità è che chi ha davvero fatto questa operazione ha sfruttato il cognome di mio padre per accreditarsi.

Chi?

( Risponde l’avvocato Muto) Romolo Villirillo, che conosce Iaquinta, per fregare la controparte disse: guarda che noi i soldi ce li abbiamo, perché abbiamo dalla nostra parte Iaquinta. È ovvio che Iaquinta è una parte economica accreditata, con un figlio che prende 3 milioni e mezzo di euro l’anno dalla Juventus! Ma non c’è nulla che provi il suo coinvolgimento. Niente.

C’è un altro fatto, che per l’accusa prova l’atteggiamento mafioso: in occasione del furto di due ombrelloni alla casa al mare in Calabria, Iaquinta avrebbe contattato un mafioso locale per lamentarsene e gli ombrelloni sono riapparsi in poche ore Come andarono i fatti?

( Risponde l’avvocato Muto) Gli ombrelloni sono stati pagati. Iaquinta sentiva quotidianamente questo Paolini, perché erano amici fraterni. In una conversazione Paolini chiede: come andiamo questa mattina? E Iaquinta dice: niente, stamattina mi hanno rubato gli ombrelloni. Punto. Paolini chiama Villirillo ( che non ha nemmeno il numero di telefono di Iaquinta) per far sì che vengano restituiti gli ombrelloni. E Villirillo fa credere che questi ombrelloni vengono restituiti tramite il suo intervento, ovvero se ne vanta. Ma gli ombrelloni sono stati pagati, acquistati dalla famiglia Iaquinta dall’amministratore del villaggio dove si trova la casa al mare. Che a sua volta si vanta con Villirillo di averli fatti arrivare da Pisa, mentre invece, probabilmente, li aveva già in magazzino.

Quindi in tutto ciò per voi c’è un leitmotiv: chi parla di Iaquinta lo fa perché vuole sfruttare questo cognome altisonante.

Assolutamente sì. E anche al processo lo hanno usato per fare pubblicità, perché ogni volta che si parlava di mio padre ci sbattevano in prima pagina. I giornalisti fanno il loro mestiere, ma a volte per un titolo shock non si preoccupano delle conseguenze.

Le era capitato, prima di quest’evento, di vivere il pregiudizio nei confronti dei calabresi?

Mai. Adesso ci additano come mafiosi. La gente che ci conosce non ci crede assolutamente. Ma chi legge un giornale e non sa niente di noi si fa prendere dai dubbi.

Cosa ha significato tutto questo per lei?

Hanno ferito la mia dignità, quella della mia famiglia, che è sempre stata umile. Anche dopo aver vinto un mondiale. Mia madre è morta nel 2019, era malata da cinque anni. Gli ultimi due anni si è dovuta curare senza il marito, che era in carcere. È stato una roba massacrante. Forse sarebbe morta lo stesso, perché aveva un male incurabile. Ma si è lasciata andare. Sto vivendo male, ma bisogna andare avanti, devo avere giustizia. Adesso attendiamo queste motivazioni.

C’è stato uno sconto di sei anni, rispetto al primo grado. Cos’è cambiato?

( Risponde l’avvocato Muto) In primo grado, a febbraio 2018, era stata fatta una contestazione suppletiva all’associazione. Dal carcere, alcuni esponenti del clan continuavano a dare ordini, secondo l’accusa. I pentiti tirarono in mezzo anche Iaquinta, a cui venne così contestata la partecipazione all’associazione fino a febbraio 2018. In appello, però, è stato dichiarato parte dell’associazione fino a gennaio 2015. Quindi le accuse suppletive, che sono quelle per le quali è stato tradotto in carcere dopo il primo grado, sono cadute in appello. Subito dopo la sentenza, partendo da questo fatto, avevamo presentato istanza di scarcerazione, ma è stata comunque rigettata. Ma faremo ulteriormente ricorso.

( Risponde Iaquinta) La Cassazione ci ha dato ragione sul cautelare, per mancanza di gravi indizi di colpevolezza. Stiamo parlando del nulla, perché a mio padre non hanno beccato né un giro strano di soldi né un appalto strano né una chiamata strana. Si basa tutto su supposizioni. Non c’è alcuna prova di un qualsiasi reato. Ma essere ‘ ndranghetista porta qualcosa in cambio o è un gioco? È impossibile che mio padre sia in carcere da tre anni, lo stanno facendo morire. Una roba incredibile. E io non posso fermarmi.

Quando lo ha visto l’ultima volta?

Dal vivo a febbraio dell’anno scorso. Ora solo in videochiamata. Mi ha detto che dopo il carcere c’è la morte. E per un innocente è ancora peggio, perché se uno ha fatto qualcosa è giusto pagare, ma da innocenti è terribile stare tra quelle quattro mura. Gli contesti due cene e lo metti tre anni dentro con i delinquenti veri? Perché lì ci sono delinquenti veri. Lui è forte, però ha paura. Si sta consumando.

Cos’è per lei la ‘ ndrangheta?

Mi fa schifo. Non sapevamo cosa fosse, prima d’ora.

Cosa farà per dimostrare la sua innocenza?

Siamo in mano alla giustizia. Per il resto, posso solo raccontare la verità, come sto facendo ora. Non so cos’altro fare. Ho ancora fiducia, ma allo stesso tempo paura. Non pensavo che la giustizia italiana fosse così. Sulle nostre vite hanno costruito un castello.

 

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