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Ormai in Calabria si candidano solo ex magistrati

Da Nicola Gratteri l'anatema: "La presunzione d'innocenza aiuta la mafia"
Così le inchieste finiscono per condizionare la già disastrata "politica" locale senza avere alcun effetto concreto sulla corruzione dilagante e tantomeno sulla penetrazione della 'ndrangheta
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A Catanzaro è appena iniziato il processo Rinascita Scott ma ieri la procura del capoluogo calabrese ha aperto un nuovo fronte con l’inchiesta “basso profilo” con ben 81 indagati tra cui il segretario nazionale dell’UDC Lorenzo Cesa che si è subito dimesso dall’incarico. Contemporaneamente l’assessore regionale al bilancio, Talarico, esponente di primo piano dello stesso partito di Cesa, è finito agli arresti domiciliari.

A quasi tutti gli indagati è stato contestato l’aggravante di aver operato, soprattutto nel campo dei lavori pubblici, a stretto contatto con la ndrangheta. Vedremo nei prossimi giorni se le misure richieste dalla procura, e convalidate dal GIP, reggeranno al filtro del Tribunale della Libertà. Tuttavia la prudenza è d’obbligo ed i dubbi, soprattutto in Calabria, sono molti. Ci sembra giusto ricordare che l’ex presidente della Regione Mario Oliverio (PD), a ridosso delle precedenti elezioni regionali, è stato relegato, su richiesta della procura di Catanzaro, a tre mesi di confino forzato tra le montagne dalla Sila, per essere poi completamente scagionato da ogni accusa perché “il fatto non sussiste”.

Nel novembre scorso, sempre su iniziativa della procura guidata dal dottor Gratteri, il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini di Forza Italia, veniva arrestato per fatti gravissimi che avrebbe commesso per favorire le cosche del Crotonese, ricevendo in cambio l’appoggio elettorale. Nel giro di due settimane il Tdl annullava l’arresto è faceva a pezzi l’ordinanza.

Mentre in Rinascita Scott sono finiti nelle maglie degli inquirenti, politici calabresi di primissimo piano tra cui il segretario regionale del Partito Socialista, Luigi Incarnato, costretto agli arresti domiciliari, ma subito rimesso in libertà dal TDL. Mentre all’on. Nicola Adamo già parlamentare del PD è stato proibito di risiedere in Calabria. Anche in questo caso, l’accusa non ha retto al vaglio della Cassazione.

Lungi da noi la pretesa di voler giudicare la strategia della Procura di Catanzaro, ma anche un cieco potrebbe constatare quanto le inchieste finiscono per condizionare la già disastrata “politica” calabrese senza però aver alcun effetto concreto sulla corruzione dilagante e tantomeno sulla penetrazione della ‘ndrangheta in tutti i gangli della vita regionale.

Abbiamo finora esaminato solo la posizione dei politici coinvolti, ma se esaminassimo le posizioni degli altri indagati, il quadro diventa ancora più preoccupante. Non bisogna dimenticare che la Calabria, come aveva già autorevolmente denunciato il procuratore generale di Catanzaro, dott. Otello Lupacchini, in rapporto agli abitanti, è la prima regione d’Italia per il riconoscimento degli indennizzi per ‘ ingiusta detenzione’ o ‘ per irragionevole durata del processo.

Il dramma è che nel clima attuale le “persone perbene” si tengono lontani dalla politica aprendo la strada ad avventurieri, oppure a persone che ritengono di avere le giuste tutele. Sarà un caso ma, sino a questo momento, l’unico candidato certo alla presidenza della Regione, è l’ex magistrato Luigi De Magistris, che ha lungamente lavorato nella procura di Catanzaro. Tra poco si dovranno svolgere le elezioni regionali, il rischio è che queste siano pesantemente condizionate dalla martellante attività delle procure.

Ovviamente nessuno, e noi meno che mai, oserebbe chiedere che l’azione giudiziaria tenga conto dell’agenda politica. Basterebbe solo rispettare lo Stato di diritto e le garanzie costituzionali. Altrimenti il rischio è che l’azione di alcuni procuratori, soprattutto quando i loro provvedimenti vengono sistematicamente “neutralizzati” perché decisamente viziati oltre che ingiusti, contribuisca a legittimare la ‘ndrangheta spingendo gli innocenti stritolati nella morsa d’una giustizia ingiusta a far fronte comune i mafiosi. Determinando una spinta sempre più in giù dei calabresi avvitati in una spirale perversa di rassegnazione, incredulità, e legittimo sospetto.

 

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