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«Io, avvocata, difendo gli ultimi nonostante l’elemosina dello Stato…»

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La lettera di Cristina Polimeno: «Porto in tribunale i diritti dei migranti schiavizzati e maltrattati. Con un lavoro immane e un patrocinio compensato dallo Stato con cifre umilianti»
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Mi chiamo Cristina Polimeno, sono un’avvocata e da quattro anni mi occupo di rifugiati insieme alla mia socia Martina Bianchi, con cui condivido sacrifici, etica professionale e valori. In legalese i nostri clienti si chiamano: richiedenti la protezione internazionale. Sui rifugiati, che nel 99 per cento dei casi hanno diritto al gratuito patrocinio, la narrazione passata nel senso comune è che gli avvocati che si occupano di questa materia facciano cause massive, strumentali, poco accurate, spesso infondate. Per guadagnare.

Ovviamente non è così. I nostri ragazzi sono tutti passati dalla Libia. Non voglio fare facile retorica su questo Paese, non userò la storia dei nostri due clienti che per dieci mesi sono stati legati allo stesso palo con una catena in un lager ( estranei fino ad allora e provenienti da Paesi diversi), e di come il più forte abbia adottato il più fragile salvandogli la vita. Non racconterò la loro storia qui. E non racconterò nemmeno dell’indifferenza con cui sono stati trattati da un Giudice di questa Repubblica (in nome del popolo italiano) il mese scorso davanti ai miei occhi, perché non posso trovare le parole. Quello che facciamo noi è parlare per ore e ore con i ragazzi in inglese o in francese per capire il contesto, la storia, le ragioni che possono (in modo serio e non velleitario) consentire di ricondurre la loro vicenda a una forma di protezione riconosciuta dall’Italia.

Poi ragioniamo con loro sulle prove da raccogliere. Martina diventa un’investigatrice, imperversa per tutta l’Africa procacciando i documenti e le dichiarazioni che ci servono. Poi spieghiamo loro come far capire al Giudice la loro storia occupandoci di colmare un enorme gap culturale. Perché non tutti i giudici hanno alle spalle una formazione adeguata a condurre un’audizione. Bisogna saperne di antropologia e di etnosociologia. Bisogna capire una mentalità. Bisogna comprendere la geopolitica. Ad esempio: io non lo so se tutti i nostri clienti che parlano di fughe dalle sette religiose che praticano il Juju raccontino storie vere. So che pochi giorni fa ho visto con i miei occhi un padre terrorizzato raccontare i dettagli di un rituale, perché era graniticamente convinto che uscito da quell’aula sarebbe morto per un maleficio. Infine, lavoriamo sulle fonti “terze”. Report internazionali ( di commissioni parlamentari, di Ong, di missioni internazionali), tesi di laurea e di dottorato, libri in altre lingue, fonti giornalistiche del luogo e di molti altri Paesi. Nel ricorso traduciamo noi queste fonti per il giudice.

Tutti questi passaggi avvengono due volte: una all’inizio della presa in carico, un’altra circa due anni dopo, quando si svolge l’udienza, per fare un recall e attualizzare la domanda. Sì, perché l’udienza si svolge circa due anni dopo il deposito del ricorso. Dopo l’audizione davanti al giudice, scriviamo una memoria per tirare le fila, cercando di indovinare quali siano le perplessità del magistrato. La sentenza, infine, è materia imperscrutabile e a volte creativa. Può succedere tutto e il contrario di tutto, a seconda dell’approccio del giudice, del suo umore o dell’allineamento dei pianeti.

Raramente – invero quasi mai – c’entra la giurisprudenza della Corte di Cassazione. O una seria valutazione delle fonti. Può succedere che per casi analoghi si ottenga l’asilo politico da un giudice e un rigetto totale della domanda da un altro, con tutte le varianti possibili nel mezzo. Più facilmente, potrà accedere di ritrovarsi una sentenza con motivazioni simili: «In ogni caso, al di là del problema ( non facile) dell’individuazione della normativa applicabile alla fattispecie in esame, l’appellante non ha offerto concreti elementi che possano indurre a considerarlo persona particolarmente vulnerabile, al contrario egli appare un soggetto forte, relativamente giovane, in buona salute, abile al lavoro e capace di districarsi con determinazione e coraggio tra le peggiori avversità della vita, come ampiamente dimostrato dalla sua storia personale. Se il medesimo è riuscito a sottrarsi con successo alle avversità familiari subite in Patria, se ha lavorato e si è mantenuto in Libia ed infine è riuscito ad inserirsi soddisfacentemente anche in Italia, allora si può star certi che sarà in grado con maggior facilità di riadattarsi alla vita del proprio Paese. L’analisi comparativa tra la situazione attuale dello straniero e quella ricostruibile in Patria non vale insomma ad integrare di per sé ragioni sufficienti di tutela umanitaria, dovendosi ritenere che il soggetto possa tornare in Nigeria a vivere sostanzialmente come tutti i nigeriani, senza andare incontro a particolari e intollerabili menomazioni dei diritti umani».

Dopo la sentenza, i ragazzi tornano in studio e Martina stampa loro la sentenza e gli spiega per circa un’ora come fare a sistemare i documenti grazie alla sentenza ottenuta. Nel mezzo, i costi per spostarsi da un Foro all’altro e per avere uno studio abbastanza grande da svolgere il lavoro in modo efficiente, le bollette, la stampante, l’affitto, i computer, il gestionale me li pago io, non so davvero nemmeno come.

Bene. Ciò detto. Pochi giorni fa, per la mole di lavoro appena descritta, mi hanno liquidato 675 euro di onorari: 675 euro…Prima la media era mille/milleduecento ( si badi bene: la sentenza arriva minimo due anni dopo l’apertura della pratica in studio, il pagamento ancora tre anni dopo). Poi è scesa a un inspiegabile e ricorrente 949,75. Poi 800. Adesso 675.

Il diritto alla protezione internazionale trova il suo fondamento nella Costituzione Italiana, nella Convenzione di Ginevra del 1951, nella Cedu e nella Carta di Nizza. Il patrocinio a spese dello Stato è l’istituto riconosciuto dall’articolo 24 della Costituzione italiana a tutti i cittadini non abbienti, al fine di rendere effettivo il diritto di difesa. Non è l’avvocato Polimeno che ha deciso di radicare così tante cause davanti al Tribunale: sostenere i costi di un processo anziché investirli in integrazione è una scelta politica. È una scelta che lascia indietro i più fragili e i più sfortunati. Ieri ho veramente avuto la tentazione di mollare. Di rinunciare alle decine di cause che dobbiamo ancora trattare. Ma non è vero: noi questo lavoro lo facciamo perché la mattina ci dobbiamo guardare allo specchio. Senza rimpianti e senza vergogna.

 

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