Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Vaccino in carcere? «La tutela dei detenuti non è un lusso ma riguarda tutti noi»

Parla Emilia Rossi, componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti dei detenuti. «Possiamo dirci soddisfatti alla luce dell’impegno annunciato dal Commissario Arcuri di prevedere che persone detenute e personale penitenziario possano completare la vaccinazione in un momento successivo a chi ha più di 80 anni. Ora attendiamo la traduzione in pratica di questa previsione»
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«La tutela dei detenuti riguarda tutti, nel momento in cui lo Stato prende in custodia delle persone, ha la responsabilità della tutela della loro salute insieme agli altri diritti fondamentali». Lo ricorda, a ragione, Emilia Rossi, componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Tanto più durante la drammatica emergenza sanitaria che ha spinto il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma e la senatrice a vita Liliana Segre a firmare un Appello in favore di una tempestiva somministrazione del vaccino all’interno delle carceri.

L’appello del Presidente Palma e di Liliana Segre ha sollevato, oltre alla pronta risposta del sottosegretario Dem alla Giustizia Andrea Giorgis, significative riflessioni in merito. Siete soddisfatti delle reazioni ottenute?

Possiamo dirci soddisfatti alla luce dell’impegno annunciato dal Commissario Arcuri nella conferenza stampa del 21 gennaio, di prevedere che persone detenute e personale penitenziario possano completare la vaccinazione in un momento successivo a chi ha più di 80 anni. Ora attendiamo la traduzione in pratica di questa previsione ma il punto rilevante è che sono considerate insieme, come soggetti destinatari di priorità per la particolare esposizione al contagio, persone detenute e persone che lavorano negli Istituti. Era il principio dell’appello e constatiamo con soddisfazione che sia stato raccolto dalle Istituzioni.

“Il mondo di dentro” va trattato come “il mondo di fuori”: questo sembra essere uno degli approdi delle riflessioni di politici e costituzionalisti. Anche qui, come all’esterno, dovrebbero vigere le stesse regole di somministrazione?

L’appello del Presidente Palma e della senatrice Segre ha indicato la necessità di un percorso prioritario: non possono essere accomunate le situazioni delle comunità chiuse a quelle delle comunità aperte e libere. Innanzitutto perché risentono di tutti i rischi determinati dalla necessaria promiscuità. Nel carcere, più che in altre strutture chiuse, stanze e ambienti comuni sono condivisi e non consentono il rispetto delle regole di distanziamento fisico dettate per il mondo libero. Le persone che vi entrano spesso, si portano dietro patologie pregresse e deficit di cure e assistenza. Il carcere, al pari delle Rsa, per citare una situazione che è diventata chiusa con l’emergenza sanitaria, è un mondo permeabile dall’esterno, aperto all’ingresso di tutte le persone che vi lavorano e vi operano.

Trova che siano state stanziate risorse sufficienti o introdotte misure adeguate per fronteggiare il sovraffollamento, su cui ha posto l’accento la stessa Consulta.

Nei 190 istituti penitenziari sono disponibili circa 47.000 posti. Ad oggi, la popolazione detenuta consta all’incirca di 52.500 persone. Un trend di diminuzione della popolazione carceraria, pur se lieve, c’è stato; non sufficiente, tuttavia, rispetto alle esigenze che il Garante Nazionale ha sempre evidenziato. Le misure adottate hanno portato a risultati relativi che comunque vanno tenuti in considerazione, ma non sono sufficienti. Quando si è trattato di discutere degli emendamenti al decreto legge 130/ 2020 – che, tra le varie misure di prevenzione della pandemia, ne inseriva nuovamente alcune destinate a diminuire la popolazione penitenziaria – abbiamo presentato diversi emendamenti: fra questi la previsione della liberazione anticipata speciale, estesa a 75 giorni per semestre, e la sospensione dell’emissione dell’ordine di carcerazione, oltre a una serie di correttivi che avrebbero assicurato maggiore efficacia alle norme già introdotte. L’idea di fondo è che la capienza degli istituti penitenziari non vada colmata fino alla saturazione ma ammetta la possibilità di spazi disponibili da utilizzare per affrontare eventuali emergenze. Ad esempio, in piena crisi sanitaria, gli istituti dovrebbero poter disporre di spazi da impiegare per l’isolamento di eventuali contagiati.

Come giudica il lavoro dell’informazione sulla situazione sanitaria all’interno delle carceri?

Occorre avere molta cura, però – e questo è un compito demandato sia al mondo dell’informazione che alle sue fonti – di evitare che la preoccupazione si trasformi in allarmismo. C’è una comunità dolente, all’interno degli istituti, alla quale corrisponde una comunità altrettanto dolente che si trova all’esterno, costituita dalle famiglie sia delle persone detenute che di quanti vi lavorano: entrambe hanno diritto e bisogno di ricevere informazioni corrette senza essere spaventate da voci d’allarme. Gridare dell’impennata di contagi, come avviene spesso in questi giorni, desta panico e allarme. I dati vanno riportati alla realtà: non c’è un’impennata all’interno delle carceri, c’è un andamento da sorvegliare: il 14 gennaio risultavano 718 positivi, di cui 681 asintomatici, soltanto 11 sintomatici e 26 ricoverati in ospedale. Il 16 gennaio, i detenuti positivi erano 715 – quindi, sia pure di poco, diminuiti –, di cui 679 asintomatici. Oggi, ci sono in tutto 663 casi postivi, di cui soltanto 40 sintomatici, 20 dei quali sono in ospedale. La prevalenza assoluta delle persone asintomatiche, quindi, è il dato che si conferma stabilmente. Tutto questo non vale in alcun modo a diminuire le dimensioni della serietà della situazione che, anzi, richiede misure urgenti proprio perché non diventi incontrollabile. Vale, però, a rappresentare lo stato delle cose come è e a scongiurare l’allarme che danneggia più di tutti proprio le persone che si vogliono tutelare.

Come giudica il linguaggio con cui si parla della popolazione carceraria dallo scoppio della pandemia?

Il discorso pubblico sul carcere non è cosa legata all’emergenza della pandemia, ma risente di sentimenti e di opinioni radicati nel tempo che lo inquadrano come un corpo estraneo rispetto alla comunità, in cui l’obiettivo da perseguire è la punizione, l’estromissione dal contesto civile, magari per sempre, come si intende quando si parla di “buttare via la chiave”, e non il recupero alla società della persona che ha commesso un reato. Durante la contingenza della pandemia abbiamo riscontrato un inasprimento di questi atteggiamenti e, in particolare, la mancanza d’interesse e di attenzione nei riguardi del carcere, come non vivesse la stessa situazione di dolore e di paura del resto della società e anzi, come alcuni hanno sostenuto, fosse un luogo persino più sicuro, dove il Covid- 19 non poteva entrare. Durante la prima fase dell’emergenza abbiamo contrapposto a queste distorsioni la descrizione dell’effettivo stato delle cose e la sollecitazione di riflessioni diverse, con la pubblicazione quasi quotidiana del Bollettino del Garante nazionale, oggi ancora leggibile sul sito. Il recupero di una cultura diversa, rispettosa dei principi di civiltà e dello Stato di diritto, è un lavoro lungo che richiede oltre che tempo, grande impegno, su tutti fronti. Ma il risultato è di importanza fondamentale proprio per la tenuta della nostra civiltà: vale la pena della lunga strada e della grande fatica.

 

Ultime News

Articoli Correlati