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Lenford Harvey e gli altri, minacciati e assassinati per difendere i diritti della comunità LGBTI

L’attività di avvocati ed avvocate che si occupano della difesa delle minoranze sessuali merita la giusta attenzione
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di Stefano Chinotti*

La notte del 30 novembre 2005 il collega – attivista giamaicano Lenford Harvey, noto per le sue battaglie in favore della comunità LGBTI e delle persone sieropositive – venne prelevato dalla propria abitazione e barbaramente ucciso. Due anni dopo, veniva fondata, intitolata a suo nome, l’associazione Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford. Quella della protezione delle minoranze sessuali è, da sempre, la meno frequentata delle lotte antidiscriminatorie. Le fonti normative riportano spesso l’orientamento sessuale e l’identità di genere per ultimi nell’elencazione dei fattori di rischio; forse perché di più recente interesse ma anche perché fra i meno condivisi. Non a caso sono moltissimi i paesi nel mondo in cui l’omosessualità è un crimine ed almeno in cinque di essi un crimine da punire con la vita.

L’attività di avvocati ed avvocate che si occupano della difesa delle minoranze sessuali merita la giusta attenzione. È nota la vicenda della collega camerunense Alice Nkom che, da anni, affronta attacchi pubblici e minacce di morte per difendere le persone omosessuali e trans da una violenta repressione governativa. Alice Nkom non è però la sola. Laddove esistono leggi che criminalizzano le minoranze sessuali ci sono colleghi e colleghe che, per rivendicare un diritto o combattere un’ingiustizia, si pongono costantemente in grave pericolo. E non serve neppure andare molto lontano per trovare altre storie. Come quella di Nikolay Alekseev, avvocato e giornalista russo, più volte interrogato ed arrestato per aver chiesto l’abolizione della legge contro la cd “propaganda gay”, che vieta alle persone omosessuali qualsivoglia manifestazione esteriore del proprio orientamento sessuale. Come quella di Vitaly Cherkasov aggredito all’uscita del Tribunale di San Pietroburgo dopo aver difeso un attivista accusato di aver sventolato una bandiera arcobaleno.

Come quella di Alexander Karavayev che, nella Cecenia “senza gay” del premier Kadyrov, ha rischiato l’arresto solo per aver preteso notizie del proprio assistito trattenuto dalla polizia in ragione del suo orientamento sessuale. Altra storia è quella dell’avvocato tunisino Mounir Baatour vittima di minacce per essersi candidato alle elezioni politiche in un paese apertamente omofobo con un programma elettorale che prevedeva l’abolizione del reato di sodomia. Si può dunque sostenere che la strada per la parità effettiva è ancora lunga e tortuosa e non priva di insidie per i colleghi e le colleghe che, con costanza ed impegno, la percorrono.

* Membro della Commissione diritti umani del CNF socio di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford

 

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