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Governo, quel perimetro di maggioranza aperto a tutti che imbarazza i partiti

Per il nuovo governo l'unica a dichiararsi fuori è Giorgia Meloni. Berlusconi, Renzi e i gruppi minori della destra sono già dentro la maggioranza
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La politica italiana, quando si tratta si essere immaginifici, primeggia. Inventa periodicamente termini nuovi, che s’impongono con la potenza di un uragano improvviso. L’ultima è ‘ perimetro’. La crisi, o più precisamente l’ultima possibilità di uscirne senza precipitare in un abisso, ruota intorno al perimetro. Non a caso lo citano tutti, in pubblico e in privato. Ne parla Draghi nelle consultazioni. Ne discute Conte al telefono con i fedelissimi. Si espone in tv Zingaretti. Si dilaniano i 5S.

Il perimetro in questione è quello delle forze che appoggeranno il governo, che dovrebbe essere ‘ politico’, sì, ma nel senso che non terrà i politici fuori dai ministeri come fece Mario Monti. Però non ‘ di parte politica’: dunque aperto a chiunque voglia entrarci. Sarebbe già complicato se si trattasse di un governo tecnico, ma essendo anche politico le difficoltà si moltiplicano perché le forze che sosterranno il governo avranno anche un loro rappresentante nel governo. Ministri di partiti che giurano di essere antagonisti, antitetici, incompatibili dovrebbero dunque mettersi plasticamente in mostra l’uno accanto all’altro, a beneficio dei loro prevedibilmente scandalizzati elettori.

Il risultato è tale che al confronto il cubo di Rubick sembra un giochino da poppanti. Le forze della ex maggioranza, Pd- M5S- LeU, fanno quadrato intorno alla maggioranza Ursula: passi Forza Italia ma non oltre. Conte ha chiamato direttamente gli ufficiali e i fedelissimi per indicare la rotta: «Tenete duro sul perimetro. La Lega non deve entrare». La missione sarebbe già ardua ma a renderla proibitiva ci si è messo Il Fatto, che per i 5S è vangelo. Con Berlusconi? Ohibò, questo è troppo. Così metà dei 5S, nella roccaforte ribelle del Senato, resta barricata dietro il no. A meno che il perimetro non sia quello della vecchia maggioranza e ancora ancora.

Per il Pd sono giornate terribili. Se i 5S dovessero tenersi fuori e la Lega entrare sarebbe un governo Pd- Lega- Fi- Iv: l’incubo. Ma Zingaretti sa di non poter puntare i piedi. Non di fronte a un Mattarella che vuole il governo di salvezza nazionale, la Cgil che ha accolto Draghi con rumoroso entusiasmo, lo spettro del fallimento del Paese dietro l’angolo. «Noi e la Lega siamo alternativi però a decidere il perimetro è Draghi» : la formula del segretario del Pd denuncia le dita incrociate dietro la schiena e la preghiera accorata, «O Gesù d’amore d’acceso fa’ che Salvini non si presenti e giuro che non ti chiederò più niente, dovessi campare cent’anni». E giù telefonate da linee sovraccariche per convincere LeU e soprattutto i 5S a non lasciar solo e sperduto nel bosco il povero Nicola.

LeU ha circoscritto con pennarello fluorescente il perimetro e lo ha detto chiaramente sia all’incaricato che al plotone di giornalisti di fronte a Montecitorio: «Non è questione di veti ma di programmi: sono loro che circoscrivono il perimetro e rendono impossibile la convivenza tra noi e la Lega». Posizione ferma e chiara. Sempre che regga. La componente di Sinistra italiana è più salda, sulla resistenza dei Art. Uno, soprattutto se spuntasse la conferma di Speranza alla Sanità, nessuno scommetterebbe mezzo euro.

Berlusconi, Renzi e i gruppi minori della destra sono già dentro la maggioranza. Non hanno problemi di perimetri o circonferenze. Giorgia Meloni è fuori. Punta a massimizzare i consensi come unica leader d’opposizione. Qual che sia il perimetro non cambierà posizione anche se le insistenze non solo degli alleati ma anche tra i suoi fratelli e fratellini per l’astensione sono forti e non si sa mai.

Poi c’è l’uomo nero, al secolo Matteo Salvini. Se si tenesse a distanza risolverebbe i problemi di tutti. Lo coprirebbero di fiori. Ragion di più per bussare alla porta di SuperMario e figurarsi se il leghista non se ne rende perfettamente conto. I 5S imploderebbero, l’asse ancora fragile Pd- M5S- LeU rischierebbe la frana, la sua base sociale del nord, che spinge a più non posso, festeggerebbe. Ci scapperebbe persino un avvio di recupero di credibilità in Europa, senza la quale si possono vincere le elezioni ma governare non è poi facile, o più precisamente è impossibile. Ma sull’altro piatto della bilancia pesano i voti: quelli che il capo leghista teme di regalare a sorella Giorgia e che potrebbero essere tanti. Tutta questione di perimetro però. Se i 5S se ne restassero alla larga fare ingoiare la pillola alla base verde sarebbe molto più facile. Dunque anche l’ex ministro degli Interni impugna il compasso: «O noi o i 5S: Draghi deve scegliere».

Alla fine Draghi sceglierà di non chiudere le porte a nessuno. E a scegliere, al termine del secondo giro di consultazioni nei primi due giorni sella prossima settimana, dovranno essere i partiti “del perimetro”. Cioè più o meno tutti.

 

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