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«Con Draghi se ci sono le condizioni: insieme al M5S e senza sovranisti»

Intervista a Gianni Cuperlo: «Se si è giunti alla situazione di ora è perché Italia Viva ha scelto di abbattere il governo che c’era col duplice obiettivo di far dimettere Conte e segare il ramo dell’alleanza tra Pd, 5 stelle e Leu»
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Nessun «accoglimento supino di qualunque scenario». Per Gianni Cuperlo, il Pd dovrebbe sostenere un governo solo se «esistono le premesse e i numeri per un esecutivo autorevole all’interno e verso l’Europa». E a patto che non venga reclutata «una parte più o meno larga della destra con l’opposizione compatta del Movimento 5 Stelle».

Mario Draghi ha accettato l’incarico con riserva. Crede avrà problemi a trovare una maggioranza parlamentare?

Per quel che vale lasci che muova anch’io dal riconoscere al presidente incaricato uno standing internazionale e un prestigio che sono per l’Italia una risorsa preziosa e da non invalidare. Detto ciò se si è giunti alla situazione di ora è perché Italia Viva ha scelto di abbattere il governo che c’era col duplice obiettivo di far dimettere Conte e segare il ramo dell’alleanza tra Pd, 5 Stelle e LeU. Non so chi ha postato sulla rete un libero adattamento del Joe Gambardella di Sorrentino, «il mio obiettivo non era semplicemente prendere parte a un governo, il mio obiettivo era farlo fallire».

Se questo era l’obiettivo di Renzi, possiamo dire “missione compiuta”?

Io penso che quanto è accaduto ci restituisca per intero le difficoltà di prima – piano dei vaccini, programmazione del Recovery Plan, gestione dei licenziamenti a fine marzo – con l’obbligo a farlo in una condizione non meno complessa perché è chiaro che per dar vita a un governo di alto profilo e messo in grado di affrontare i dossier aperti servirà una maggioranza ampia dentro questo Parlamento dove i numeri sono quelli che conosciamo. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, quello che in queste ore si deve verificare sono le posizioni del campo che stavamo coltivando con 5 Stelle e LeU. Perché una cosa abbiamo detto con chiarezza in tutte queste settimane, che non avremmo mai dato vita a un governo con le forze sovraniste ostili all’Europa e agli interessi dell’Italia.

Avete sbagliato a fidarvi di Italia Viva?

Penso che scollinata l’età turbolenta dell’adolescenza si diventa adulti e ci si assume le proprie responsabilità. In quest’ultima vicenda quelle del leader di Italia Viva sono pubbliche e gli italiani giudicheranno.

Il Pd dovrebbe sostenere l’ex presidente della Bce senza se e senza ma, o sarebbe meglio aprire prima un’attenta discussione interna?

L’ho detto, siamo pronti a fare la nostra parte in un contesto dove appaiano chiare le priorità del governo e la natura delle forze che lo sostengono. Aggiungo che se ancora qualcuno poteva avere dei dubbi sono gli eventi degli ultimi mesi a testimoniare del nostro senso di responsabilità. Ma attenzione a scambiare questo spirito per un accoglimento supino di qualunque scenario. Esistono le premesse e i numeri per un esecutivo autorevole all’interno e verso l’Europa? Un governo aperto al dialogo e alla collaborazione con le forze sociali per gestire il dramma della disoccupazione e le sue conseguenze? Noi ci siamo e ci saremo.

Anche insieme alla Lega e con l’opposizione del Movimento 5 Stelle?

Se la maggioranza che dovesse formarsi finisse col reclutare una parte più o meno larga della destra con l’opposizione compatta del Movimento 5 Stelle ci troveremmo di fronte a distanze profonde sul terreno della strategia e delle risposte da dare ai bisogni di chi oggi ha più bisogno. A quel punto con un Parlamento messo nella condizione di non poter più esprimere un indirizzo politico la strada dovrebbe essere un governo a termine che affronti le emergenze indicate anche dal Presidente Mattarella e con la prospettiva di nuove elezioni entro l’estate.

Quali errori ha commesso il suo partito in questa crisi? Ostinarsi su Conte premier?

Anche al netto della popolarità ancora grande di cui gode nel paese, noi abbiamo sempre detto che Conte era il punto di raccordo dentro una maggioranza nata sull’onda della sfida lanciata da Salvini a fine estate del 2019 e poi consolidata nell’anno terribile della pandemia. Spesso si accantona l’aspetto centrale di questi quindici mesi ed è l’aver prodotto collegialmente un riposizionamento dell’Italia sull’asse della nostra tradizione europeista. Il Movimento 5 Stelle ha maturato questa evoluzione e io lo considero un fatto positivo non per una parte, ma per la qualità e affidabilità delle nostre istituzioni. Conte ha condotto questa stagione con equilibrio. Il che non implica l’assenza di limiti e ritardi, questo lo abbiamo riconosciuto noi per primi e non a caso avevamo indicato già da settembre la necessità di un patto per la seconda parte della legislatura. Ma sulla base condivisa da tre delle quattro gambe della maggioranza che confermavano nella figura del capo del governo l’elemento a garanzia di quel rilancio. La quarta gamba, quella che nel Paese vale il due per cento ma usa la sua sovrastimata pattuglia parlamentare come arma di condizionamento, aveva un disegno diverso e lo ha perseguito sino a travolgere gli argini con buona pace delle emergenze aperte. Questi i fatti. Su questa base abbiamo sbagliato a sostenere Conte? Le rispondo di no, credo sia stata l’ennesima dimostrazione della nostra lealtà e correttezza verso l’intera maggioranza e verso il paese.

Zingaretti non controlla i gruppi parlamentari, “costruiti” in epoca renziana. Questo particolare ha avuto un peso sulla crisi?

Questo che lei con garbo definisce un “particolare” rappresenta l’anomalia della segreteria Zingaretti dal primo giorno. Le ricordo che all’indomani della nascita del Conte II abbiamo subito due scissioni, quella di Carlo Calenda e quella di Matteo Renzi. La traduzione è stata la perdita di decine di senatori e deputati che hanno preferito seguire l’avventura di Azione e Italia Viva. Con la differenza che almeno Carlo motivava la scelta collocandosi all’opposizione del nuovo governo. La realtà è che l’ultima donazione della stagione renziana fu una notte della fine gennaio 2018 quando a ridosso dell’alba vennero letti i nomi delle candidature decise senza neppure che i membri della direzione potessero disporre di un elenco scritto. Vi fu chi si oppose e chiese venisse rispettata la prassi minima di una correttezza anche statutaria, ma la risposta fu che non c’era tempo. Alcuni tra noi si alzarono e se ne andarono. Ecco il contesto e il metodo che ha accompagnato quel passaggio decisivo.

Ancora una volta la politica alza bandiera bianca e si affida ai tecnici. I partiti non sarebbero stati in grado di gestire i 200 miliardi di Recovery Fund?

Anche qui non semplificherei. I partiti hanno elaborato il Recovery Plan e sarà il Parlamento, cioè i partiti lì rappresentati, a seguirne le tappe di approvazione e applicazione. Non esistono i tecnici, esistono personalità di assoluto valore che nel momento in cui assumono incarichi diretti nel governo esercitano di fatto una funzione politica.

Anche se il Presidente della Repubblica ha argomentato abbondantemente il suo ragionamento, vorrei farle un’ultima domanda: andare al voto sarebbe davvero così folle?

Le ho già detto che considero quella una possibilità non solo perché siamo una democrazia e come tale le elezioni non sono mai una maledizione del cielo, ma perché potrebbe essere l’inerzia delle cose a spingere il paese a un approdo che noi non abbiamo mai voluto né cercato.

 

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